Augusto Montaruli

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Le interviste possibili: Gianguido Passoni

Dopo Mimmo Carretta di nuovo un politico. Tocca a Gianguido Passoni, fieramente di sinistra ed ex assessore al bilancio delle giunte Chiamparino e Fassino e oggi presidente della Fondazione Gramsci – Polo del 900. 

Nel mio ruolo di coordinatore allo sport nella passata consiliatura chiedemmo a Gianguido di risolvere un problema grande come una casa, anzi come una piscina una palestra e un circolo. Si trattava di risolvere la questione demaniale dell’area Parri e di, finalmente, accatastare il circolo Garibaldi. Non ci fu bisogno di atti formali, qualche telefonata e una riunione bastarono. La riqualificazione di quella zona partì da lì. La giunta Appendino mandò la Seymandi che per fortuna dopo un po’ se ne tornò a casa.  

Allora Gianguido cominciamo con una domanda sul Movimento (per rispetto uso la maiuscola), le 5 stelle stanno a significare: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. A prescindere da quanto brillino, non credi manchi una stella rossa? Quella della giustizia sociale.

In verità credo che degli slogan dei 5 stelle sia rimasto ben poco. Misurati a governare alcune città e il Paese sono emersi piuttosto per l’assistenzialismo, il giacobinismo, l’impreparazione, la demagogia e un mal celato sovranismo. Ma penso che il più grande errore culturale del Movimento sia quello di non aver compreso che con le politiche assistenzialiste non si persegue una maggiore equità sociale. È per questa ragione, prima tra le altre, che credo che i 5 stelle non possano essere considerati una forza progressista. Temi quali la crescita, l’ambiente e il lavoro sono stati  marginalizzati e – senza questi – la giustizia sociale è solo una chimera.

Dicevamo a prescindere da quanto brillino le stelle cosa è rimasto di questa strana costellazione? Sono cadute tutte dopo la presa del potere in multiproprietà con Salvini prima e Zingaretti dopo? 

Ad un anno circa dalla caduta del governo giallo-verde, mi pare evidente che ben poco dello scempio fatto in quella fase sia stata rimosso o superato: i decreti Salvini stanno lì, le riforme non sono mai partite e le politiche assistenzialiste si sono rafforzate e non certo per il solo Covid. Ora sono apparsi pure alcuni condoni e il sostanziale abbandono della lotta all’evasione fiscale. Pare un approccio culturale, quello che anima il nuovo governo giallo rosso, che confida nel fatto che le sole erogazioni bastino a dare un futuro al Paese. Eppure, ottant’anni di cultura di sinistra italiana ci hanno spiegato che per redistribuire il reddito e per dare uguaglianza, deve essere generato un “valore”, con il lavoro e con il progresso della società. Nessun Paese al mondo che voglia sopravvivere a se stesso e abbia a cuore il futuro delle prossime generazioni può pensare di redistribuire solo il deficit. Vedo, e ne sono sorpreso negativamente, un M5s “democristianizzato” per mantenere il potere, e un PD che ha ceduto, sul piano culturale, ad alcune prassi e metodi grillini. 

Chiara Appendino la ricorderemo con una statua dedicata al monopattino o resterà altro?

La Sindaca di Torino ha illuso (chi le ha creduto) e poi ha deluso (la gran parte dei cittadini). Difficile davvero ricordare qualcosa di significativo fatto in questi anni, ad eccezione delle finali ATP che arriveranno nel 2021 e che dobbiamo all’appoggio governativo. Ma del resto, se la sua stessa pagina ufficiale sui social celebra un giorno sì e uno no il progresso della città tramite buche stradali tappate e marciapiedi riasfaltati, vuol proprio dire che siamo nel regno delle piccole cose. Una Torino così ferma non la si vedeva dalla fine degli anni 80. Il suo ricordo sbiadirà presto, come la sua vernice sull’asfalto rattoppato.

Bene, adesso parliamo di sinistra. A te piacciono i film western? A me molto. Lo dico perché la sinistra, di cui tu sei autorevole esponente, mi sembra la nazione Dakota dei nativi americani. Tante tribù che se le suonavano di santa ragione: si rubavano i cavalli, le squaw, i bisonti..poi una volta uniti hanno dato una lezione memorabile a quel fuori di testa di Custer. Ma la sinistra ha bisogno di un Toro Seduto che convochi tutti a un gran consiglio?

La crisi della Sinistra non passa solo dalle molte, troppe tribù. Vedo molta confusione sui valori. Continuo a pensare che il nostro obiettivo sia far stare meglio le persone, i lavoratori; la generazione successiva deve avere più tutele e diritti di quella precedente. Oggi la sinistra è più votata tra i pensionati che tra i lavoratori, dipendenti o autonomi che siano. Più votata in centro che nelle barriere. E’ da tempo sintomo di marginalità. 

Temo che a sinistra la lettura economico-sociale della realtà sia ferma al novecento. Storicamente la sinistra è stata egemone quando ha letto (collettivamente o tramite grandi pensatori) il presente più in fretta dei propri antagonisti di classe. In questo momento mancano sia i grandi pensatori che un collettivo pensante. E sono anni che si invoca unità per “battere le destre”. Tuttavia, senza un pensiero, una identità, una lettura condivisa delle sfide del ventunesimo secolo prima o poi Custer vincerà davvero.

Secondo me in politica prevalgono più i destini personali rispetto a quelli collettivi, la causa si diceva una volta. Secondo te?

Concordo con te. Siamo prossimi ad un Referendum per la riduzione della rappresentanza parlamentare: se valesse di più la “causa”, si aumenterebbe la rappresentanza: basterebbe reintrodurre il voto di preferenza nelle liste elettorali oggi bloccate, senza toccare i numeri. Invece la sopravvivenza dei “destini personali” delle leadership fanno sì che gli attuali gruppi dirigenti si perpetuino in eterno.

Credo però vada introdotto un ulteriore elemento di riflessione: è sempre più difficile trovare le motivazioni per occuparsi di politica. Negli ultimi decenni, infatti, l’impegno politico e la professione politica sono stati largamente delegittimati e sono stati indicati come il luogo di malaffare. Conseguenza di diretta di questo atteggiamento è stato il progressivo abbassamento del livello del personale politico e l’ulteriore perdita di autorevolezza delle assemblee rappresentative.

Per paradosso chi ha contribuito – direttamente ed indirettamente – a riempire il parlamento di profili largamente inadeguati e impreparati, oggi guida una crociata contro i parlamentari e ne chiede la drastica diminuzione.

Per tutte queste ragioni voterò convintamente NO.

Torniamo a Torino, mi dici tre (se poi sono cinque va bene lo stesso) qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco?

Autorevole, esperto, aperto e che sappia fare squadra. Aggiungerei, se possibile, con una buona cultura e progressista.

Sempre restando a Torino, tre cose sulle quali si dovrebbe puntare?

La prima cosa è una ricetta per lo sviluppo. Il punto non è se Torino avrà più o meno abitanti. Il punto che è che Torino è sempre più povera, più vecchia, più marginale nel Paese. Il vecchio piano strategico è, appunto, vecchio.

La seconda è la scelta, attenta, di alcuni nuovi grandi investimenti strutturali pubblici. Trent’anni fa l’abbassamento del piano del ferro (il passante ferroviario) ha ridisegnato la mobilità e l’urbanistica di Torino, ma ha liberato a sua volta centinaia di milioni di euro di risorse per investimenti privati; poi la metro. Ma si parla di miliardi di investimenti, in 25 anni. Oggi si litiga ancora sulla seconda linea di metro e non si finisce la 1. Invece il perimetro dei nuovi interventi dovrà essere l’area metropolitana, per almeno 2 milioni di abitanti. La Torino del futuro sarà meno “densa”, ma dovrà essere efficiente nella mobilità stradale, ferrotranviaria e ciclistica.

La terza sono l’occupazione e il welfare, come il sociale, sport compreso, verso i giovani e per una città che invecchia rapidamente. Gli spazi ci sono, anche nel pubblico. Con la Appendino i servizi pubblici sono stati praticamente azzerati, le utilities pubblico-private si sono disimpegnate. La prima cosa da fare è assumere qualche migliaio di lavoratori nei servizi. Pensate, ad esempio, all’anagrafe, per ridare dignità a quelli che una volta erano servizi di punta e che sono diventati lo zimbello nazionale. 

Adesso ti chiedo una cosa che ti può sembrare “foravia”, cosa ne pensi della bellezza? Mi spiego, non credi che dovrebbe essere un diritto di tutti e non solo di chi abita in centro? 

Dovrebbe essere così. Il tema del cosiddetto “diritto alla bellezza” è dibattuto. Ma pur da posizioni “materialiste”, se è vero che ogni uomo sa produrre e sa conferire ad ogni oggetto la misura inerente, anche secondo le leggi della bellezza, quando ne viene privato credo si impoverisca. Quindi il bello non è sempre indispensabile, ma certamente è un grande aiuto!

Queste “interviste” le concludo sempre citando un libro. A te tocca Parigi nel XX secolo di Giulio Verne dove l’autore descrive una società che non ha bisogno di letterati, musicisti. Bastano gli ingegneri e il libro mastro è il libro sacro. Tu che sei stato assessore al bilancio e di libri mastri te ne intendi: questo rischio lo corriamo? Da Monti a Draghi senza terre di mezzo, che sembra proprio una trama fantasy. Meglio il western?

Accetto la provocazione, ma nella realtà temo di più una classe dirigente improvvisata e casuale che tecnocratica. Entrambe, tuttavia, rischiano si assomigliarsi, nello svuotamento dei valori, nel discredito in cui è tenuta la vera cultura, nella qualità precaria dei rapporti umani sempre più divisi da macchine (hardware o software) meno appariscenti di quelle di Verne, ma ugualmente pericolose.

Ho sempre creduto che solo la contaminazione tra culture sia il giusto antidoto all’appiattimento e ho cercato di applicare questo principio prima di tutto a me stesso. Approdato, quasi alieno, agli studi economici direttamente dal liceo classico D’Azeglio, lo rifare altre cento volte.

Grazie per la chiacchierata.

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