Augusto Montaruli

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Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

“Benedetta sia la luce che ci illumina il cammino” canta Federico Sirianni (Il Santo). Aggiungerei in questi tempi bui. “E benedetta la complicità che unisce le persone” conclude la canzone. E la complicità cerco di provocarla con questa intervista doppia invitando Elena Aimone (attrice) e Federico Sirianni (cantautore, si può ancora dire?).
Perché un’attrice ed un cantautore? Perché anche loro sono vittime dell’emergenza (occorre sostenere la cultura e lo spettacolo) e della mancanza di luce che illumina il cammino (la visione del futuro).

Inizierei da una domanda che mi frulla per la testa da un po’. C’è una distinzione netta tra cultura e spettacolo, lo si vede sui quotidiani dove ci sono pagine dedicate alla cultura e pagine dedicate allo spettacolo. Questo a mio parere porta a visioni differenti sia nella gestione dell’emergenza e che del futuro. Cosa ne pensate?

Rispondo con una citazione del premio Nobel Kenzaburo Oe “Io sono convinto che l’atto stesso di esprimersi contiene in sè un potere di guarigione e che gli effetti benefici di questo potere non si ripercuotono solo su chi si esprime, ma anche su tutti coloro che fruiscono di ciò che viene espresso. Questo è il misterioso potere dell’arte.”Penso che il teatro in Italia debba tornare a coprire una funzione sociale e didattica, in questo senso culturale. In relazione stretta con il mondo reale. Credo che questa situazione, e il tempo di pandemia, ci stiano mettendo a dura prova, ma siano  l’occasione per vedere con una lente d’ingrandimento le criticità già presenti, per poi  distruggere e ricostruire la struttura ed il meccanismo inceppato. Per poter ridare dignità alla parola artista, teatro e cultura, ormai da troppo tempo associati a forme di intrattenimento e di potere è necessario trasformare e trasformarci.Tutto questo richiede  pazienza, forza ed energia per immaginare, lottare, ricordandosi che nessuno si salva da solo, in un diaframma tra resistenza e prima linea, tempo per osservare e tempo per partecipare, per  riportare noi ed  il pubblico a desiderare e far parte di un atto creativo collettivo.

Credo che, più che a visioni differenti, questa distinzione porti paradossalmente  a una confusione dei significati e dei contenuti. Cultura e spettacolo non sono termini dicotomici, contrastanti, tutt’altro. Penso ai grandi varietà del sabato sera nella televisione pubblica degli anni sessanta/settanta, quando il balletto di Raffaella Carrà o delle Kessler si alternava a un duetto Mina-Gaber o alla presenza in prima serata di cantautori come Endrigo o De Andrè o addirittura Ciampi che, ai tempi attuali, non farebbero sostare nemmeno in portineria. Ultimamente c’è invece, anche da parte dei media e, soprattutto, dalle istituzioni, un’uniformità di significato tra cultura e spettacolo, o meglio, intrattenimento. E’ superfluo che porti esempi di questo errore di pensiero che, nella gestione emergenziale di questi tempi cupi, ha messo sullo stesso piano il Billionaire e La Scala, ma è proprio da comportamenti e azioni di questo tipo che traspare una imbarazzante carenza di cultura proprio nel riconoscerla e comprenderla. Figuriamoci a gestirla.

Voi vi siete esibiti su palcoscenici molto diversi. Elena da Segesta ai cortili torinesi; Federico dal Premio Tenco a Luna’s Torta. E’ parte del vostro lavoro o è trovare alternative in tempi di magra? (io lo trovo bellissimo, comunque).

Credo che qualsiasi atto creativo sia conseguenza della manifestazione di un desiderio. Mai come oggi mi viene da dire che i conti non tornano, in tutti i sensi e per molti aspetti. Sicuramente per gli artisti, come per molti è un momento duro e si cercano soluzioni, che magari solo fino a poco tempo fa non avremmo preso in considerazione.  Mi viene in mente l’immagine del tao con il bianco che contiene sempre un punto nero e viceversa. Si parla spesso di crisi, come peggioramento di una situazione, ma crisi  deriva senza dubbio dal verbo greco krino che significa separare, discernere. Credo fosse associata alla trebbiatura, in cui si separavano il chicco dalla pula, si sceglieva cosa tenere e cosa lasciare andare..Questa metafora, che mi riporta a mio nonno Michele, per dire che mi sembra un momento sospeso, di transizione, che dà la possibilità di osservare, lasciare ciò che non serve e scegliere quello che sembra necessario, bello, vitale. E se il teatro in tutte le sue manifestazioni nasce come specchio della società, della società deve parlare e alla società tornare.Per cui viva Segesta, viva i grandi i piccoli teatri, viva le librerie, e i cortili che recuperano la tradizione del trebbo e viva tutte le possibili trasformazioni.

A essere sincero non mi aspettavo, dopo molti anni di lavoro duro e complicato, di chilometri e chilometri su qualunque mezzo di locomozione in ogni parte d’Italia a fare il “commesso viaggiatore” delle mie canzoni, dopo essermi costruito un mestiere che, pur non essendo mainstream, mi permettesse di vivere abbastanza bene (e sono uno dei pochissimi in Italia a farcela) e crescere senza particolari sacrifici una figlia, di trovarmi completamente privato della mia attività vitale. Ma, per rispondere alla domanda, più che un cantautore mi ritengo un equilibrista, per cui l’ultimo dei miei problemi e reinventarmi o trovare strategie di sopravvivenza per continuare a camminare su quel filo dove sto da sempre.

L’emergenza è rappresentata dai ristori governativi, il futuro? Cosa occorre fare per dare dignità al vostro lavoro e fare in modo che arrivi ad un pubblico il più vasto possibile?

Credo che in questa situazione ognuno stia tentando di fare del suo meglio, ma questo decreto mi sembra più che altro un  modo per “mettere una pezza” su un vestito già molto rovinato. I lavori perduti, nella maggior parte dei casi,non verranno recuperati, ci sono intere tourneè completamente cancellate, produzioni  che saltano, piccole realtà virtuose che stentano a restare in vita, bandi vinti che richiedono attività in presenza che non possono partire e la sensazione è, a ben guardare, un non riconoscimento  prima che economico, di valore, come categoria. La salute, in un momento come questo, di emergenza, viene prima di tutto, certamente, ma ci sono molte incongruenze che lasciano perplessi. Concordo con alcuni colleghi sulla necessità di aprire un tavolo permanente con il Ministero dei Beni culturali e quello del Lavoro in modo che ci possa essere un riconoscimento  sul piano dei diritti e tutele per i lavoratori dello spettacolo, come per tutte le altre categorie. 

Vorrei che fosse chiaro che, per quel che mi riguarda, il “ristoro” (tra l’altro mi piacerebbe fare una chiacchierata con il copywriter che inventa queste terminologie) è nulla più che un’elemosina. Come altri colleghi e altri lavoratori di categorie particolarmente colpite da questa situazione, ho perso quantità di lavoro e denaro piuttosto significative a cui gli spiccioli del ristoro non possono assolutamente rimediare. La condizione attuale però ci racconta in tutta la sua durezza alcune realtà: la fragilità di un mestiere che il nostro Paese non riconosce più come tale ma, appunto, solo come “intrattenimento”, ovvero qualcosa di superfluo rispetto alle priorità produttive e consumistiche dell’individuo medio ma, soprattutto, la nostra incapacità – e per nostra intendo quella di noi addetti ai lavori – di renderlo credibile e necessario. Sarebbe un discorso lungo, ma penso che ci sia bisogno di una riflessione collettiva sul lavoro artistico, a partire proprio da chi lo svolge e con cui (finora) ci ha vissuto. Ma non vedo, da questo punto di vista, ancora la luce in fondo al tunnel. Come diceva l’amico Freak Antoni, il tunnel ce lo stiamo arredando.

Adesso c’è un’offerta legata al mondo dello spettacolo e della cultura vastissima, mai vista prima, soprattutto in streaming e in tv con canali dedicati. Vi chiedo se questa offerta, che voi sappiate, allarghi la platea oppure no. Nel senso che io penso che i “pubblici” si stiano specializzando e fossilizzando sulle singole offerte. Come si arriva a tutti con la qualità?

Rispetto all’offerta streaming e tv, non mi rendo ancora bene conto che mercato possa esserci, non  so se sia questa la soluzione. Sicuramente uno strumento da esplorare. Considero l’atto teatrale, un rituale laico, una pratica, un’azione che avviene nel qui ed ora, uno strumento di catarsi ed elaborazione delle emozioni, anche quelle più violente. La storia la raccontiamo non al, ma con il pubblico, e a seconda della risposta che riceviamo cambierà anche il nostro modo, in quanto attori, di comunicare. Più difficile con il filtro dello schermo.  Poi tutto è possibile ed esplorabile, ma diventa certamente un’altra cosa. Mi è più facile pensare di andare di cortile in cortile che non di streaming in streaming… per ora. Penso che il teatro dovrebbe essere trattato al pari della scuola, anche questione presenza. Sul come arrivare ad un pubblico più vasto è una buona domanda con cui stare in relazione e continuare ad  interrogarci.Certamente il movimento è andare verso, i cortili come tu ben sai Augusto, sono stati un felice esempio.

A essere sincero, non vedo questo strabordare di programmi culturali. Se non ricordo male di recente c’era l’idea in Rai di chiudere il canale dedicato alla Storia per assenza di share. Il “Netflix della cultura” immaginato dal ministro Franceschini è un’idea totalmente improvvisata dettata dalla necessità di rispondere (un po’ a caso e senza alcun progetto concreto e sensato, mi permetto di considerare) alle istanze dei lavoratori dello spettacolo. La risposta alla domanda è che non si arriva a tutti con la qualità. Non è obbligatorio né necessario. Ma è importante che, chi vuole assistere a eventi di qualità, abbia possibilità di farlo. E allora, più che inventare soluzioni bislacche in momenti di emergenza e panico, sarebbe utile ripensare, quando sarà di nuovo possibile proporre eventi dal vivo. a modalità sostenibili dedicate a quella stragrande maggioranza di persone che lavorano nella cultura e nello spettacolo, che non sono mainstream, ma rappresentano il grande humus che muove, in questo ambito, pubblico ed economie reali, per economie reali intendo che generano un’autosufficienza, non fondi o contributi istituzionali.

Un’idea,  un concetto sperando, come cantava Gaber, non resti un’astrazione per il futuro del vostro settore?

Perché un’idea non resti solo un’idea, per mangiarla.. come dice Gaber noi artisti dobbiamo metterci in cammino.Fa parte del nostro ruolo, aprire piste, fornire nuovi punti di vista.Dobbiamo andare dal re e chiedere una barca per andare su un’isola sconosciuta che ancora non esiste sulle mappe, come dice Saramago. E convincerlo. Seguo da un po’ di anni un progetto che mi sta molto a cuore Wanderlust-teatro affido, e con i miei compagni di viaggio e i ragazzi lavoriamo molto sui sogni e sull’importanza di renderli reali.Partirà  un progetto che si chiama Acchiappasogni che per noi sarà una nuova avventura piena di senso. A proposito di idee concrete ed un buon utilizzo dei social media farò parte del progetto Argo proposto dal Teatro Stabile di Torino. Un viaggio che sembra una variazione comunitaria in tema di streaming. Un centinaio di persone coinvolte tra attori, tecnici, registi, editor e social media manager. L’obiettivo è quello di supportare la coesione della comunità artistica, promuovere la formazione su tecnologie digitali e lavori innovativi.Saranno elaborati oggetti digitali politici,come un manifesto, un podcast, una mappa concettuale, una campagna di comunicazione da testare direttamente poi con la comunità dei cittadini. La nave Argo partiva alla ricerca del vello d’oro… mi sembra una buona metafora.

Quello che dico spesso durante i miei concerti: “Ricordatemi da vivo”.

 

 

Che dopo è tardi aggiungo io. Grazie a tutti e due per la disponibilità e a presto dal vivo.

Tocca al libro, questa è un’occasione per fare un esercizio non facile: abbinare il libro alle mie vittime, oltre a proporre libri che mi sono molto cari. Restando nel mondo dello spettacolo, anzi delle arti che è meglio, vi dedico “A spasso con Groucho” di Irving Brecher e Hank Rosenfeld. Irving Brecher è stato uno dei più grandi sceneggiatori di Hollywood. Per darvi un’idea, Groucho Marx definiva Brecher “la lingua più perfida del west” e Brecher definiva Groucho “Era un compagno semplicemente pericoloso. Una minaccia. La sua lingua era un missile fuori controllo. Peggio che nei suoi film”. Federico poi passalo a Giorgio Olmoti. Leggetelo, aiuta anche a trascorrere questi giorni chiusi in casa.

Posted under: Arturo, Emergenza e Futuro, le interviste

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