Augusto Montaruli

Le interviste possibili: Matteo Aigotti

Matteo Aigotti  è il coordinatore dei servizi di educativa di strada sull’intero territorio della circoscrizione 8; coordinatore nazionale del progetto bella presenza che si occupa dell’emergenze educative di minori e giovani sia nella scuola e sia sui territori; consigliere di amministrazione della coop sociale ET e membro del direttivo della federazione Salesiani per il sociale del Piemonte  e Valle d’Aosta. E’ cresciuto a Mirafiori. Dopo aver lavorato come operaio metalmeccanico si laurea in Scienze del Sevizio Sociale e approda a San Salvario dove diventa una figura di riferimento collaborando con San Luigi e la parrocchia Santi Pietro e Paolo.  Se vivi San Salvario è impossibile non conoscerlo, vive il suo lavoro con passione e immedesimazione. E’ un passionale, con lui si litiga e si ride nello spazio di pochi minuti (leggete qua).

Passiamo alle domande. Allora rispettando lo schema di queste chiacchierate ti chiederei se avevi aspettative dalla giunta Appendino e se, dal tuo punto di vista, puoi darne un giudizio.

Caro Augusto è una domanda complessa e che necessita di discernimento. Come operatore sono rimasto deluso: poteva davvero essere la giunta che in maniera organizzata e programmata desse struttura a politiche di inclusione degli ultimi e delle persone in difficoltà a partire da un approccio centrato sullo sviluppo umano della persona. Vi erano tutti i presupposti. Purtroppo al contrario ho e abbiamo assistito a lunghe e svilenti liti, conflitti, che hanno fatto perdere molto tempo e hanno deviato l’attenzione dalle persone in una Torino sempre più in crisi. Un esempio i fatti avvenuti durante l’occupazione delle piazza del Comune a partire dal 4 di maggio da parte delle persone che erano ospiti in P.zza D’Armi nel Presidio Umanitario per emergenza freddo, persone che si sono accampate senza cibo, cure mediche e servizi igienici in una condizione  di assoluto degrado umano, lo stesso giorno della fine del lockdown. Da cittadino devo dire che anche grazie alla popolazione torinese la città stia divenendo via, via, più vivibile, curata e bella anche grazie ai provvedimenti sulle piste ciclabili e sugli spazi di occupazione di suolo pubblico. Sarebbe bello che anche una volta terminata l’emergenza si continui ad investire in tal senso.

Non pensi che ci sia una banalizzazione dei problemi? I senza fissa dimora sono persone che sporcano i portici e utilizzano le panchine. I migranti arrivano con i barconi e ci tolgono il lavoro (adesso portano anche il covid, forse fanno tappa al Billionere), i giovani rompono con la movida. E via banalizzando. La realtà non è un po’ più complessa?

Si Augusto! Ma più che di banalizzazione io parlerei di semplificazione che ci serve per farci credere che su una determinata questione noi ne sappiamo, ci fa stare nella nostra zona di comfort, senza metterci in discussione, approfondire, interrogarci. Lo scorso anno, in questo periodo, fui intervistato da “Voce e Tempo” per i fatti che riguardavano ragazzi e ragazze sempre più giovani del centro torinese, utilizzatori di droghe in un circuito di scambio di foto da contenuti pornografici e spaccio. E’ necessario ampliare gli spazi di riflessione.  Abuso dell’agio o disagio relazionale, sofferenze affettive, necessità di gridare un dolore muto? Spazi a volte osservati, studiati ma sicuramente poco abitati dagli adulti. Cosa provoca in noi il ragazzino con i pantaloni a vita bassa; e così lo strafottente a scuola, il rapper di seconda generazione, la figlia della vicina di casa che non ci saluta mai e allo stesso tempo il giovane silenzioso, quasi invisibile di cui non c’è traccia nei ricordi di nessuno? Allora caro Augusto possiamo continuare a banalizzare o semplificare, senza creare nulla di costruttivo, creativo e che (ri)doni bellezza. All’opposto se vogliamo parlare di giovani, se vogliamo (ri)tornare ad abitare i loro spazi, se vogliamo ricostruire momenti e spazi di senso condiviso non possiamo più bluffare, banalizzare e semplificare. Dobbiamo comprometterci, sporcarci le mani perdere il sonno la notte. Dobbiamo riconoscerci con la nostra missione incapaci di rimanere neutrali rispetto a quanto accade nel mondo ai giovani.

A me sembra che i problemi invece di risolverli si tenda a spostarli o a nasconderli, vedi cosa è successo con i senza fissa dimora e con i nomadi. Cosa ne pensi?

Qui ripeterei quanto ti ho detto rispondendo alla prima domanda. Sì, si tende a postare e a nascondere.

Con l’educativa di strada ti confronti con giovani che hanno bisogno di sostegno, anche però con giovani che quel sostegno lo danno con il volontariato. Quanto è utile questo incontro?

Presso l’educativa di strada del San Luigi o a Spazio Anch ‘IO al Valentino nascono momenti che vanno oltre l’esperienza del volontariato. Tu che sei passato diverse volte a trovarci te ne sei accorto e ti sei meravigliato: chi è quel ragazzo che insegna italiano a un suo giovane connazionale? E’ un nostro peer educators, un educatore alla pari: sono ragazzi capaci di mettere a disposizione le loro traiettorie di vita difficili e dolorose; mettere a disposizione i loro fallimenti e i loro successi ad altri ragazzi un po’ più giovani e un po’ meno esperti. La loro visibilità sul territorio restituisce alla popolazione una visione del mondo dei giovani meno stereotipata come disimpegnati, svogliati, se non devianti ecc. ma all’opposto come capaci di prendersi un pezzo di responsabilità che riguarda la collettività. Questi giovani ci sono ne siamo testimoni nell’incontro quotidiano. Resta una domanda: quanto il mondo degli adulti è disponibile a riconoscerli e lasciargli spazio?

Quali sono le qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco/a?

Ovviamente essere del Toro! Torino è una città nata e costituitasi sulle differenze. Credo che sia fondamentale per il nuovo sindaco aver consapevolezza della fortuna generatrice delle differenze. Sono altresì convinto che non è sufficiente dichiarare di dar valore alla diversità. Bisogna averne fatto concreta esperienza e darne voce, altrimenti si rischia di strumentalizzare parte della città, creando percorsi di coinvolgimento fittizi a vantaggio di pochi.

Mi dici un pregio e un difetto di San Salvario (anche due se vuoi)?

San Salvario è avanti in molti aspetti della vita della città. Pensa Augusto che qualche anno fa vennero a trovarci policy makers da alcune città francesi e tedesche per comprendere come il nostro quartiere sia stato in grado di tenere insieme e non far esplodere escalation sociali come quelle delle banlieues francesi. Più che un difetto vorrei condividere con te una preoccupazione: San Salvario si sta caratterizzando sempre più come quartiere vivibile e abitabile dai giovani; in questa affermazione sorge però un inghippo. Dobbiamo chiederci da quali giovani? Dobbiamo chiederci in quali spazi pubblici? A mio avviso stiamo andando verso la generazione di un territorio innegabilmente vivo e vivibile ma che esclude. Alle famiglie storiche del quartiere, ai “botteganti” si stanno sostituendo giovani universitari, negozi e pub, servizi a loro rivolti. Ai giardinetti e campetti di aggregazione informale, spazi strutturati che per loro natura escludono. Ti lascio allora con un quesito: se San Salvario sta diventando sempre più un luogo di bellezza è possibile immaginare che lo sia anche per chi nella vita ha meno possibilità di accesso alla bellezza? 

Non vale, non si fanno domande all’intervistatore. Per te faccio un’eccezione. Sì, non solo è da immaginare ma è da fare.

E adesso tocca cercare un libro da dedicarti. A te dedico un libro che possa scatenare la tua risata esplosiva coinvolgendo i tuoi compagni di viaggio mentre torni a Bussoleno: “O quest’uomo è morto o il mio orologio si è fermato. Il meglio del meglio di Groucho Marx”. Un titolo che è la perfetta sintesi di un problema non risolto o nascosto o spostato.

Grazie per la chiacchierata e per quello che fai.