Augusto Montaruli

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Le interviste urgenti: Giorgio Ardito, militante di sinistra

In fatto di emergenza anche i partiti di sinistra non scherzano, troppo presi dal presente per immaginare il futuro. Governo di emergenza è uno dei classici degli ultimi 30 anni (Dini, Monti, alleanze larghe, nazareni, giallo rossi…).  Governi e alleanze che nascono per “evitare che”. Il tempo o forse la predisposizione di governi e alleanze per costruire il futuro non ne abbiamo visti salvo qualche sofferto tentativo. Questa predisposizione un po’ masochista rischiamo di vederla anche nelle amministrazione locali.

Ne parliamo con Giorgio Ardito. Giorgio è stato segretario del PC di Torino, assessore provinciale, amministratore di aziende partecipate. E’ soprattutto, come lo definisco nel titolo certo di farlo felice, militante. Non ha mai smesso di esserlo. Vederlo volantinare è scuola di partito oltre che molto godibile.

Giorgio eccoci con la prima domanda, è lunga per colpa dell’elenco.

Proviamo a fare l’elenco, dal 2007, anno di fondazione, il Partito Democratico ha avuto Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi , Renzi bis, Martina, Zingaretti. Otto segretarie in 13 anni. Leader o aspiranti leader della sinistra allargata se ne contano in questi ultimi venti anni decine: i sette citati prima, Prodi, Rutelli, Bertinotti, Cuperlo, Civati, Letta, Vendola poi altri a furor di popolo che il popolo poi abbandona. Berlinguer fu segretario del Partito Comunista dal 1969 al 1983, anno della sua scomparsa: 13 anni mal contati. Poi ci sono le unioni e le scissioni, le apparizioni e le scomparse di partiti e movimenti. Insomma un gran guazzabuglio dove non capisci cosa è coda e cosa è testa.  E’ un segnale di continua emergenza politica? 

Le continue trasformazioni della politica italiana, dall’89 ai nostri giorni, (per fattori internazionali e interni), assieme alla sottovalutazione del fattore organizzazione (la democrazia senza un’organizzazione forte e trasparente è preda per i prepotenti), ha impedito il consolidamento di gruppi dirigenti stabili e, insieme, favorito la scalata dei Renzi e dei Calenda, espressioni di filiere poco chiare, che hanno usato il Partito come autobus per le proprie carriere personali. D’Alema non s’è occupato d’organizzazione, occupato a circondarsi di fedeli (che poi, in parte, da bravi pretoriani, gli hanno anche girato le spalle), Veltroni ha teorizzato il partito liquido fraintendendo Bauman: analizzare non significa teorizzare. L’unico segretario che s’è occupato del Partito è stato Fassino ma controvento: celebre la paginata di Staino su l’Unita con Fassino/Penelope che tesse la tela/partito e D’Alema che la disfa. I Segretari del PD han tentato di tenere insieme il Partito (tranne Renzi, com’è noto, che non ha rottamato solo la struttura di Partito ma ha contribuito a rottamare parti della grande stagione anni ’70 di riforme democratiche) ma con una Statuto che favoriva/favorisce i personalismi esasperati. Ma  ci torno più avanti. 

Per i nomi che citi, oltre ai segretari, dovrebbe essere normale che in un Partito si esprimano più voci: nei vecchi partiti era considerata una ricchezza. Oggi c’è una tendenza alla continua ricerca dell’uomo forte, alla citata personalizzazione favorita sia dai meccanismi elettorali istituzionali che da quelli di Partito. Avviene a livello internazionale. A mio avviso è insieme effetto e causa della crisi generale delle democrazie: non va assecondata, richiede interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture democratiche di partito (a quando una legge sui partiti?), Statuali e sovranazionali (questione che poneva Bobbio già tanti anni fa) anche a fronte degli imponenti processi di globalizzazione, prevalenza della finanza sulla politica, innovazione scientifica e tecnologica che hanno emarginato le politiche come arte della civile convivenza. Oggi i sondaggi danno la sfiducia nella politica dal 93 al 97%, in apparente contraddizione va a votare il circa 70% per contrapposizione di interessi, cordate, localismi, clientele, appartenenze varie nobili e meno, ideali residui. La stragrande maggioranza non considera la Politica un bene comune. Stesso fenomeno nel Partito. Uno dei pochi che si distingue per spirito di servizio e visione è Cuperlo, pur essendo stato del giro stretto di d’Alema è sopravvissuto molto bene

Come se ne esce? Sempre che se ne possa uscire.

Se ne esce, “a livello micro” smettendola di dileggiare i gruppi dirigenti ma spingendoli a lavorare in modo unitario e democratico, facendo funzionare i Circoli pretendendo che ogni riunione produca una posizione o una proposta politica che dev’essere portata agli organi superiori; superando gli andazzi per cui ogni dirigente tiene per sé il proprio sistema di relazioni invece di socializzarlo nel Partito, educando a una cultura politica per cui ci si impegna anche se si perdono o non si hanno ruoli pubblici o di partito, promuovendo temi/leggi/atti superando la cultura settaria che induce a non farlo per il timore che se li intesti qualche altro dirigente; “a livello macro” ascoltando ciò che pensano e chiedono cittadini e iscritti ma sapendo che le proposte politiche non ci si devono mai appiattire pena la corporativizzazione della società e devono invece avvalersi di una forte pedagogia politica, superando tutti i meccanismi istituzionali e di partito che esasperano i personalismi, assumendo la trasparenza a tutti i livelli come fondamento di una democrazia fondata sul suffragio universale e come condizione per recuperare la fiducia dei cittadini nella politica.

I partiti erano riferimenti culturali, adesso sono i nomi e cognomi riferimenti (del giro di, dell’area di, eccetera). Non credi che questo stia facendo danni dai quali è difficile uscirne?

In parte credo d’aver già risposto. Aggiungo che se nei nostri Circoli non si studia e si discute  di pace e di guerra, di globalizzazione, di recupero di una funzione alta della politica sopra la finanza e l’economia, dell’innovazione come strumento di liberazione ed emancipazione delle persone, della libertà come base primaria per avanzare verso maggior giustizia sociale eccetera, non ne usciamo. Le 8, otto! culture politiche che hanno fondato il PD dovrebbero, avrebbero dovuto, approfondire posizioni comuni e divergenti e lavorarci, trovare i punti di compromesso, trasformarli in proposte politiche.

A proposito di riferimenti culturali, io ricordo che i grandi temi della sinistra erano lavoro, scuola, sanità e poi la società civile portava la sinistra ad occuparsi dei diritti: il divorzio, l’aborto per dirne due.  Adesso il sindacato o il mondo della scuola sono quasi un corpo estraneo ai partiti della sinistra. Cosa abbiamo combinato?

Le sinistre, i progressisti, un pò in tutti i Paesi OCSE, hanno dato per acquisiti i fondamentali che citi tu (lavoro, sanità, istruzione, casa) che lo sono fattualmente, lo erano, per larga parte della popolazione, e certamente nelle Costituzioni. Una parte minoritaria ne era comumque ancora esclusa. I diritti civili sono diventati giustamente la nuova frontiera proprio nella fase in cui la globalizzazione toglieva dalla fame un miliardo e duecento milioni di persone nel mondo ma, contemporaneamente, a causa del suo intreccio con un neoliberismo sfrenato che ha contagiato anche le sinistre (Blair, Schroeder, un pezzo di PD), peggiorava e, in molti casi, precarizzava le condizioni di circa ottocentocinquanta milioni di persone dei Paesi sviluppati. A ciò  s’aggiunga il fatto d’aver lasciato alle destre la parola libertà.

Non volevo ma è obbligatorio parlarne: le primarie. Le prime furono accolte con grandissimo entusiasmo e partecipazione. Forse perché il vincitore già si conosceva? Non rischiano di diventare un rituale stanco e del tutto personalistico mettendo in secondo piano la visione, il programma, il futuro?

Non sono un fanatico delle primarie, credo che a questo punto andrebbero regolate per legge, tra l’altro come possibilità, non come obbligo. Però sono nello Statuto del Partito, ci sono più candidati, se non ci fosse di mezzo il virus sarebbero inevitabili. Credo che in questa situazione di precarietà si debba lavorare al programma e alla squadra di cui dovrebbero far parte tutti i candidati. Il gruppo dirigente (che a mio avviso ha lavorato bene, assieme alla coalizione), deve, con la squadra dei candidati, selezionare quello senza controindicazioni e con maggior potere di coalizione quale candidata/o a sindaco

In questi giorni ho letto interviste sulle prossime elezioni amministrative torinesi dove noti (a chi?) manager auspicano un sindaco amministratore delegato e cittadini clienti dell’amministrazione comunale. I 5 stelle han fatto scuola o, sotto sotto, c’è voglia di uomo forte al governo?

La mancanza di trasparenza, di risposte, induce certamente rabbia e disillusione e fa crescere la voglia dell’uomo forte. Salvini ci ha anche provato. Risposte concrete e pedagogia politica: non ci sono altre strade.

Facciamo un viaggio all’estero? Il PSE è scomparso, rapporti con i partiti democratici degli altri continenti anche. A me preoccupa, i temi della cooperazione, della pace, le migrazioni come fai ad affrontarli senza alleanze e confronti con partiti che dovrebbero avere un sentire comune?

Come sai sono fortemente impegnato, da anni, sui temi della pace e della politica internazionale: stiamo lavorando per creare un Forum dedicato, aperto a iscritti e non. Se ne occuperanno dei giovani molto bravi. C’è anche l’ambizione di provare a fondare a Torino una sezione del PSE, se sarà possibile. Tutto ciò fa parte del rapporto tra cultura e politica di cui tu giustamente auspichi il recupero. 

Come vedi la nascita di una federazione di sinistra che condivida valori imprescindibili e non tangibili? Oltre le unioni e gli ulivi. Qualcosa di strutturato e che possa durare.

E’ indispensabile e deve avere come base la ricerca e il confronto tra le culture politiche fondanti il PD e i Partiti e i movimenti che si vogliono federare. Ne accenno al fondo del punto 3. Un progetto politico di questo tipo richiede due condizioni: il riconoscimento che le diversità sono ricchezza, non disvalori e, cosa più difficile, una forte attenuazione dei personalismi (direi superamento ma poiché non sono un estremista mi accontento dell’attenuazione). Quindi dialogo, dialogo, ancora dialogo. Lo invoca anche Bergoglio..

Grazie Giorgio, spero che il tuo ruolo di militante e di politico appassionato non vada in estinzione, ed è anche per questo che ti dedico un libro che lessi qualche anno fa: In auto con Berlinguer di Alberto Menichelli (Wingsbert House Editore). Racconta un’era fa, ma qualcosa di quell’era dovremmo recuperare. Almeno la sobrietà e la generosità politica. Senza nostalgia, intristisce.


La foto sulla testata del post è mia, quella in evidenza sul sito è di Piero Chiariglione, militante fotografo di sinistra. Una bella persona che ci ha lasciati da pochissimo. Fai tante foto panoramiche Piero da lassù ora, noi cercheremo di migliorare il paesaggio da fotografare.

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Posted under: Arturo, Emergenza e Futuro, le interviste

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