Augusto Montaruli

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Interviste urgenti: Eleonora Averna, insegnante

L’emergenza legata alla scuola si può declinare in molti modi, proviamo a fare l’elenco: gli edifici da riqualificare e ristrutturare, le assunzioni di personale, la didattica a distanza, il contesto in cui insistono e per ultimo i banchi con le rotelle che nel dibattito sui giornali e sui social hanno primeggiato. Le emergenze credo debbano avere delle priorità e soprattutto essere parte di un percorso che porta ad una meta: la visione della scuola come “contenitore” delle nuove generazioni. Del futuro.

Proviamo a farlo il percorso con Eleonora Averna, insegnante. Giovane e donna con passione da contagiare.

Mi racconti per piacere questa storia dei banchi con le rotelle? Così poi, visto che hanno le ruote, la mettiamo in un angolo.

Intanto grazie per la passione con cui tu contagi me, non fosse altro per la possibilità di farci domande su quello che reputo uno dei pilastri della nostra società, la scuola. Almeno, così è per alcuni. Mi è piaciuta molto l’espressione di contenitore delle generazioni nuove, perché la scuola ha un bisogno estremo di contatto con la realtà, da rendere tutto il suo contenuto ancora più desideroso di ossigeno, di spazio per il futuro che sta già aspettando. 

La mancanza di prospettiva ci accompagna ormai da anni. Per chi come me è nato alla fine degli anni 80, ha visto soltanto un tipo di futuro, un tipo di scuola, quella dove tutto è prestabilito, dove tutto deve rimanere com’è. Beh certo mi dirai, bisogna pur avere delle sicurezze, soprattutto in un periodo incerto come quello pandemico che stiamo vivendo. Ma di sicuro il precariato, l’edilizia inesistente e le solite iniziative dei singoli per tirare avanti la baracca, non possono reggere a lungo, nemmeno le mille progettualità che con belle parole spesso non bastano per far fronte alla “fame” dei ragazzi. Chissà se dopo aver imparato a lavarci le mani e garantire la pulizia come primo step per la sicurezza di tutti, possiamo pensare veramente a ciò che serve per dopo. Lo stesso Draghi mi pare commentasse alcune settimane fa, come i giovani siano l’investimento più grande su cui scommettere. Bisogna perciò cambiare prospettiva, a cominciare dai piani alti, con la responsabilità di chi fa politica, quella vera, ponendosi domande di senso e andando nel merito delle cose. Perché se fosse successo, sapremmo che i banchi con le rotelle sono stati richiesti dai Presidi, per alimentare la possibilità di quella didattica interattiva e nuova su cui la mia generazione di docenti passano esami su esami a studiare. Solo per le superiori quindi, e solo per chi ha fatto richiesta, credo solo per un 400 mila unità, a fronte di un investimento di almeno 200 mila banchi monoposto, quelli normali, di legno con la sedia abbinata. Interi, non mangiucchiati, non scritti e deteriorati, possibilmente adatti a ospitare per diverse ore di studio i nostri ragazzi. Possono anche divertire i vari meme, le vignette e i video postati ovunque per le auto scontro. Magari succederà davvero, ma non credo sia quello il tema su cui disperdere così tante energie. Chiediamoci piuttosto, come mai oggi ci sia questo investimento, e su questo discutiamo la priorità magari, perché è stato richiesto, chiediamoci come e quali spazi li ospiteranno. E poi forse diverse considerazioni verranno da sé. 

La DAD (didattica a distanza) è emergenza o può diventare strumento permanente? Penso soprattutto agli strumenti da imparare (e insegnare) ad usare o a chi è impossibilitato a recarsi a scuola. Faccio un esempio: in asilo di Cavoretto, grazie alla connessione, un bimbo con disabilità ha potuto interagire con gli altri bimbi della sua scuola.

Personalmente, ritengo che ogni strumento se ben usato abbia potenzialità immense. E posso solo immaginare gli occhi lucidi di coloro che hanno guidato e permesso traguardi come quello che hai citato a Cavoretto. Quando ho deciso come svolgere la mia tesi di laurea, mi posi l’obiettivo di fare qualcosa di utile, perché io stessa e la mia curiosità che da sempre mi accompagna (o mi condanna, secondo i punti di vista) mi ponevo il dubbio di come chi avesse difficoltà potesse superarle. Esattamente come fu il teatro per me. 

Cioè?

Decisi perciò di sperimentare un metodo educativo che avesse nel gioco e nei nuovi strumenti le uniche armi per riuscire a superare ogni tipo di barriera educativa o funzionale, ma non avrei mai immaginato quanto poi ho rilevato sul campo. E la Dad per quanto ho potuto scoprire è stata non solo necessità virtù, ma anche una possibilità per sperimentare sempre di più quanto avevo scritto in quella tesi. Intendiamoci, e non siamo miopi, ci sono limiti enormi. Il bello di questo mestiere, o meglio, missione la definirei se penso a quale responsabilità ha un docente verso le generazioni con cui si confronta e cresce a sua volta, è il contatto, quello scambio che non si può sostituire con nessuna connessione web. Per svariate ragioni, per l’immediatezza, le vibrazioni, i non detti, le espressioni, la prontezza, il linguaggio non verbale e quanto altro stimola e conduce la partita in ogni classe e a ogni lezione. E’ un match, come tale necessita di uno scambio. E questo sul web avviene con difficoltà, perché parliamoci chiaro, 5 G e wi-fi sono traguardi di un futuro magari non troppo lontano, ma se pensiamo anche solo alla nostra Val di Susa (e siamo appena a pochi km da qui), ha molti comuni fuori banda, e anche in piena città (girando diverse scuole ogni anni ormai ho un certo dato statistico) la maggior parte dei ragazzi usa solo i propri cellulari, spesso sono in casa con altri familiari che usano la linea non permettendo una connessione stabile e continuativa. Ma nonostante questo, di certo la Dad è una ottima possibilità per tenere contatti, per brevi periodi possiamo sostenerlo, per garantire a tutti di star al passo anche in casi di assenze prolungate o pandemie, che però si spera vivamente finisca quanto prima. Ha permesso a docenti e alunni di sperimentare nuovi modi di fare lezione, nuovi strumenti che il web, le presentazioni Power Point, i video, lavori di gruppo, svolti a distanza magari ognuno dalle proprie stanze, ma con la possibilità di renderli più attrattivi grazie alle nuove tecnologie, ha sicuramente permesso di alimentare l’attenzione e la curiosità degli studenti. Siamo ormai nella generazione Z, o Y, non ricordo più, ma di certo le nuove generazioni hanno molta più dimestichezza a cercare definizioni sul web che sui vecchi dizionari con cui spesso diversi di noi hanno appesantito le loro spalle andando a scuola. Ma dobbiamo stimolarli di più, sono super veloci su certe applicazioni per i loro mobile, ma si perdono se aprono un documento di Word. Molti timidi e poco partecipi in contesti di normalità, hanno trovato nuove sicurezze, si lanciano di più in interventi e osservazioni in aula virtuale, coperti dietro al loro schermo e al sicuro nelle loro case. E di certo, molti bisogni educativi speciali di cui oggi abbiamo presenze sempre più ampie nelle classi, trovano enorme giovamento con una didattica interattiva, dotata di mappe multimediali e stimoli che il web e le tecnologie di certo aiutano a sintetizzare. Insomma, come sempre, la via di mezzo è la soluzione anche nel nuovo millennio credo, magari spingendo un po’ sull’acceleratore per pensare alle nuove generazioni che anche secondo le tabelle dell’UE devono avere skills sempre più multitasking e proattive. Per questo però dobbiamo anche far in modo che la Dad non diventi uno schermo con cui aumentare le distanze, la socializzazione e lo scambio con i compagni e con i docenti, che non possono proprio a causa di quello schermo, seguire davvero da vicino le esigenze proprie di quei ragazzi, soprattutto di chi ne ha più bisogno. La Dad perciò può accompagnare e integrare, non sostituire. 

Gli edifici scolastici io li trovo fuori dal tempo, moltissimi sono stati pensati nel secolo scorso se non prima. Vanno ripensati?

Le strutture che abbiamo oggi son dei veri capolavori di edilizia strutturale. Ci sono edifici che al loro interno fanno trasparire il peso dei passi verso la formazione collettiva, corridoi che si perdono a vista d’occhio con arcate alte metri e metri quasi a cercare quella elevazione verso il sapere più nobile. Ma tornando ai piani più pratici di questa conversazione, ti dirò, io non mi sento di condannarli! Anzi, anche per mantenere il trend delle nuove architetture fusion tra moderno e antico (non me ne vogliano architetti e designer per l’irriverente invasione di campo), le valorizzerei. In fondo, in questa città abbiamo tantissimi esempi di rivalutazione e riconversione di strutture vetuste per nuovi scopi ed esigenze. Questa commistione di edilizia anzi, renderebbe giustizia a quei luoghi così importanti. Di certo, ciò che reputo necessario è capire in che epoca viviamo, in che modo vogliamo concepire la vita negli spazi e la loro interazione con le esigenze delle persone. Parliamo tanto di smart-working, ma per le scuole ipotizzare di cambiare, aprirsi a nuovi spazi per la condivisione di momenti educativi, di luoghi in cui studiare insieme e scambiarsi opinioni ed esperienze a 360 gradi, sembra quasi una utopia da corsi di aggiornamento. E dirò di più, ad oggi non abbiamo garanzia sulla sicurezza base degli edifici, in una città che nella tragedia di Rivoli dovrebbe aver invece non solo imparato a ricordare quanto sia importante, ma che dovrebbe fare dell’edilizia scolastica in sicurezza il punto fermo da cui partire per priorità impellenti e quanto mai richieste. Classi pollaio, laboratori precari, strumenti desueti e che solo a piccoli sprazzi e ondate magari arrivano e non in quantità sufficienti. Se vogliamo ripensare spazi e luoghi serve investire negli stessi, in modo sistematico, con visione e prospettiva magari supportata da enti e organismi che fanno di studi ed esperienza sul campo il loro punto di forza, e che spesso sono protagonisti di progetti avvenieristici da guardare con interesse e ispirazione. 

A ripensarli a Torino ci hanno pensato Fondazione Agnelli e Compagnia di San Paolo, devo dire in modo egregio con il progetto Torino fa scuola. Io ho visitato la scuola Fermi che è stata completamente ripensata aprendola anche al territorio. E’ la politica che delega al privato la visione della scuola?

Quel progetto è l’esatto ago della bilancia, tra pubblico e privato, una alchimia quasi impossibile quanto reali invece siano stati per efficacia e modernità gli esempi raggiunti. Un volano importante sul territorio, un punto di riferimento, luoghi di aggregazione e dimensioni nuove che spingono gli studenti a spirito di identità con la scuola che frequentano, prendersene cura. Credo sia questo un po’ ciò a cui ti riferisci. Perché anche chi si sente emarginato, o sente su di sé il penso di difficoltà personali, familiari e disagi emotivi o formativi, può ritrovare ossigeno anche grazie al welfare aziendale. Sì, lo chiamo welfare aziendale, perché ormai le scuole lo sono. E bisogna dirselo. E per lo stesso motivo per cui ogni azienda che si rispetti dovrebbe portare avanti con impegno la visione delle proprie risorse umane, anche la scuola ha al suo interno un luogo da vivere e persone da animare con formazione, motivazione e scambio di competenze, abilità ed esperienze. Il famoso know-how, non solo di chi ci lavora, ma anche dei clienti a cui ci rivolgiamo, esigenti, attenti e quanto mai speciali, i ragazzi. E un luogo performante non può che fare da leva verso la buona riuscita di questo delicatissimo equilibrio sistemico, tra persone, luoghi, cultura e obiettivi.

E la politica?

La politica in tal senso perciò, non può delegare tali compiti. Deve occuparsi dei sogni e delle speranze di una generazione che ha il compito di proiettare al futuro, anche per doveri Costituzionali. E deve ripensare alle strategie adatte, ai mezzi migliori, alle prospettive più realizzabili per dare una speranza ai ragazzi che ogni giorno accogliamo in quelle strutture. E se il pubblico può ispirarsi a quanto il privato che hai menzionato può fare, allora ben venga. Abbiamo solo da guadagnare, da sperimentare e da realizzare. Sono scelte. Come in ogni cosa che conta, sono le scelte che si fanno che danno il peso specifico di cosa potremo aspettarci. Alla luce della società che ci vivremo all’indomani di questo anno Covid19, forse dovremmo tornare a trovare spazio per il confronto e la progettazione. Europa e organismi internazionali hanno da anni progetti e programmi che spingono verso una prospettiva complessiva ampia, di condivisione e di scommessa su ciò che sarà il futuro per noi, docenti e alunni. Dobbiamo solo scegliere da quale parte stare, quella della possibilità o quella della consuetudine, con cui però i cambiamenti sono pressoché impossibili, anche a costo di osare laddove sperimentare sia la prospettiva scelta. 

Alla luce dei cambiamenti epocali degli ultimi anni, la DAD e non solo, è un esempio. Serve un ricambio generazionale nel corpo docente?

Sono figlia di una insegnante che ha iniziato la sua carriera quando ancora c’erano le macchine da scrivere. E ha svolto il suo ultimo anno di servizio con la Dad, imparando a interfacciarsi su Zoom coi suoi piccoli alunni. Scioccante, soprattutto per l’allergia di mia madre per le tecnologie. Ma al di là della svolta epocale di mia madre che poco interessa in questo momento, credo che tutti possano inserirsi nelle novità, e prendere da esse il meglio che possono offrire. In quel caso, continuare il cammino dei bambini, e permettere di imparare come attivare un profilo web, mail e mille altre diavolerie che spesso provocano fatica enorme per chi non è abituato, certamente è stata una grande sfida. Certamente, questo mestiere, credo però, richieda una costante messa in discussione, ma penso che la maggior parte del corpo docente abbia ampiamento dimostrato come in brevissimo tempo sia stato in grado di ripensarsi e garantire il minimo indispensabile almeno per assicurare l’istruzione a tutti. Semmai la domanda che mi pongo è come mai si viva con più di 170 mila supplenti che comunque non bastano a colmare le cattedre vacanti? Come mai non si scommetta sui docenti per garantire loro formazione costante e stimoli continui, e non parlo solo a livello contrattuale (non ci sono ad oggi lavoratori che non attendano adeguamenti dei loro contratti)? Come mai non lo si garantisca rispetto alle mille responsabilità legali e sociali che ormai si trova ad affrontare, spesso senza strumenti? Come mai non si pensi a garantire figure professionali chiave stabili e permanenti, che possano avallare e affiancare il ruolo dei docenti con i ragazzi che hanno di fronte, sempre più esigenti, con bisogni variegati e specifici di questa società così iperconnessa, ma spesso affetta da solitudine cronica e paure violente come i muri da far crollare? 

Scuola e(è) territorio. La relazione della scuola, ditemi se sbaglio, è legata al corpo docente e alla dirigente scolastica. Dovrebbe secondo voi diventare prassi e metodo. In altre parole, quanto devono essere aperti i portoni delle scuole?

Le scuole sono punti di incontro e confronto tra allievi, docenti e famiglie, e da anni ormai è stato stabilito un rapporto scuola-famiglie assai saldo e ricco di momenti in cui scambiarsi esigenze, opinioni, richieste. Ormai ho più gruppi di Whatsapp legati alla scuola che alla mia vita privata, un continuo scambio perché ormai siamo inondati di incombenze ed esigenze a cui rispondere sempre più in maniera corale e immediata. Le porte si aprono spesso, non solo per gli open day in cui presentarsi ai nuovi alunni, ma anche per i consigli e appuntamenti stabiliti, per i laboratori pomeridiani e per tutte quelle attività che garantiscono alla scuola, ancora, di essere il primo strumento di welfare e di controllo ancora oggi dei nostri ragazzi a mio parere. Per questo oggi che non abbiamo più questo luogo, mancano a tutti punti di riferimento e di possibilità. Sicuramente, se avessimo strutture dinamiche e interattive come quella di cui mi hai parlato prima, riferendoci al Fermi, molto tra famiglie e scuola potrebbe legarsi ancora di più. Un po’ come fanno le nostre case del quartiere in quelle circoscrizioni che hanno la fortuna di averle. 

Nelle scuole ora c’è il mondo intero, mi riferisco ai giovani nuovi cittadini: problema da gestire o opportunità da cogliere?

Intercultura. Che bel nome, è anche un progetto europeo di scambi per studenti. Ma veniamo a noi. Credo fermamente che il mix sia una delle più grandi opportunità che l’umanità abbia da sempre. In fondo, anche noi italiani siamo frutto di una miscela proverbiale, dove gli ingredienti delle grandi civiltà della storia si sono mischiati e ci hanno insegnato che i popoli si muovono, si intrecciano per usi e costumi, culture e qualità di ognuno e questo le arricchisce, le unisce, e le divide solo quando la paura del diverso le fa crollare. L’integrazione vera, a scuola, parte, o almeno dovrebbe partire secondo me, dalla lingua, da ciò che permette alle persone di capirsi, di annientare barriere e riferimenti, dando loro la possibilità di inserirsi davvero nella società, nella classe in cui vivranno, per tornare al nostro caso.  La scuola va sostenuta in questo, soprattutto quando i ragazzi arrivano in età più adulta e devono già fronteggiare materie complesse legate a quel determinato percorso di studio, per cui i piani personalizzati e i laboratori di lingua forse non sono sufficienti. Le opportunità per essere colte vanno costruite, coccolate, arricchite e tenute in considerazione sin dai primi passi. L’accoglienza è ad esempio avere mediatori culturali ai colloqui coi genitori quando questi non possono ancora capire il docente; ci sono molte scuole che hanno costruito intere progettualità con questo obiettivo. Inserire, secondo me, è permettere a un ragazzo che arriva da storie tremende oltre mare magari (succede sempre più spesso) di infrangere la barriera della paura e dell’incomprensione con un percorso intensivo della cultura e della lingua del paese che lo sta accogliendo, in modo che prima di fisica e matematica, possa comprendere ciò che gli si sta chiedendo, cosa gli si propone e offre, una mano e un braccio teso in modo comprensibile e sempre più assimilabile. La riuscita di un è progetto di integrazione va intercalata nella realtà in cui i soggetti a cui si rivolge vivono. Capire i quartieri, far conoscere loro il luogo dove adesso abitano e fargli comprendere come mai quel luogo ha certi usi e costumi, facendogliele semplicemente conoscere. Certe scuole organizzano addirittura uscite appropriate a luoghi di interesse e culturali o base come farmacie, mercati, che si abbinano alla provenienza dei ragazzi che stanno svolgendo il laboratorio di italiano L2 (cioè quei progetti per imparare la nuova lingua italiana, nel nostro caso, come propria). E questo agevola il senso di accoglienza e veicola la possibilità di far sentire quella integrazione in modo concreto nella quotidianità. Certo, anche qui è una scelta, quella del tipo di scuola aperta e accogliente che si desidera davvero realizzare. 

Il libro da suggerire e dedicare è il racconto di due atleti neri, “ribelli” e campioni di sport e poi insegnanti. Riporto qui un brano “Questa lotta è ciclica e, sono ormai convinto, non può portare a vittorie definitive. Proprio come oggi si è tornati a lottare per il diritto di voto, l’assistenza sanitaria per le donne e per la desegragazione in diversi ambiti. Sembravano cose finite, passate, ma ciascuna generazione deve combattere le proprie battaglie […] Non è importante che tu generi una vittoria definitiva, ma che tu combatta le battaglie per cui la tua generazione è responsabile.” l libro è “Trentacinque secondi ancora” di Lorenzo Iervolino 66THAND2ND. E’ la storia di Tommie Smith e John Carlos (i pugni alzati a Città del Messico) e la frase citata è del loro allenatore e insegnante. E’ qui perché credo dovrebbe esserne suggerita la lettura ai ragazzi e alle ragazze che ora frequentano la scuola. Perché il futuro è della nuova generazione che sta vivendo il presente. Banchi con le rotelle a prescindere.

Posted under: Arturo, Emergenza e Futuro, le interviste

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