Una storia di gentilezza
Questa è storia di gentilezza, di umana gentilezza, di occhi che si guardano. Una storia di solidarietà che sfida paura e pregiudizi. E con una bicicletta che sta lì a osservare gli sguardi… come dovremmo fare tutti noi.
Grazie a Massimo Gaidano per averceli raccontati quegli sguardi e e quegli abbracci. Gianmaria Testa di questa storia ne avrebbe scritto una delle sue struggenti canzoni facendo felice Massimo.
Maria è un nome, per ovvie ragioni, fittizio.
Maria, una giovane donna che vive per strada
Maria è una giovane donna che vive per strada. Forse di origine etiope, ha lineamenti regolari e profondi occhi neri, alta e slanciata.
Maria sarebbe una bella ragazza se gli accadimenti della vita non avessero stropicciato il suo viso, segnato la sua bocca, reso il suo sguardo malinconico.
Mi avvicina mentre esco da un negozio e mi dice: “sono due giorni che non mangio, per favore hai qualcosa da darmi?”
Mi guardo nel portafoglio, ma ormai giro senza contanti. “Posso andare a prenderti qualcosa da mangiare se vuoi. Cosa ti farebbe piacere?”.
“Qualsiasi cosa va bene, mangio tutto” mi risponde guardandomi con occhi neri pieni di tristezza.
Sto per prendere la bicicletta per andare alla ricerca di un bar, ma lei aggiunge:
“Torni, vero? Non è che te ne vai?”.
Mi fermo, lego di nuovo la bici al palo e la rassicuro:
“Non ti preoccupare: lascio la bicicletta qui, così sei tranquilla che torno”.
Vado a un supermercato lì vicino, prendo una baguette appena sfornata, una confezione di petto di pollo arrosto, dei tramezzini al tacchino, una bottiglia d’acqua da due litri. Rientro, lei è lì che mi aspetta di fianco alla bicicletta. Mi viene incontro, sorride con la sua bocca accidentata, ringrazia e prende tutto con entusiasmo, come se le avessi portato ostriche e champagne.
Mi chiede: “Come ti chiami? Posso abbracciarti?”
Le dico il mio nome e faccio cenno di sì con la testa: mi stringe forte. Ho una vecchia mantellina da pioggia nelle borse della bici e le previsioni danno pioggia forte anche nei giorni a seguire. La prendo e gliela offro:
“Maria, prendila se ti serve”
“E tu come fai?”
“Non ti preoccupare, ho dietro una giacca a vento. Per tornare a casa va più che bene”.
Mi abbraccia di nuovo, forte. Sembra felice per un ordinario gesto di gentilezza.
Slego la bicicletta e salgo. La saluto, lei risponde con un gesto della mano e, constatando un mio precario equilibrio sul sellino, aggiunge:
“Fa’ attenzione”.
“Abbi cura di te” le raccomando mentre mi allontano.






