Augusto Montaruli

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Le interviste urgenti: Federico Fornaro, deputato

La pandemia è una sorta di cartina di tornasole che ha evidenziato e aumentato i drammi sociali, un sistema economico e ambientale che non regge più da tempo ormai. I poveri stanno aumentando drammaticamente e non si può vivere di pacchi alimentari che decine e decine di volontari del mondo laico e confessionale stanno distribuendo. L’ascensore sociale è come il treno dei desideri della canzone di Conte (avvocato anche lui ma artista e non primo ministro). Il commercio di prossimità in crisi rischia di desertificare i quartieri delle città. La politica regge l’emergenza, ma non mi sembra si assuma la responsabilità di progettare il futuro. Se lo fa non si percepisce.

Giro queste mie considerazioni a Federico Fornaro, capogruppo LeU in Parlamento, con il quale condivido una tessera di partito (Articolo 1), un passato nella stessa azienda (la Giulio Einaudi editore) e un luogo tra il Piemonte e la Liguria che fu dimora di Terracini.

Federico cominciamo con l’ascensore sociale. Le possibilità che un figlio di operai possa laurearsi ed aspirare ad una professione diversa da quella dei genitori stanno drammaticamente diminuendo. Non pensi sia il dato più preoccupante?

Insieme al drammatico allargamento dell’area della povertà a partire dalla crisi del 2008, il blocco del cosiddetto “ascensore sociale” è certamente uno dei fattori di diseguaglianza maggiori e più preoccupanti della nostra società. È inaccettabile che se entrassimo oggi in un reparto maternità e trovassimo due mamme, sulla base del livello di reddito e di percorso scolastico loro e del marito, saremmo in grado di stimare, con buona approssimazione, quale sarà il futuro lavorativo e il reddito dei due neonati. Far ripartire l’ascensore sociale dovrebbe essere il primo punto dell’agenda di una moderna sinistra.

I fondi europei oltre che a rimettere in piedi la sanità dovrebbero creare lavoro innanzitutto, ma non pensi che il lavoro sia da ripensare? Nel senso che non può essere come prima.

Dopo il Covid 19 nulla sarà come prima, perché questa pandemia ha messo in discussione le nostre (false) certezze e esasperato tutti i nodi irrisolti a cominciare proprio dalla frammentazione dei contratti che regolano il mercato del lavoro e dalla farraginosità del sistema degli ammortizzatori sociali. In troppi settori precarietà è sinonimo di una parola che dovremmo ricominciare ad usare maggiormente perché fotografa purtroppo la realtà. Questa parola é sfruttamento. La rivoluzione digitale, poi, torna a riportare nell’agenda politica il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e stipendio. Ripartire dal lavoro è quindi assolutamente urgente e necessario: un lavoro giusto ed equo.

Alla luce della pandemia, non pensi debbano essere riviste le competenze delle regioni a partire dalla sanità?

Non bisogna dimenticare, come invece avviene nell’odierno dibattito pubblico, che la competenza delle Regioni in materia sanitaria risale alla legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale del 1978 e non alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001. L’emergenza sanitaria Covid 19 ci dice che non possiamo permetterci il lusso di avere 21 sistemi sanitari con differenti modelli e differenti standard di qualità dei servizi erogati ai cittadini. La soluzione è quella di un un ruolo forte dello Stato negli indirizzi, nei protocolli e nei controlli fermo restando la competenza regionale. Credo invece che si debba fare un bilancio critico della scelta di aziendalizzazione, ovvero del modello fondato sulle Aziende sanitarie locali che hanno favorito la competizione a danno della collaborazione cooperativa.

A proposito di lavoro, le città possono essere volano di sviluppo provando a ripensarle partendo dalla sostenibilità e dai servizi di prossimità (commercio compreso)

Da tempo le città sono il motore dello sviluppo e dell’innovazione. La politica deve però lavorare a “ricucire” la frattura crescente con le aree periferiche e marginali. La sfida della sostenibilità non può che partire dalle città e in questa prospettiva, legata anche all’invecchiamento della popolazione, i servizi di prossimità (commercio compreso) possono e devono svolgere un ruolo fondamentale e strategico, a condizione di accettare la sfida dell’innovazione e della centralità del cliente consumatore responsabile.

Tornando nei tuoi luoghi, quella zona del Piemonte (bellissima per inciso) è stata oggetto di frane ed esondazioni. Riusciremo con i fondi europei ad iniziare finalmente a mettere in sicurezza il territorio?

Non abbiamo alternative. Senza un grande piano di cura del nostro territorio fragile e malato ad ogni pioggia saremo a contare danni materiali e non solo. I fondi del Recovery plan devono servire anche a finanziare questi investimenti per la messa in sicurezza di rii, torrenti, fiumi, colline e montagne. 

A proposito di frane ed esondazioni, se il PD è un pullman dove si sale e si scende, a sinistra del PD se non è un pullman è un pulmino. Serve più generosità politica e, soprattutto, come vedi una federazione di sinistra che condivida valori irrinunciabili?

Nel passato le federazioni a sinistra (e non solo) non hanno mai funzionato. La questione su cui interrogarsi è un’altra: qual è la dimensione organizzativa e politica ottimale per affrontare le questioni epocali evidenziate anche in questa intervista. Non credo che la frammentazione attuale sia la risposta migliore e più efficace, così come lo stesso Pd non ha certo raggiunto gli obiettivi che si era dato alla sua fondazione nel 2007. Sarebbero necessari umiltà e generosità: merci rare di questi tempi.

Infine ti ricordo la questione degli irreperibili, gli ultimi degli ultimi. Cancellate quella legge, diamo la possibilità di rifarsi una vita a chi adesso dorme sotto i ponti. 

La riscrittura dei decreti sicurezza rappresenta un passaggio fondamentale per un cambio nella gestione delle politiche d’accoglienza, superando una logica, quella della Lega di Salvini, interessata ad alimentare le paure e non certo dare risposte a una sfida epocale come quella dei flussi migratori. All’interno di questa nuova cornice è necessario affrontare anche il problema degli irriperibili: è una questione di civiltà non semplicemente politica.

Tu hai scritto un libro su un giovanissimo partigiano: “Aria di Libertà – Storia di un partigiano bambino” (Le Mani editore). Un libro commovente e che racconta la scelta di un giovanissimo partigiano.

 

Per restare in argomento ti dedico un’altra scelta, quella raccontata da Tierno Monénembo con il suo romanzo “Il terrorista nero” (Nuova Editrice Berti). E’ la storia Addi Bâ Mamadou, guineano che fu tra i primi maquisards dei Vosgi. Come sai le scelte giuste non hanno età e nemmeno colore.

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