Augusto Montaruli

Le interviste urgenti: Federico Fornaro, deputato

La pandemia è una sorta di cartina di tornasole che ha evidenziato e aumentato i drammi sociali, un sistema economico e ambientale che non regge più da tempo ormai. I poveri stanno aumentando drammaticamente e non si può vivere di pacchi alimentari che decine e decine di volontari del mondo laico e confessionale stanno distribuendo. L’ascensore sociale è come il treno dei desideri della canzone di Conte (avvocato anche lui ma artista e non primo ministro). Il commercio di prossimità in crisi rischia di desertificare i quartieri delle città. La politica regge l’emergenza, ma non mi sembra si assuma la responsabilità di progettare il futuro. Se lo fa non si percepisce.

Giro queste mie considerazioni a Federico Fornaro, capogruppo LeU in Parlamento, con il quale condivido una tessera di partito (Articolo 1), un passato nella stessa azienda (la Giulio Einaudi editore) e un luogo tra il Piemonte e la Liguria che fu dimora di Terracini.

Federico cominciamo con l’ascensore sociale. Le possibilità che un figlio di operai possa laurearsi ed aspirare ad una professione diversa da quella dei genitori stanno drammaticamente diminuendo. Non pensi sia il dato più preoccupante?

Insieme al drammatico allargamento dell’area della povertà a partire dalla crisi del 2008, il blocco del cosiddetto “ascensore sociale” è certamente uno dei fattori di diseguaglianza maggiori e più preoccupanti della nostra società. È inaccettabile che se entrassimo oggi in un reparto maternità e trovassimo due mamme, sulla base del livello di reddito e di percorso scolastico loro e del marito, saremmo in grado di stimare, con buona approssimazione, quale sarà il futuro lavorativo e il reddito dei due neonati. Far ripartire l’ascensore sociale dovrebbe essere il primo punto dell’agenda di una moderna sinistra.

I fondi europei oltre che a rimettere in piedi la sanità dovrebbero creare lavoro innanzitutto, ma non pensi che il lavoro sia da ripensare? Nel senso che non può essere come prima.

Dopo il Covid 19 nulla sarà come prima, perché questa pandemia ha messo in discussione le nostre (false) certezze e esasperato tutti i nodi irrisolti a cominciare proprio dalla frammentazione dei contratti che regolano il mercato del lavoro e dalla farraginosità del sistema degli ammortizzatori sociali. In troppi settori precarietà è sinonimo di una parola che dovremmo ricominciare ad usare maggiormente perché fotografa purtroppo la realtà. Questa parola é sfruttamento. La rivoluzione digitale, poi, torna a riportare nell’agenda politica il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e stipendio. Ripartire dal lavoro è quindi assolutamente urgente e necessario: un lavoro giusto ed equo.

Alla luce della pandemia, non pensi debbano essere riviste le competenze delle regioni a partire dalla sanità?

Non bisogna dimenticare, come invece avviene nell’odierno dibattito pubblico, che la competenza delle Regioni in materia sanitaria risale alla legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale del 1978 e non alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001. L’emergenza sanitaria Covid 19 ci dice che non possiamo permetterci il lusso di avere 21 sistemi sanitari con differenti modelli e differenti standard di qualità dei servizi erogati ai cittadini. La soluzione è quella di un un ruolo forte dello Stato negli indirizzi, nei protocolli e nei controlli fermo restando la competenza regionale. Credo invece che si debba fare un bilancio critico della scelta di aziendalizzazione, ovvero del modello fondato sulle Aziende sanitarie locali che hanno favorito la competizione a danno della collaborazione cooperativa.

A proposito di lavoro, le città possono essere volano di sviluppo provando a ripensarle partendo dalla sostenibilità e dai servizi di prossimità (commercio compreso)

Da tempo le città sono il motore dello sviluppo e dell’innovazione. La politica deve però lavorare a “ricucire” la frattura crescente con le aree periferiche e marginali. La sfida della sostenibilità non può che partire dalle città e in questa prospettiva, legata anche all’invecchiamento della popolazione, i servizi di prossimità (commercio compreso) possono e devono svolgere un ruolo fondamentale e strategico, a condizione di accettare la sfida dell’innovazione e della centralità del cliente consumatore responsabile.

Tornando nei tuoi luoghi, quella zona del Piemonte (bellissima per inciso) è stata oggetto di frane ed esondazioni. Riusciremo con i fondi europei ad iniziare finalmente a mettere in sicurezza il territorio?

Non abbiamo alternative. Senza un grande piano di cura del nostro territorio fragile e malato ad ogni pioggia saremo a contare danni materiali e non solo. I fondi del Recovery plan devono servire anche a finanziare questi investimenti per la messa in sicurezza di rii, torrenti, fiumi, colline e montagne. 

A proposito di frane ed esondazioni, se il PD è un pullman dove si sale e si scende, a sinistra del PD se non è un pullman è un pulmino. Serve più generosità politica e, soprattutto, come vedi una federazione di sinistra che condivida valori irrinunciabili?

Nel passato le federazioni a sinistra (e non solo) non hanno mai funzionato. La questione su cui interrogarsi è un’altra: qual è la dimensione organizzativa e politica ottimale per affrontare le questioni epocali evidenziate anche in questa intervista. Non credo che la frammentazione attuale sia la risposta migliore e più efficace, così come lo stesso Pd non ha certo raggiunto gli obiettivi che si era dato alla sua fondazione nel 2007. Sarebbero necessari umiltà e generosità: merci rare di questi tempi.

Infine ti ricordo la questione degli irreperibili, gli ultimi degli ultimi. Cancellate quella legge, diamo la possibilità di rifarsi una vita a chi adesso dorme sotto i ponti. 

La riscrittura dei decreti sicurezza rappresenta un passaggio fondamentale per un cambio nella gestione delle politiche d’accoglienza, superando una logica, quella della Lega di Salvini, interessata ad alimentare le paure e non certo dare risposte a una sfida epocale come quella dei flussi migratori. All’interno di questa nuova cornice è necessario affrontare anche il problema degli irriperibili: è una questione di civiltà non semplicemente politica.

Tu hai scritto un libro su un giovanissimo partigiano: “Aria di Libertà – Storia di un partigiano bambino” (Le Mani editore). Un libro commovente e che racconta la scelta di un giovanissimo partigiano.

 

Per restare in argomento ti dedico un’altra scelta, quella raccontata da Tierno Monénembo con il suo romanzo “Il terrorista nero” (Nuova Editrice Berti). E’ la storia Addi Bâ Mamadou, guineano che fu tra i primi maquisards dei Vosgi. Come sai le scelte giuste non hanno età e nemmeno colore.

Qui le altre interviste: elenco

Interviste urgenti, l’elenco

Dopo le interviste possibili, nate dalla noia di quanto si legge sui giornali sulla politica torinese, avendoci preso gusto riprendo ad incontrare persone interrogandoli sui temi, sempre politici, del perenne stato di emergenza – il Covid ne è l’esempio drammaticamente reale, e della mancanza di visione del futuro. 

In questo paese, e non solo, c’è una sorta di sindrome dell’emergenza, sindrome che ci costringe a lavorare e pensare all’oggi e non al futuro. L’elenco delle emergenze è lungo, a volte sono reali, a volte sono dettate dalla convenienza politica del momento. Emergenza è una parola che appare spesso sui titoli e sugli approfondimenti della stampa e dei talk show, raramente, invece, appare la parola futuro. Se qualcuno prova a cambiare prospettiva la riposta è sempre la stessa: ci sono altre priorità.

Ecco l’elenco delle interviste pubblicate ad oggi. Le interviste come le precedenti saranno poi riportate su un PDF e un EPub e scaricabili.

Interviste urgenti: Mario Nejrotti, medico

Interviste urgenti: Antonio Castagna, esperto politiche ambientali

Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

Interviste urgenti: Eleonora Averna, insegnante

Le interviste urgenti: Ferruccio Capitani, architetto paesaggista

Le interviste urgenti: Giorgio  Ardito, militante

Le interviste urgenti: Roberto Mezzalama, esperto di politiche ambientali

Le interviste urgenti: Cristina Conti, suora

Le interviste urgenti: Roberto De Michelis, sindacalista

Le interviste urgenti: Federico Fornaro, deputato

Qui trovate le Interviste possibili

Qui potete scaricare l’ebook 

Qui potete scaricare il pdf

 

Le interviste urgenti: Roberto De Michelis, sindacalista

Gli anziani tornano in prima pagina solitamente quando c’è un’emergenza, un classico è l’emergenza caldo: ricordate l’ex cavaliere che li invitava a trascorrere il loro tempo nei supermercati? Possibilmente nei pressi del reparto surgelati. La pandemia li ha riportati in prima pagina e sulle TV: i morti nelle case di riposo, la solitudine, le fragilità fisiche, psicologiche ed economiche. Gli over 60 in Italia sono ormai il 30% della popolazione, hanno superato gli under 30 e di loro si parla, appunto, come un problema: quando fa caldo, quando c’è una pandemia. Oppure li si considera garantiti perché hanno una pensione (manco fossero tutte d’oro) contrapponendoli alle partite iva e ai precari, mettendo giovani contro anziani. Credo invece che gli anziani debbano essere considerati una risorsa che può (e deve) dare un contributo per costruire il futuro per e insieme alle nuove generazioni.

Ne discuto con Roberto De Michelis segretario dello SPI CGIL di San Salvario. Roberto guida una sezione molto attiva sul territorio che non si limita alla tradizionale attività di consulenza fiscale e patronale, ma organizza eventi, incontri e collabora con le altre realtà del quartiere. Dalla parrocchia alla Case del Quartiere, per dirne due.

Roberto, cosa ne pensi di questa visione dell’anziano come peso della società? Problema o risorsa?

Chi la pensa così probabilmente ha paura d’invecchiare e non comprende che ogni fase della vita è bella e va vissuta al meglio. Prova ad immaginare una città senza anziani, senza la traccia che hanno lasciato, se guardi un albero del Valentino, quelli più grandi ed imponenti, devi sapere che qualcuno prima di te li ha piantati per goderseli e per farteli godere. Altro che peso! No, sono una grande risorsa, la memoria vivente della nostra vita, fosse anche solo per i loro racconti andrebbero onorati e comunque aldilà di qualche cretino che ci considera un peso debbo dire che c’è rispetto e riconoscenza. Inoltre tutto ciò va ricordato e rimarcato ancor di più oggi che gli anziani stanno pagando un prezzo altissimo con la pandemia.

Non pensi occorra favorire l’incontro tra generazioni? Ti faccio un’esempio: il centro di incontro in realtà è un centro di incontro ma per e tra gli anziani. Non sarebbe meglio fosse un vero centro di incontro aperto a tutte le generazioni per evitare una sorta di ghettizzazione?

Ci sono luoghi che per loro natura, penso alla nostra Casa del Quartiere, sono incontro naturale tra le generazioni, è necessario un approccio culturale diverso che consideri lo “scambio” un modo di essere. Se i centri d’incontro sono pensati come luogo dove gli anziani vanno per abbandonarsi ai ricordi e lasciar scorrere la vita allora non possono che essere luoghi dove si gioca a carte e basta! Ma il gioco delle carte, splendido passatempo, non può essere l’unica attività. La parola “incontro” va utilizzata per il suo significato quindi i “centri” devono essere parte di una visione delle amministrazioni sugli anziani. I “centri” devono favorire l’incontro tra generazioni e generare occasioni d’interesse: tanti luoghi (ricordi il gioco delle linee sulla settimana enigmistica che da un punto all’altro alla fine tracciavano un disegno) uniti da un disegno, quel disegno è una politica verso la generazione più grande. In altre parole politiche per le persone per la nostra città dove, a prescindere dalle generazioni, tutti  insieme diamo il nostro contributo. Questo modo di essere già è presente in modo spontaneo, pensa al nostro quartiere ed alla moltitudine di associazioni che vi operano. Uniamo i puntini, diamogli una mano ovvero visione e risorse ed il gioco è fatto.

Voi avete svolto un grande lavoro di denuncia e di documentazione su ciò che è capitato in questa pandemia nella case di riposo. E’ il modello insieme alla gestione che ha portato a questo?

La pandemia? Da subito si è detto che il Covid-19 avrebbe attaccato gli anziani  e sopratutto i più fragili tra loro, e chi sono i più fragili? Certo non degli esseri astratti, degli anonimi, no no, sono persone in carne ed ossa che nel loro percorso di vita hanno incontrato malattie che nel tempo si sono cronicizzate. Sono morti in tanti, tantissimi! Troppi! Molte morti potevano essere evitate, dovevano essere evitate. Il mio sindacato nazionale SPI-CGIL ha già dichiarato che si costituirà parte civile nei processi che ci saranno per ciò che è successo in alcune case di riposo. Guarda Augusto quello che è successo nella prima ondata del virus purtroppo non è neanche servito da monito per il dopo, anche nella seconda ondata e i contagiati nelle “case di riposo” sono tantissimi, in tutto il Piemonte dal 2 al 21 ottobre ci sono stati migliaia di positivi. Ed è bene dire con chiarezza che le “case di riposo” in realtà si chiamano e sono Residenze Sanitarie Assistenziali, luoghi dove vanno le persone che non possono avere l’assistenza necessaria a casa e neanche possono stare in ospedale perché non c’è guarigione ma solo mantenimento. Non sono ospiti, come qualcuno continua a chiamarli, di un albergo. Fragili tra i fragili. Ma quanti sono i fragili tra di noi, oltre le RSA c’è tutto un mondo che stenta ad emergere. Penso a tutte quelle persone di una certa età affetti da pluripatologie e non che sono a casa molto spesso da sole, nella nostra circoscrizione (dati 2018 ufficio statistiche comune di Torino) gli over 75 sono 4.625 e ben 2.118 vivono soli e in gran parte sono donne, le più indifese e con redditi inferiori agli uomini mediamente del 25%. Tanti numeri ma sopratutto tante vite, tante persone volendo potrei andare più nel dettaglio per fasce di età, ma so bene che i numeri annoiano permettimi di citarne ancora due gli over 90 che vivono soli in circoscrizione sono 1.255 e in tutta la città 7.794 una città nella città. Persone!

Vanno ripensate le case di riposo? Io ho in mente quelle presenti in alcuni comuni tra Langhe e Roero. Molte nascono da lasciti che di fatto impongono la creazione della casa di riposo nel comune. Hanno un numero limitato di ospiti, sono inseriti nel contesto sociale, alcuni ci vanno per scelta senza cambiare le abitudini di vita. Sono realizzabili in un contesto di quartiere? Inoltre aumenta la speranza di vita e si rimane figli diventando nonni. Occorre badare ai genitori e nello stesso tempo dare una mano quando arriva un nipotino.  Occorre ripensare tempi spazi e servizi?

Vanno ripensate? Certamente si, sia come luoghi di cura ed assistenza ma anche come parte del disegno di politiche per la terza età, il disegno di cui parlavo prima. Nelle Langhe come dici tu, come nei piccoli centri sono luoghi inseriti in un contesto sociale ben definito, in grandi città è più difficile, ma la politica serve per affrontare le sfidi difficili quelle facili siam buoni tutti. La stella polare da seguire è che stiamo parlando di persone, non numeri, con un vissuto, emozioni, esperienze e diritti. Vanno sicuramente ripensati gli spazi ed i servizi, la medicina territoriale di cui tanto si parla stento a vederla o perlomeno non la vedo nei numeri e nei servizi di cui ci sarebbe la necessità stante la situazione. La pandemia ha messo in evidenza la fragilità di tutto il sistema sia quello sanitario che quello assistenziale, poca Assistenza Domiciliare Integrata, molto al disotto dei parametri  richiesti dal ministero, devo ancora capire come sono stai usati i denari del Decreto Rilancio dedicati alla sanità e poi perché l’assistenza a casa demandata al comune con le politiche sociali è stata tolta alle circoscrizione ed accentrata in comune quando il decentramento è uno degli elementi fondamentali per stare vicino alle persone? In questo contesto di gran debolezza del sistema perché non si utilizzano le risorse del MES per potenziare/riformare la sanità territoriale. E’ un mistero del quale prima o poi qualcuno sarà chiamato a render conto. Di un nuovo welfare c’è assoluto bisogno e dovrà attingere a tutte le risorse, non solo materiali, presenti sul territorio. Penso allo straordinario mondo del no-profit e della cooperazione, al volontariato, all’associazionismo alle parrocchie e di tutte le persone di buona volontà, della sanità e delle politiche sociali pubbliche.

“Non è un mondo per giovani” si dice? Ma è vero. Se vado a fare la media dell’età degli ultimi 9 presidenti del consiglio scopro che fa 56 anni (Berlusconi e Amato l’alzavano parecchio), se la calcolo con gli ultimi 4 fa 50.  Marchionne è diventato amministratore delegato a 51 anni. E potrei andare avanti con molti altri esempi. E’ colpa dei “vecchi” che non si fanno da parte o del sistema che ti tiene precario a vita?

Hai ragione in politica occorre far spazio alle giovani generazioni o per meglio dire bisogna lasciare a casa i “vecchi tromboni” e valorizzare coloro che hanno una visione non legata al proprio IO ma al bene comune. in ogni caso con la logica che ho provato a delineare in questa intervista deve essere promossa la partecipazione alla formulazione delle proposte che abbiano al centro “le persone”, tutte le generazioni hanno cose da dire ma come per ogni attività della vita c’è un tempo per ogni cosa.

Quando si tornerà a ballare in via Morgari? 

Ballare? Ma quanto ci mancano le attività alla Casa del Quartiere, davvero tanto! Il ballo è stato è sarà un formidabile momento di aggregazione, le nostre feste, le gite, i pranzi, i dibattiti , gli incontri sulla “buona alimentazione”, lo yoga facile per la terza età il salotto letterario sono momenti dove ognuno di noi si è ritrovato. Tutto sospeso, pensavamo di riaprire in autunno, tutto era pronto ed abbiamo sospeso tutto. Realisticamente penso che potremo riavviare la macchina con il prossimo autunno, ma non è così certo…ma qualcosa sicuramente faremo.

Temo che il ballo sarà l’ultima attività che partirà, ma anche in questo momento nel quale poniamo grande attenzione alla sicurezza ed alle regole anti Covid non tutto si è fermato, la nostra sede è aperta con tutti i servizi ma sopratutto abbiamo rimodulato i nostri corsi  per l’apprendimento sull’uso del pc, dei tablet e degli smartphone con oltre 50 allievi over che seguono i nostri corsi online . Non è stato facile ma ti devo devo dire che i nostri insegnanti si sono ingegnati producendo materiale di grande qualità (che pubblicheremo sulla nostra pagina facebook e sulla “la bacheca” del sito di senonsainonsei) seguiti con entusiasmo dai nostri allievi. Come vedi qualcosa c’è sempre da imparare.

A te Roberto dedico un libro che ho letto lo scorso anno: Resto qui (Einaudi) di Marco Balzano. E’ una storia di resistenza al potere che travolge e stravolge e di amore verso la propria terra. Resto qui nonostante. Restiamo qui. Qui che per me è un non luogo, qui è persone che lo vivono quel luogo a prescindere dalla data di nascita.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste urgenti: Roberto Mezzalama, esperto di politiche ambientali

Emergenza smog, vietate la circolazione alle auto! E’ un titolo che appare spesso sui giornali da anni ormai. Un’emergenza consolidata, e se è consolidata non è più un’emergenza, ma il dato di fatto di una battaglia che sembra persa. Persa perché il futuro è rappresentato solo da bonus biciclette e monopattini che strizzano l’occhio al PIL e da qualche pista ciclabile in più. Interventi davvero strutturali non se ne intravedono. Questa però è la mia parziale visione che pongo a Roberto Mezzalama esperto di politiche ambientali e uno degli animatori del comitato Torino Respira, comitato che si occupa di rilevare la qualità dell’aria a Torino coinvolgendo moltissimi cittadini.

Roberto, le emergenze non dovrebbero essere lo stimolo per ripensare lo stato delle cose?

Sicuramente sì, però il problema è che devono essere percepite come tali. Il problema dello smog, della qualità dell’aria non è percepito come un emergenza per una serie di ragioni, la prima, è che purtroppo si ripete ormai da almeno una quindicina di anni e cioè da quando si misura la qualità dell’aria. Ed poi è quasi considerato inevitabile; un po’ un prezzo da pagare e un po’ legato al fatto che siamo nel famoso bacino padano, in una conca circondati dalle montagne e dalla collina. Di conseguenza  c’è un po’ un’aura di ineluttabilità intorno a questo problema. Inoltre gli effetti non si vedono, è una di quelle emergenza per cui non ci sono i morti per le strade, non è come un’alluvione, un terremoto o come il COVID. E’ sicuramente un’emergenza un po’ più difficile da percepire. Poi uno appena guarda i dati, legge (dati della Regione) che nel 2015 in Piemonte ci sono stati 3868 morti causati dal PM 10, un cifra che è molto vicina a quelli che sono stati finora i morti per il COVID in Piemonte (4153 persone dato al 30/11/2020). E la Regione cosa fa? Toglie il blocco del traffico e tiene chiuse le scuole. Questo nonostante dal primo ottobre abbiamo avuto a Torino il superamento dei limiti di legge per 34 giorni su 57, in alcuni giorni con valori molto alti: il doppio dei valori di legge, fino a 5 volte la soglia raccomandata dall’organizzazione mondiale della sanità. Purtroppo questa non è percepita come un’emergenza dalle autorità e dalla popolazione e anche per questo sia questa amministrazione che la precedente non hanno mai predisposto un piano organico. 

Io ho la sensazione che senza una visione complessiva della mobilità che  comprende trasporti, servizi di prossimità raggiungibili a piedi, arredo urbano gradevole e utile alla passeggiata e non all’auto si arriva inevitabilmente ad una guerra dal sapore western tra ciclisti e automobilisti? Cosa ne pensi?

Io credo ci debba essere una visione complessiva della città. Torino sconta una gestione della mobilità sostanzialmente a servizio dell’automobile. L’idea stessa delle spine che sono quasi delle autostrade urbane: in corso Principe Oddone ci sono tre corsie per parte, un controviale enorme e un metro di pista ciclabile per parte. Una visione di città per la quale l’auto è al centro e l’obiettivo è la fluidificazione del traffico per fare andare le auto il più velocemente possibile e senza intoppi. Questo deriva anche dalla visione della città con le zone specializzate: residenziale, terziaria industriale e che ha fatto crescere centri commerciali in periferia facendo soffrire il commercio di prossimità. E’ una visione della mobilità e della città che è figlia di un tempo ormai lontano, quindi credo che ci voglia una visione diversa, quella che si riassume nella città dei 15 minuti. Cioè la capacità di raggiungere la gran parte dei servizi in 15 minuti. Io mi muovo soprattutto in bicicletta a Torino, è raro che io debba fare più di 15 minuti per fare le cose strettamente necessarie. Io sono ciclista, automobilista, ogni tanto prendo l’aereo e poi vado a piedi e quindi ognuno di noi in alcuni momenti della giornata fa cose diverse e diventa qualcos’altro. Quando cambiamo “abito” ci sentiamo sempre un po’ in dovere di imporre la nostra volontà sugli altri, però ripeto, c’è bisogno di un nuovo urbanismo, di una nuova visione della città. Cosa che già si sta facendo in alcune città.

Adesso la domandona, non pensi che ci sia il rischio che la campagna di Torino Respira arrivi ad una limitata fetta di popolazione? A quella già sensibile al tema? Cosa si dovrebbe fare per arrivare a tutti?

Torino Respira è nato un po’ per caso: un gruppo di persone, in realtà tre genitori di figli poco meno che adolescenti che si erano un po’ stufati di vivere questa situazione e che ha fatto partire un’azione legale. C’è un esposto alla magistratura sul quale c’è un’indagine in corso. Noi speriamo che prima o poi la magistratura intervenga. A questo piccolo gruppo altri si sono aggregati. La campagna sulla qualità dell’aria ha coinvolto centinaia di cittadini e devo dire non i soliti ambientalisti storici. Ho incontrato gente che viene da esperienze molto differenti, siamo andati in tutti i quartieri, abbiamo allargato la campagna alle scuole. Abbiamo coinvolto 121 scuole e abbiamo dei progetti di formazione che hanno coinvolto decine di insegnanti. Abbiamo preparato del materiale didattico da distribuire, una bel risultato se confrontato con le ARPA nazionali, che mi risulta abbiano coinvolto solo 33 scuole in tutta Italia, credo quattro in Piemonte. L’obiettivo, COVID permettendo, è quello di ripartire con una nuova campagna a gennaio o febbraio del prossimo anno. Mi rendo conto che arrivare a tutti è impossibile, bisogna arrivare a tanti e cominciare a formare quella massa critica di persone che cominciano a dire che questa è una situazione inaccettabile.

E’ sempre attuale la polemica su chi inquina di più, a me sembra una gara a chi è peggio che giustifica il meno peggio. A me francamente questa polemica interessa poco. Vuoi dire la tua?

Certamente. Da un punto di vista strategico è importante  capire chi inquina di più. Ci sono dei dati inequivocabili della Regione e dell’ARPA che vengono un po’ presi a schiaffoni e utilizzati male. Detto questo il problema l’inquinamento atmosferico è molto complesso perché soprattutto il particolato deriva dall’interazione di diverse sorgenti. Quando parliamo del particolato ci riferiamo ad un contaminante dove  il 70% non esce tal quale dai camini o dai tubi di scappamento, ma si forma in atmosfera dalla reazione chimica tra sostanze gassose, in particolare ammoniaca che proviene dall’agricoltura, e biossido di azoto, che proviene dal traffico. Capire chi inquina di più non deve diventare un alibi per scaricare la responsabilità sugli altri,  invece occorre mettere intorno al tavolo i soggetti che devono intervenire e responsabilizzarli. Chi governa la Regione purtroppo ha degli atteggiamenti ideologici che sono legati fondamentalmente a cercare di salvare il traffico e la mobilità dalle sue responsabilità, che sono grosse: oggi nell’area metropolitana il traffico è la componente più importante. Punto. Questo lo dicono i dati ufficiali e mi sembra veramente incredibile che un assessore regionale coadiuvato anche da un direttore dell’ARPA sostenga il contrario, in palese contraddizione con gli stessi dati degli enti che rappresentano. Quando si deve decidere cosa fare inizi da quello quantitativamente più importante. Poi intervenire sulla  mobilità dà dei vantaggi in una pluralità di direzioni: risolvi il problema dell’inquinamento atmosferico: risolvi il problema degli incidenti e della congestione degli spazi pubblici e quindi della qualità degli stessi; risolvi il problema del rumore eccetera. Quindi quello  è un settore nel quale si ottengono una quantità di benefici rilevanti. Inoltre se gestito intelligentemente ti dà anche la possibilità di ricostituire quel tessuto di comunità e di prossimità di cui dicevamo prima. Non è un’ossessione verso le auto, no, è che quello è il settore prioritario su cui intervenire. Poi è chiaro che non basta perché occorre risolverne anche altri, ad esempio il problema delle emissioni in agricoltura che sono legate soprattutto alla all’allevamento e dalle emissioni legate allo spandimento dei liquami. In sintesi occorre intervenire laddove hai dei vantaggi importanti e dei benefici dalla tua azione. 

Vuoi in breve dirci lo stato dell’arte e quei provvedimenti urgenti da attuare che abbiano anche una pezzo di futuro da implementare?

Noi siamo alla fine di un ciclo amministrativo comunale su cui io avevo anche qualche speranza perché c’erano persone che guardavano a questi problemi con attenzione e sensibilità, poi si sono schiantati contro un fondo di conformismo, soprattutto nella sindaca che per paura di perdere il consenso ha bloccato una serie di operazioni. La storia della ZTL , per esempio, è una storia di spreco di capitale politico e di tempo su una questione che avrebbe avuto un impatto bassissimo sull’inquinamento. Abbiamo poi un assessore regionale che noi definiamo assessore regionale contro l’ambiente.  Quindi lo stato dell’arte politico è molto deprimente. Provo, comunque, ad elencare quei provvedimenti urgenti da attuare che aiuterebbero la trasformazione. Interventi urgenti a costo zero da fare domani mattina: limitare la velocità a 90 km all’ora in tangenziale (come a Milano) e sulle autostrade a 110 km all’ora (come in Canada); ridurre la velocità in città tutti i controviali a 30 all’ora, nei corsi a 50 all’ora e il resto della città zona 30; togliere le auto intorno alle scuole i cui dintorni solo oltre il limite di inquinamento (scuole car free). A livello periubano attivare controlli all’agricoltura, purtroppo tutti gli assessori all’agricoltura arrivano dalle zone rurali e il consenso elettorale la fa da padrone. Guardando un po’ più in là dobbiamo dimezzare le emissioni di anidride carbonica, agire sui combustibili fossili: un terzo consumi civili, un terzo industriali, un terzo di traffico. Come il comune di Torino si è impegnato a fare e non ha ancora fatto. Stanno arrivando 80 miliardi dall’Europa che vanno impegnati in tal senso. Che è decisamente meglio che ricevere multe dall’Unione Europea per il non rispetto dei parametri.

pastedGraphic.pngGrazie Roberto per la disponibilità, adesso tocca al libro da dedicarti: “Arboreto Salvatico” di Mario Rigoni Stern (Einaudi), dove l’autore racconta gli alberi a lui più cari. “Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino con loro seguo le stagioni…”. Buon lavoro e tienici informati.
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Le interviste urgenti: Giorgio Ardito, militante di sinistra

In fatto di emergenza anche i partiti di sinistra non scherzano, troppo presi dal presente per immaginare il futuro. Governo di emergenza è uno dei classici degli ultimi 30 anni (Dini, Monti, alleanze larghe, nazareni, giallo rossi…).  Governi e alleanze che nascono per “evitare che”. Il tempo o forse la predisposizione di governi e alleanze per costruire il futuro non ne abbiamo visti salvo qualche sofferto tentativo. Questa predisposizione un po’ masochista rischiamo di vederla anche nelle amministrazione locali.

Ne parliamo con Giorgio Ardito. Giorgio è stato segretario del PC di Torino, assessore provinciale, amministratore di aziende partecipate. E’ soprattutto, come lo definisco nel titolo certo di farlo felice, militante. Non ha mai smesso di esserlo. Vederlo volantinare è scuola di partito oltre che molto godibile.

Giorgio eccoci con la prima domanda, è lunga per colpa dell’elenco.

Proviamo a fare l’elenco, dal 2007, anno di fondazione, il Partito Democratico ha avuto Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi , Renzi bis, Martina, Zingaretti. Otto segretarie in 13 anni. Leader o aspiranti leader della sinistra allargata se ne contano in questi ultimi venti anni decine: i sette citati prima, Prodi, Rutelli, Bertinotti, Cuperlo, Civati, Letta, Vendola poi altri a furor di popolo che il popolo poi abbandona. Berlinguer fu segretario del Partito Comunista dal 1969 al 1983, anno della sua scomparsa: 13 anni mal contati. Poi ci sono le unioni e le scissioni, le apparizioni e le scomparse di partiti e movimenti. Insomma un gran guazzabuglio dove non capisci cosa è coda e cosa è testa.  E’ un segnale di continua emergenza politica? 

Le continue trasformazioni della politica italiana, dall’89 ai nostri giorni, (per fattori internazionali e interni), assieme alla sottovalutazione del fattore organizzazione (la democrazia senza un’organizzazione forte e trasparente è preda per i prepotenti), ha impedito il consolidamento di gruppi dirigenti stabili e, insieme, favorito la scalata dei Renzi e dei Calenda, espressioni di filiere poco chiare, che hanno usato il Partito come autobus per le proprie carriere personali. D’Alema non s’è occupato d’organizzazione, occupato a circondarsi di fedeli (che poi, in parte, da bravi pretoriani, gli hanno anche girato le spalle), Veltroni ha teorizzato il partito liquido fraintendendo Bauman: analizzare non significa teorizzare. L’unico segretario che s’è occupato del Partito è stato Fassino ma controvento: celebre la paginata di Staino su l’Unita con Fassino/Penelope che tesse la tela/partito e D’Alema che la disfa. I Segretari del PD han tentato di tenere insieme il Partito (tranne Renzi, com’è noto, che non ha rottamato solo la struttura di Partito ma ha contribuito a rottamare parti della grande stagione anni ’70 di riforme democratiche) ma con un Statuto che favoriva/favorisce i personalismi esasperati. Ma  ci torno più avanti. 

Per i nomi che citi, oltre ai segretari, dovrebbe essere normale che in un Partito si esprimano più voci: nei vecchi partiti era considerata una ricchezza. Oggi c’è una tendenza alla continua ricerca dell’uomo forte, alla citata personalizzazione favorita sia dai meccanismi elettorali istituzionali che da quelli di Partito. Avviene a livello internazionale. A mio avviso è insieme effetto e causa della crisi generale delle democrazie: non va assecondata, richiede interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture democratiche di partito (a quando una legge sui partiti?), Statuali e sovranazionali (questione che poneva Bobbio già tanti anni fa) anche a fronte degli imponenti processi di globalizzazione, prevalenza della finanza sulla politica, innovazione scientifica e tecnologica che hanno emarginato le politiche come arte della civile convivenza. Oggi i sondaggi danno la sfiducia nella politica dal 93 al 97%, in apparente contraddizione va a votare il circa 70% per contrapposizione di interessi, cordate, localismi, clientele, appartenenze varie nobili e meno, ideali residui. La stragrande maggioranza non considera la Politica un bene comune. Stesso fenomeno nel Partito. Uno dei pochi che si distingue per spirito di servizio e visione è Cuperlo, pur essendo stato del giro stretto di d’Alema è sopravvissuto molto bene

Come se ne esce? Sempre che se ne possa uscire.

Se ne esce, “a livello micro” smettendola di dileggiare i gruppi dirigenti ma spingendoli a lavorare in modo unitario e democratico, facendo funzionare i Circoli pretendendo che ogni riunione produca una posizione o una proposta politica che dev’essere portata agli organi superiori; superando gli andazzi per cui ogni dirigente tiene per sé il proprio sistema di relazioni invece di socializzarlo nel Partito, educando a una cultura politica per cui ci si impegna anche se si perdono o non si hanno ruoli pubblici o di partito, promuovendo temi/leggi/atti superando la cultura settaria che induce a non farlo per il timore che se li intesti qualche altro dirigente; “a livello macro” ascoltando ciò che pensano e chiedono cittadini e iscritti ma sapendo che le proposte politiche non ci si devono mai appiattire pena la corporativizzazione della società e devono invece avvalersi di una forte pedagogia politica, superando tutti i meccanismi istituzionali e di partito che esasperano i personalismi, assumendo la trasparenza a tutti i livelli come fondamento di una democrazia fondata sul suffragio universale e come condizione per recuperare la fiducia dei cittadini nella politica.

I partiti erano riferimenti culturali, adesso sono i nomi e cognomi riferimenti (del giro di, dell’area di, eccetera). Non credi che questo stia facendo danni dai quali è difficile uscirne?

In parte credo d’aver già risposto. Aggiungo che se nei nostri Circoli non si studia e si discute  di pace e di guerra, di globalizzazione, di recupero di una funzione alta della politica sopra la finanza e l’economia, dell’innovazione come strumento di liberazione ed emancipazione delle persone, della libertà come base primaria per avanzare verso maggior giustizia sociale eccetera, non ne usciamo. Le 8, otto! culture politiche che hanno fondato il PD dovrebbero, avrebbero dovuto, approfondire posizioni comuni e divergenti e lavorarci, trovare i punti di compromesso, trasformarli in proposte politiche.

A proposito di riferimenti culturali, io ricordo che i grandi temi della sinistra erano lavoro, scuola, sanità e poi la società civile portava la sinistra ad occuparsi dei diritti: il divorzio, l’aborto per dirne due.  Adesso il sindacato o il mondo della scuola sono quasi un corpo estraneo ai partiti della sinistra. Cosa abbiamo combinato?

Le sinistre, i progressisti, un pò in tutti i Paesi OCSE, hanno dato per acquisiti i fondamentali che citi tu (lavoro, sanità, istruzione, casa) che lo sono fattualmente, lo erano, per larga parte della popolazione, e certamente nelle Costituzioni. Una parte minoritaria ne era comumque ancora esclusa. I diritti civili sono diventati giustamente la nuova frontiera proprio nella fase in cui la globalizzazione toglieva dalla fame un miliardo e duecento milioni di persone nel mondo ma, contemporaneamente, a causa del suo intreccio con un neoliberismo sfrenato che ha contagiato anche le sinistre (Blair, Schroeder, un pezzo di PD), peggiorava e, in molti casi, precarizzava le condizioni di circa ottocentocinquanta milioni di persone dei Paesi sviluppati. A ciò  s’aggiunga il fatto d’aver lasciato alle destre la parola libertà.

Non volevo ma è obbligatorio parlarne: le primarie. Le prime furono accolte con grandissimo entusiasmo e partecipazione. Forse perché il vincitore già si conosceva? Non rischiano di diventare un rituale stanco e del tutto personalistico mettendo in secondo piano la visione, il programma, il futuro?

Non sono un fanatico delle primarie, credo che a questo punto andrebbero regolate per legge, tra l’altro come possibilità, non come obbligo. Però sono nello Statuto del Partito, ci sono più candidati, se non ci fosse di mezzo il virus sarebbero inevitabili. Credo che in questa situazione di precarietà si debba lavorare al programma e alla squadra di cui dovrebbero far parte tutti i candidati. Il gruppo dirigente (che a mio avviso ha lavorato bene, assieme alla coalizione), deve, con la squadra dei candidati, selezionare quello senza controindicazioni e con maggior potere di coalizione quale candidata/o a sindaco

In questi giorni ho letto interviste sulle prossime elezioni amministrative torinesi dove noti (a chi?) manager auspicano un sindaco amministratore delegato e cittadini clienti dell’amministrazione comunale. I 5 stelle han fatto scuola o, sotto sotto, c’è voglia di uomo forte al governo?

La mancanza di trasparenza, di risposte, induce certamente rabbia e disillusione e fa crescere la voglia dell’uomo forte. Salvini ci ha anche provato. Risposte concrete e pedagogia politica: non ci sono altre strade.

Facciamo un viaggio all’estero? Il PSE è scomparso, rapporti con i partiti democratici degli altri continenti anche. A me preoccupa, i temi della cooperazione, della pace, le migrazioni come fai ad affrontarli senza alleanze e confronti con partiti che dovrebbero avere un sentire comune?

Come sai sono fortemente impegnato, da anni, sui temi della pace e della politica internazionale: stiamo lavorando per creare un Forum dedicato, aperto a iscritti e non. Se ne occuperanno dei giovani molto bravi. C’è anche l’ambizione di provare a fondare a Torino una sezione del PSE, se sarà possibile. Tutto ciò fa parte del rapporto tra cultura e politica di cui tu giustamente auspichi il recupero. 

Come vedi la nascita di una federazione di sinistra che condivida valori imprescindibili e non tangibili? Oltre le unioni e gli ulivi. Qualcosa di strutturato e che possa durare.

E’ indispensabile e deve avere come base la ricerca e il confronto tra le culture politiche fondanti il PD e i Partiti e i movimenti che si vogliono federare. Ne accenno al fondo del punto 3. Un progetto politico di questo tipo richiede due condizioni: il riconoscimento che le diversità sono ricchezza, non disvalori e, cosa più difficile, una forte attenuazione dei personalismi (direi superamento ma poiché non sono un estremista mi accontento dell’attenuazione). Quindi dialogo, dialogo, ancora dialogo. Lo invoca anche Bergoglio..

Grazie Giorgio, spero che il tuo ruolo di militante e di politico appassionato non vada in estinzione, ed è anche per questo che ti dedico un libro che lessi qualche anno fa: In auto con Berlinguer di Alberto Menichelli (Wingsbert House Editore). Racconta un’era fa, ma qualcosa di quell’era dovremmo recuperare. Almeno la sobrietà e la generosità politica. Senza nostalgia, intristisce.


La foto sulla testata del post è mia, quella in evidenza sul sito è di Piero Chiariglione, militante fotografo di sinistra. Una bella persona che ci ha lasciati da pochissimo. Fai tante foto panoramiche Piero da lassù ora, noi cercheremo di migliorare il paesaggio da fotografare.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste urgenti: Ferruccio Capitani, architetto paesaggista

Qualche anno fa salii sul tetto di un complesso sportivo insieme a Ferruccio Capitani, guardando questo spazio che stava lì a raccogliere pioggia e neve ci immaginammo un prato verde. Un prato che potesse accogliere persone, proteggere l’edificio, renderlo più bello e anche consentire di risparmiare costi di riscaldamento. Non si potè fare perché c’era un’emergenza da risolvere, la piscina perdeva e occorreva ripararla. Il futuro è lì che aspetta.

Racconto questa storia per introdurre l’intervista a Ferruccio Capitani, presidente dell’associazione architetti paesaggisti piemontesi (AIAPP – Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, Sezione Piemonte Valle d’Aosta).

Ferruccio la Treccani definisce l’architettura del paesaggio così: “disciplina che ha per oggetto la tutela e la strutturazione dell’ambiente urbano per renderlo sempre più funzionale e rispondente alla crescente concentrazione sociale nelle città.” Un po’ arida come definizione, non trovi?

Mi piace questa prima domanda perché mi permette di migliorare la definizione che hai citato ma soprattutto di ricordare il 20° Compleanno della CEP, la Convenzione Europea del Paesaggio, un articolato breve ma efficace come forse dovrebbero essere le normative in generale, da cui è possibile recuperare le definizioni corrette; ma anche di ricordare il 70° Compleanno di AIAPP, componete di IFLA – International Federation of Landscape Architects, Europe e World, con respiro Europeo ed Internazionale.

Qui hai lo spazio per farlo, vai.

Grazie Augusto, e grazie per il termine “arido” che mai come in questo caso si addice. Questi compleanni accadono nel 2020, un anno che immaginavamo di festeggiamenti per quanto ricordavo prima, ma che invece ci ha drammaticamente coinvolti in una situazione ai limiti del credibile. Per fortuna lo spirito “resiliente”, termine che userò ora e mai più perché ormai abusato, che comunque risiede insito nella costituzione degli organismi viventi, sta nel fatto che i problemi possano essere risolti, senza banalizzarli certo, ma cercando di comprenderne i motivi per i quali siamo giunti a tanto, ad impararne le lezioni ed individuare realisticamente gli spiragli d’uscita. Ma tu mi chiedevi la definizione di Paesaggio che in sintesi è:  “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. In sostanza ciò che vediamo e viviamo. Sul sito potete approfondire meglio gli scopi e gli obiettivi. 

“Tutti i luoghi hanno pari dignità, pari diritti”, quindi la periferia ha gli stessi diritti dell’aulica piazza San Carlo?

Certo, parafrasando il regista e attore Nanni Moretti in “Palombella rossa” quando dice «… noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi …», senza dubbi ciascun luogo nella propria diversità ha diritto di esistenza, dignitosa, perché portatore di specificità, e come ci insegnano la Convenzione Europea e le scienze, la diversità, la bio-diversità, è sì una ricchezza ma soprattutto è una condizione imprescindibile perché se non fosse perseguita e salvaguardata il mondo si impoverirebbe e si omologherebbe indebolendosi. 

Spesso ho l’impressione che al centro della progettazione ci sia il manufatto e non le persone che vivono il luogo dove verrà realizzato. Sbaglio?

Capita ciò che dici, fisiologicamente si commettono errori di valutazione e percentualmente vi è chi ha una preparazione parziale, ma un fatto fondamentale deve diventare la base dei nostri ragionamenti, non solo nel Paesaggio, ma per quanto mi riguarda, come competenze, per la progettazione del Paesaggio: prendere atto che la realtà, potremmo dire “le” realtà, in cui viviamo è e sono un fenomeno assai complesso, per il quale è necessario attrezzarsi a formulare risposte all’altezza delle complessità. La multidisciplinarità, il lavoro insieme, in squadra, e non con spirito competitivo escludente, sono la via corretta per svilupparci in modo sostenibile: come mi è capitato di spiegare per rappresentare questo concetto, guardiamo invece che al modello “gazzella-leone”, che prevede che uno dei due inevitabilmente e ferocemente soccomba, al modello “acacia-giraffa”, dove in una realtà certamente competitiva e complessa la soluzione è stata l’allungamento progressivo del collo dell’animale e l’innalzarsi dell’impalcato del vegetale, una “collaborazione” che ha consentito una sopravvivenza sostenibile grazie alla diversità.

Che rapporto c’è tra la bellezza e il paesaggio urbano?

La bellezza è un concetto per me irraggiungibile e in quanto tale pericoloso da affrontare, così personale e particolare, che cambia inoltre nella persona singola nel corso del tempo e a seconda dei contesti, figuriamoci in una comunità variegata. E per fortuna! Come uscirne? L’armonia credo sia un concetto meno sfuggente, che favorisce la convivenza delle diversità, e che consente a ciascuno di intravvedere quegli elementi di “bellezza”, o se vogliamo di identificazione di sé, della comunità di appartenenza, senza escludere le altre identità. Il Paesaggio urbano, una delle geometrie variabili dei Paesaggi, credo diventi “bello” nella misura in cui raggiunge un certo livello armonico, quando l’azione dei tanti solisti diventa concerto.

La progettazione del paesaggio urbano comprende anche come usufruirne? Mi riferisco ai servizi e al commercio di prossimità.

I Paesaggi sono espressione dell’interazione dei tanti attori del sistema pianeta, quindi anche dell’interazione dell’essere umano col contesto in cui vive: i servizi ed il commercio di prossimità, in quanto espressione del fare delle persone, sono al tempo stesso modalità d’azione e risultato. Se, come dice la sociologia urbana, l’uomo vive in società per sopravvivere meglio, i servizi ed il commercio di prossimità sono un bene prezioso per una comunità: non scopro certamente io quanto una strada in cui servizi e commercio siano presenti e floridi ne determinino una certa armonia, quindi singolar bellezza.

Chiudiamo con tre suggerimenti per scrivere un programma politico al capitolo paesaggio urbano.

È facile e difficile al tempo stesso indicare delle azioni che potrebbero giovare ai Paesaggi urbani, anche in considerazione delle drammatiche privazioni attuali: cari scomparsi, affetti compressi, abbracci negati, lavori sospesi, Paesaggi lontani. 

E allora un primo suggerimento che mi sentirei di dare al gruppo dirigente che vorrà candidarsi come Amministrazione, ai diversi livelli di competenza, è di dare vita ad una squadra multidisciplinare, permanente come istituto e a rotazione come figure che lo presiedono e lo rappresentano, che contempli certamente anche la figura professionale di chi si occupa e preoccupa dei Paesaggi, per perseguire quel concetto di “armonia” a tutto tondo cui si è accennato.

Un secondo suggerimento, consentire che lo strumento di pianificazione lavori effettivamente contemporaneamente su più livelli, uno di ampio respiro che coniughi le “visioni” per i Paesaggi che vorremmo/dovremo forgiare nei prossimi venticinque/trent’anni, e il 2050 non sarebbe una data casuale, e funga da tendenza; altri a geometria variabile su tematiche e territori specifici con velocità, puntualità e reversibilità, con un dialogo e interscambio costante.

Un terzo, scommettere su una ri-valutazione anche economica (dalla quale poi cercare di emanciparci ma è un discorso molto lungo) delle aree destinate agli esseri viventi appartenenti al mondo vegetale, che hanno eguali diritti e per noi sono essenziali in termine di sopravvivenza e prevenzione, in termini di salute e qualità della vita, con notevoli “guadagni” come benessere e “risparmi sui costi” per le comunità: c’è chi già sta lavorando da tempo, dobbiamo farla diventare un’azione strutturale.

Ed eccoci al libro. Abbiamo parlato molto di paesaggio urbano, allora andiamo altrove, nel west. Io amo i film e la narrativa western, ti farei fare un viaggio dal Texas, ai confini con il Messico, fino al Montana. E’ un romanzo di mille pagine che scorre come una diligenza in piena corsa. Il libro è Lonsome Dove di Larry McMurtry (Einaudi). Il paesaggio non manca, ci sono i buoni, i cattivi, gli indiani e comunque si raggiunge la meta.

Grazie Ferruccio, speriamo qualcuno ci legga e rifletta.

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