Augusto Montaruli

La Classe Operaia

Stavo leggendo un Simenon (lo faccio se devo staccare un po’ la spina) quando mi hanno avvisato che era arrivato “L’ultimo operaio” di Niccolò Zancan.

Sono andato subito a ritirarlo e ho iniziato a leggerlo.

L’ultimo operaio  è l’ultima fatica letteraria di Zancan (fatica credo ci stia parlando di operai)  dopo il bellissimo e anche commovente Antologia degli sconfitti (vi prego leggetelo) che riprende nello stile.

Lo leggi d’un fiato, un fiato affannoso e triste. Sono storie brevissime che raccontano la fine della fabbrica più grande d’italia: la Fiat.

Fiat che era Torino.

Il libro è il racconto della Classe Operaia, quella che non c’è più.

Quella che garantiva e lottava per noi.

Canto finale della grande fabbrica” è il sottotitolo. Non solo della grande fabbrica. E’ il canto finale dell’orgoglio di essere operai, avanguardie si diceva una volta di un movimento (operaio) che guidava, che era riferimento. Anche morale.

Ricordo da studente quando sfilammo in corso Agnelli per andare a Mirafiori, quella volta gli operai della “grande fabbrica” ci aprirono i cancelli. Fu essere accolti. Da loro.

Ricordo i giovani operai arrivati dal sud che condividevano un’appartamento in una casa con il gabinetto sul balcone. Essere ospitati e ascoltarli era essere considerati, quasi, come loro.

Ricordo i delegati sindacali della Viberti che insegnavano a quelli dell’ufficio personale come si legge una busta paga.

Ricordo il rispetto che avevamo nei loro confronti: è un operaio!

Tutto questo non c’è più. Da un po’.

Non è nostalgia ma la consapevolezza che non si era, e non si è ancora capito, che occorreva una riflessione profonda. Era quella che si chiamava base che non ci sosteneva più.

Quella base che non è stata sostituita. E forse qualcuno, anche in una pseudo sinistra, ha gioito. E poi senza il sostegno di quella base è rovinosamente crollato.

Grazie per averlo scritto Niccolò.

Mi permetto di riportare qui una delle ultime pagine.

Oro

Noi siamo gli ultimi operai. Gli ultimi che hanno visto l’avvocato arrivare alla guida di una Fiat Croma color oro, scendere, guardarsi intorno e fare ciao con la mano. Gli ultimi operati che avevano le tute blu, felici di andare in fabbrica a lavorare.

Operai uniti nel sindacato. Che il vecchio insegna al giovane. Che il giovane rispetta il vecchio. E ognuno sa fare il suo, e il suo serve anche agli altri.

Noi siamo gli ultimi. Puoi chiamarci per nome. Salvo, Nina, Anna, Enzo, Stefano, Beppe, Gigi. Uno dopo l’altro, a sessantacinque oppure a sessantasette anni, ce ne stiamo andando via tutti.

E va bene così.

E’ bello piantare gli alberi

41210_1447632443342_7536152_nAveva lavorato una vita alla Fiat, era una tuta blu. Emigrò dalla campagna albese per andare a vivere alle porte di Torino. Poi la pensione e il ritorno al paese. La vigna e il vino fatto in casa. L’orto.
L’ho incontrato dopo anni, eravamo vicini di casa. Passava sempre fischiettando, con passo svelto diretto al bar del paese, che non c’è più, per la partita a carte del pomeriggio. D’estate indossava una canottiera, bianchissima “che in campagna il bucato viene meglio”.
L’ho incontrato dopo anni. “Adesso son solo” mi ha detto. “Mi ha lasciato a gennaio. Doveva toccare a me”. “Lei era più giovane e poi io non so nemmeno cucinarmi un uovo”. “La vedo dappertutto”. 
In pochi mesi i risparmi di una vita andati nelle cure e nelle badanti. Adesso che lei non c’è più qualcuno l’aiuta, non vuole pesare sulla figlia. “Faccio ancora un po’ di campagna e al pomeriggio vado al circolo”.
Lui, una vita alla Fiat, quando l’ho incontrato aveva un pesco appena comprato. “Lo pianto oggi. Non so perché lo faccio, difficile che riesca a vedere i frutti alla mia età. E’ bello però piantare gli alberi.”


E’ bello piantare gli alberi, dice, lui che aveva lavorato una vita alla Fiat. Lui che ha 82 anni e forse non vedrà i frutti. 
Dopo averlo abbracciato e salutato ho comprato un gelso, lo dedicherò a lui. Ad un contadino con la tuta blu che emigrò alle porte di Torino. E’ bello piantare gli alberi.