Augusto Montaruli

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Interviste urgenti: Antonio Castagna, esperto politiche ambientali

I temi ambientali sono la metafora perfetta dell’emergenza e anche la metafora perfetta della mancanza di visione del futuro. Dalle alluvioni ai rifiuti. Dalla siccità alle migrazioni. Dalla mobilità all’inquinamento.

La mia sensazione è che i timidi tentativi di cambiare rotta strizzino sempre l’occhio alla tenuta del PIL che non ad una vera rivoluzione politica che ci porti verso un futuro davvero sostenibile. Il bonus bicicletta secondo me è un esempio che calza: la bici con lo sconto, figo siamo più sostenibili e fatturiamo (PIL). Se quei soldi fossero andati a potenziare il trasporto pubblico credo che l’effetto in termini di sostenibilità e riduzione dello smog sarebbero stati più evidenti e di tendenza. 

Questa sensazione tutta personale la giro all’ospite di questa “intervista urgente”, Antonio Castagna esperto in temi ambientali ed economia circolare. 

Cosa ne pensi Antonio?

Non so se risponderti sul buono bicicletta o sulla domanda generale. Parto da quella generale per un motivo ecologico: quando vai dietro alle questioni troppo particolari ti perdi il senso. E la mia risposta potrebbe fermarsi pure qui. Voglio dire che il cambiamento lo fai con gli strumenti tecnici, con l’applicazione sulle questioni particolari, ma prima ancora interrogando il contesto e sviluppando una visione, che consente di individuare gli strumenti giusti e di regolarne il funzionamento. Altrimenti fai come me quando devo fare i lavori in casa, finisce che usi sempre gli stessi strumenti, i cacciavite sbagliati, perché prima non ho fatto l’analisi del problema. 

E il PIL?

La centralità del PIL, secondo me dipende da questo, non c’è altro orizzonte al di fuori della crescita, non c’è un altro modello di società, un altro sistema di valori, sia nelle classi dirigenti che nella popolazione. Quindi, siamo fermi qui. Il provvedimento sul bonus bici è un provvedimento emergenziale, è vero, ma niente e nessuno impediscono di farsi qualche domanda anche durante un’emergenza. E infatti qualcosa emerge, ad esempio le modifiche al codice della strada, la creazione delle zone 30 nelle città, le Regioni, compresa la Regione Piemonte, che cominciano a sviluppare piani integrati per la mobilità ciclistica. È tutto molto lento ed estremamente contraddittorio. Soprattutto però, in questo caso, mi sembra che non ci sia il coraggio di definire un orizzonte da qui a 20 anni. Risulta tutto molto confuso e annegato in una politica che sente di dover rispondere alle richieste di rassicurazione immediate. E questo non è solo colpa della politica.

Tu sei esperto di economia circolare, wikipedia la definisce così: “un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo garantendo dunque anche la sua ecosostenibilità.” Puoi farmi qualche esempio di economia circolare?

Partiamo dall’esempio e poi aggiungo qualche considerazione. Immagina di avere a disposizione una grossa scatola di Lego. Assemblando i pezzi puoi costruire qualsiasi oggetto, poi nessuno ti impedisce di smontarlo e con gli stessi pezzi di ricostruirne un altro. Questa stessa cosa puoi farla con tanti beni di consumo e potresti farla con tutti i beni di consumo se venissero progettati per essere riparabili. Prendi i computer e i cellulari, se potessero essere aggiornati in alcune parti semplicemente aprendo la scatola e installando delle parti nuove, capaci di continuare a interagire con quelle vecchia ma ancora valide. Talvolta, in effetti, si fa e questo è il mercato del ricondizionato. Ma non è un mercato dalle dimensioni significative, anche perché né i computer né i cellulari sono progettati per essere ricondizionati. Lo stesso ragionamento lo puoi fare per l’abbigliamento, ma questo implicherebbe delle norme per cui puoi produrre abbigliamento usando esclusivamente fibre naturali di qualità, perché queste resistono al tempo e continuano ad avere valore anche quando dismesse. Infine, ultimo esempio altrimenti ti ammorbo, puoi pensare che un bene passi di mano in mano, da utilizzatore a utilizzatore, senza che questo divenga mai di proprietà esclusiva di qualcuno degli utilizzatori. È il caso dello sharing, ma anche del cosiddetto prodotto come servizio, per cui in uno stabile tu potresti avere un impianto di riscaldamento che rimane di proprietà del fornitore, che ricevendo il pagamento per il servizio che rende, avrebbe anche l’onere della manutenzione. È evidente che diventerebbe suo interesse che la vita utile delle parti utilizzate si prolungasse il più possibile. Al momento tutto questo è possibile, ma è ancora poco praticato. Altra cosa è il riferimento che spesso si fa in Italia al tema del riciclo della materia prima. Quella cosa lì per me non c’entra con l’economia circolare, perché nei processi di riciclo tu devi riprocessare la materia che magari è mescolata in lega o è sporcata da altri materiali. I beni non sono cioè pensati e progettati per essere smontati separandone le parti e recuperati. Il riciclo è meglio che buttare tutto in discarica o in inceneritore, ma senza un pensiero più ampio, connesso alla progettazione e al sistema di distribuzione dei beni è solo una pezza che mettiamo su un grosso buco.

L’obiezione che viene naturale è legata ai posti di lavoro, se riciclo non produco, se non produco non creo posti di lavoro. Come si risponde a questa obiezione?

Se ricicli crei le condizioni per attivare nuove produzioni. E quindi, come dicevo prima, non cambia granché rispetto al sistema che conosciamo tranne il fatto, molto importante, che risparmi materia prima vergine. Se invece riutilizzi, ripari, ecc. allora moltiplichi per 7 i posti di lavoro creati con il riciclo. Questo dipende dal fatto che la riparazione è labour intensive, così come la gestione dei servizi di prossimità connessi alla riparazione e alla commercializzazione dei beni usati. Sono le grandi reti di produzione e distribuzione globali che riducono drammaticamente i posti di lavoro. Quelle funzionano facendo efficienza, solo che fare efficienza significa che se un bene sta a scaffale per 6 mesi allora è meglio buttarlo, perché occupa spazio e lo spazio ha un costo. È così che funzionano i grandi player del commercio on line. Questo mi fa pensare che l’efficienza non è necessariamente amica dell’ambiente e sicuramente non è amica della sostenibilità sociale. La vera fregatura è che le grandi reti globali riducono anche i prezzi al consumatore, che così si fa alleato della distruzione del contesto sociale che lo ospita. Per modificare questo equilibrio non è sufficiente appellarsi alla buona volontà del consumatore, ci vogliono visioni e norme che ridimensionino certi modelli a favore di altri.

Tu hai scritto un libro dal titolo e sottotitolo significativi: Tutto è monnezza. La mia dipendenza dai rifiuti . E in effetti adesso che c’è il porta a porta è ancora più evidente la quantità di rifiuti che riusciamo a produrre. Alcuni sono inspiegabili: confezioni gigantesche per tre croissant. Partiamo dal packaging? Una giusta tassa sul peso della confezione?

Io penso che in una certa fase storica, l’enfasi sui rifiuti e sulla raccolta differenziata nel dibattito pubblico sia stata necessaria. A questo punto però sappiamo molte cose in più che dovrebbero aiutarci a ridefinire le politiche: 1) Limitare il packaging è tanto più possibile quanto più sono ravvicinate le distanze tra chi produce e chi consuma ed è ridotta la quantità di beni a lunga conservazione (il che significa intervenire sugli stili di vita, non certo sulla riduzione di impatto del packaging con 1 grammo in più o in meno di plastica); 2) Puntare su un packaging riutilizzabile come il vetro a rendere richiede la disponibilità di logistiche di ritorno efficaci e ravvicinate nello spazio tra luogo di vendita e luogo di raccolta e lavaggio. Oltre i 100 km costa troppo e da un punto di vista ambientale non è conveniente rispetto al packaging usa e getta in materiale plastico; 3) Esistono dei produttori di rifiuti che potrebbero essere del tutto eliminati, ad esempio le cassette di frutta e verdura usa e getta dei mercati per i quali sono stati pensati progetti ed azioni ad hoc che però, misteriosamente, non sono mai andati in porto; 4) Alcuni beni come i detersivi potrebbero essere distribuiti in formato sfuso se solo il conferimento dei flaconi in HDPE fosse tassato adeguatamente; 5) i croissant sono buoni quando sono freschi e fatti artigianalmente.

La pubblicità, ormai di molte aziende, strizza l’occhio all’ambiente e alla sostenibilità. Solo marketing o c’è anche un cambiamento di tendenza reale?

Dipende. Diciamo che la questione è discutibile anche quando l’approccio è serio.  Ad esempio, è vero che le auto e le moto elettriche riducono l’emissione di CO2, ma non riducono l’intasamento, né modificano lo stile di vita delle persone e il modello di convivenza urbano. Inoltre, l’accaparramento del materiale necessario per produrre le batterie è fonte di ingiustizie e violenza. È piuttosto facile diventare green sulle spalle degli altri. Oppure c’è il caso dei produttori di carne vegetale tipo Beyond meat. È vero che è un prodotto derivato esclusivamente da ingredienti vegetali, ma questi subiscono trattamenti industriali che consentono di estrapolare determinate proteine o aromi, scomponendo i legumi e gli altri ingredienti da cui sono composte. Un processo che è fuori dal controllo dei produttori e dei consumatori, che crea ulteriore distanza tra il consumatore e il prodotto finito, in un settore, quello del cibo, che è rimasto uno dei pochi in cui al consumatore, direi meglio al cittadino, è consentito entrare in contatto con i produttori e i processi produttivi. Detto questo, ci sono anche casi interessanti, i servizi di car sharing, ad esempio sono interessanti.

A pochi passi da dove abitiamo c’è il negozio di un’azienda, Ri-Generation, che rimette sul mercato elettrodomestici rigenerati. Un classico esempio di economia circolare. E’ una realtà isolata o è una tendenza che si sta diffondendo?

È una tendenza che potrebbe diffondersi molto se venisse generato un ecosistema (oramai i saputi parlano così) coerente. Al momento esistono solo pochi elementi di coerenza. In Francia, per esempio la rete Envie funziona bene, grazie al fatto che lo Stato la sostiene in quanto rete di attori che hanno come obiettivo l’inclusione sociale attraverso il lavoro. La riparazione e la vendita di beni usati, tra cui gli elettrodomestici ricondizionati, fa parte di un progetto che coniuga ambiente e inclusione sociale. Funzionerebbe ancora meglio se i produttori di elettrodomestici progettassero i beni in modo che le parti fossero facili da smontare separatamente, invece che in monoblocchi.

L’economia circolare e la sostenibilità mi fa pensare alle filiere dei prodotti agricoli che iniziano dal raccolto e passando attraverso la calibratura, la pulizia, la lucidatura e poi grossista, trasportatore e così via arrivano sui mercati. E’ calcolabile  la quantità di rifiuti e di inquinamento che questo comporta? E quale dovrebbe essere l’alternativa?

La quantità di rifiuti prodotta da questi processi è calcolabile e calcolata. A me però non convince l’analisi degli sprechi per segmento della filiera. Cioè, sapere che il 2,5% si spreca nella distribuzione e il 42% in casa, non mi aiuta a capire che la fonte dello spreco è il sistema di commercializzazione e approvvigionamento, e che per quanto puoi limare il dato, il fatto decisivo è che il modello di acquisto in cui mi accaparro cibo fresco e a lunga conservazione una volta alla settimana al supermercato, non può che produrre sprechi. L’alternativa per me è appoggiarsi su reti di prossimità e prestare attenzione al valore del cibo e del lavoro che lo produce. Però sappiamo tutti e due che, di nuovo, senza un intervento regolatore, queste resteranno pratiche per persone relativamente benestanti, con un po’ di tempo a disposizione, una conoscenza sia pure approssimativa dei sistemi e una rete solida di conoscenze capace di aiutarti a cominciare quello che è ogni volta un viaggio di scoperta dei prodotti e dei produttori.

Greta Thunberg è ammirevole ed è riuscita a smuovere parte delle nuove generazioni, basta? Non pensi che rischi, in questa epoca di cicli brevissimi, che tra un po’ si dissolva il suo carisma? In altre parole senza un impegno, direi ideologico, della politica non ne usciamo. 

Senza un impegno direi ideologico della politica non ne usciamo. Senza la politica non ne usciamo. Non ne usciamo.

Grazie per la chiacchierata, spero sia utile.

Adesso il libro da dedicare ad Antonio come consuetudine, il libro è Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale di Stefano Mancuso e Alessandra Viola (Giunti). E’ un libro che metterebbe in crisi un vegetariano e che leggerlo dovrebbe insegnarci ad avere il giusto rispetto e la dovuta attenzione a quella parte di pianeta che stiamo distruggendo. Prima che sia troppo tardi.

 

Posted under: Arturo, Emergenza e Futuro, le interviste

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