Augusto Montaruli

Interviste urgenti: Eleonora Averna, insegnante

L’emergenza legata alla scuola si può declinare in molti modi, proviamo a fare l’elenco: gli edifici da riqualificare e ristrutturare, le assunzioni di personale, la didattica a distanza, il contesto in cui insistono e per ultimo i banchi con le rotelle che nel dibattito sui giornali e sui social hanno primeggiato. Le emergenze credo debbano avere delle priorità e soprattutto essere parte di un percorso che porta ad una meta: la visione della scuola come “contenitore” delle nuove generazioni. Del futuro.

Proviamo a farlo il percorso con Eleonora Averna, insegnante. Giovane e donna con passione da contagiare.

Mi racconti per piacere questa storia dei banchi con le rotelle? Così poi, visto che hanno le ruote, la mettiamo in un angolo.

Intanto grazie per la passione con cui tu contagi me, non fosse altro per la possibilità di farci domande su quello che reputo uno dei pilastri della nostra società, la scuola. Almeno, così è per alcuni. Mi è piaciuta molto l’espressione di contenitore delle generazioni nuove, perché la scuola ha un bisogno estremo di contatto con la realtà, da rendere tutto il suo contenuto ancora più desideroso di ossigeno, di spazio per il futuro che sta già aspettando. 

La mancanza di prospettiva ci accompagna ormai da anni. Per chi come me è nato alla fine degli anni 80, ha visto soltanto un tipo di futuro, un tipo di scuola, quella dove tutto è prestabilito, dove tutto deve rimanere com’è. Beh certo mi dirai, bisogna pur avere delle sicurezze, soprattutto in un periodo incerto come quello pandemico che stiamo vivendo. Ma di sicuro il precariato, l’edilizia inesistente e le solite iniziative dei singoli per tirare avanti la baracca, non possono reggere a lungo, nemmeno le mille progettualità che con belle parole spesso non bastano per far fronte alla “fame” dei ragazzi. Chissà se dopo aver imparato a lavarci le mani e garantire la pulizia come primo step per la sicurezza di tutti, possiamo pensare veramente a ciò che serve per dopo. Lo stesso Draghi mi pare commentasse alcune settimane fa, come i giovani siano l’investimento più grande su cui scommettere. Bisogna perciò cambiare prospettiva, a cominciare dai piani alti, con la responsabilità di chi fa politica, quella vera, ponendosi domande di senso e andando nel merito delle cose. Perché se fosse successo, sapremmo che i banchi con le rotelle sono stati richiesti dai Presidi, per alimentare la possibilità di quella didattica interattiva e nuova su cui la mia generazione di docenti passano esami su esami a studiare. Solo per le superiori quindi, e solo per chi ha fatto richiesta, credo solo per un 400 mila unità, a fronte di un investimento di almeno 200 mila banchi monoposto, quelli normali, di legno con la sedia abbinata. Interi, non mangiucchiati, non scritti e deteriorati, possibilmente adatti a ospitare per diverse ore di studio i nostri ragazzi. Possono anche divertire i vari meme, le vignette e i video postati ovunque per le auto scontro. Magari succederà davvero, ma non credo sia quello il tema su cui disperdere così tante energie. Chiediamoci piuttosto, come mai oggi ci sia questo investimento, e su questo discutiamo la priorità magari, perché è stato richiesto, chiediamoci come e quali spazi li ospiteranno. E poi forse diverse considerazioni verranno da sé. 

La DAD (didattica a distanza) è emergenza o può diventare strumento permanente? Penso soprattutto agli strumenti da imparare (e insegnare) ad usare o a chi è impossibilitato a recarsi a scuola. Faccio un esempio: in asilo di Cavoretto, grazie alla connessione, un bimbo con disabilità ha potuto interagire con gli altri bimbi della sua scuola.

Personalmente, ritengo che ogni strumento se ben usato abbia potenzialità immense. E posso solo immaginare gli occhi lucidi di coloro che hanno guidato e permesso traguardi come quello che hai citato a Cavoretto. Quando ho deciso come svolgere la mia tesi di laurea, mi posi l’obiettivo di fare qualcosa di utile, perché io stessa e la mia curiosità che da sempre mi accompagna (o mi condanna, secondo i punti di vista) mi ponevo il dubbio di come chi avesse difficoltà potesse superarle. Esattamente come fu il teatro per me. 

Cioè?

Decisi perciò di sperimentare un metodo educativo che avesse nel gioco e nei nuovi strumenti le uniche armi per riuscire a superare ogni tipo di barriera educativa o funzionale, ma non avrei mai immaginato quanto poi ho rilevato sul campo. E la Dad per quanto ho potuto scoprire è stata non solo necessità virtù, ma anche una possibilità per sperimentare sempre di più quanto avevo scritto in quella tesi. Intendiamoci, e non siamo miopi, ci sono limiti enormi. Il bello di questo mestiere, o meglio, missione la definirei se penso a quale responsabilità ha un docente verso le generazioni con cui si confronta e cresce a sua volta, è il contatto, quello scambio che non si può sostituire con nessuna connessione web. Per svariate ragioni, per l’immediatezza, le vibrazioni, i non detti, le espressioni, la prontezza, il linguaggio non verbale e quanto altro stimola e conduce la partita in ogni classe e a ogni lezione. E’ un match, come tale necessita di uno scambio. E questo sul web avviene con difficoltà, perché parliamoci chiaro, 5 G e wi-fi sono traguardi di un futuro magari non troppo lontano, ma se pensiamo anche solo alla nostra Val di Susa (e siamo appena a pochi km da qui), ha molti comuni fuori banda, e anche in piena città (girando diverse scuole ogni anni ormai ho un certo dato statistico) la maggior parte dei ragazzi usa solo i propri cellulari, spesso sono in casa con altri familiari che usano la linea non permettendo una connessione stabile e continuativa. Ma nonostante questo, di certo la Dad è una ottima possibilità per tenere contatti, per brevi periodi possiamo sostenerlo, per garantire a tutti di star al passo anche in casi di assenze prolungate o pandemie, che però si spera vivamente finisca quanto prima. Ha permesso a docenti e alunni di sperimentare nuovi modi di fare lezione, nuovi strumenti che il web, le presentazioni Power Point, i video, lavori di gruppo, svolti a distanza magari ognuno dalle proprie stanze, ma con la possibilità di renderli più attrattivi grazie alle nuove tecnologie, ha sicuramente permesso di alimentare l’attenzione e la curiosità degli studenti. Siamo ormai nella generazione Z, o Y, non ricordo più, ma di certo le nuove generazioni hanno molta più dimestichezza a cercare definizioni sul web che sui vecchi dizionari con cui spesso diversi di noi hanno appesantito le loro spalle andando a scuola. Ma dobbiamo stimolarli di più, sono super veloci su certe applicazioni per i loro mobile, ma si perdono se aprono un documento di Word. Molti timidi e poco partecipi in contesti di normalità, hanno trovato nuove sicurezze, si lanciano di più in interventi e osservazioni in aula virtuale, coperti dietro al loro schermo e al sicuro nelle loro case. E di certo, molti bisogni educativi speciali di cui oggi abbiamo presenze sempre più ampie nelle classi, trovano enorme giovamento con una didattica interattiva, dotata di mappe multimediali e stimoli che il web e le tecnologie di certo aiutano a sintetizzare. Insomma, come sempre, la via di mezzo è la soluzione anche nel nuovo millennio credo, magari spingendo un po’ sull’acceleratore per pensare alle nuove generazioni che anche secondo le tabelle dell’UE devono avere skills sempre più multitasking e proattive. Per questo però dobbiamo anche far in modo che la Dad non diventi uno schermo con cui aumentare le distanze, la socializzazione e lo scambio con i compagni e con i docenti, che non possono proprio a causa di quello schermo, seguire davvero da vicino le esigenze proprie di quei ragazzi, soprattutto di chi ne ha più bisogno. La Dad perciò può accompagnare e integrare, non sostituire. 

Gli edifici scolastici io li trovo fuori dal tempo, moltissimi sono stati pensati nel secolo scorso se non prima. Vanno ripensati?

Le strutture che abbiamo oggi son dei veri capolavori di edilizia strutturale. Ci sono edifici che al loro interno fanno trasparire il peso dei passi verso la formazione collettiva, corridoi che si perdono a vista d’occhio con arcate alte metri e metri quasi a cercare quella elevazione verso il sapere più nobile. Ma tornando ai piani più pratici di questa conversazione, ti dirò, io non mi sento di condannarli! Anzi, anche per mantenere il trend delle nuove architetture fusion tra moderno e antico (non me ne vogliano architetti e designer per l’irriverente invasione di campo), le valorizzerei. In fondo, in questa città abbiamo tantissimi esempi di rivalutazione e riconversione di strutture vetuste per nuovi scopi ed esigenze. Questa commistione di edilizia anzi, renderebbe giustizia a quei luoghi così importanti. Di certo, ciò che reputo necessario è capire in che epoca viviamo, in che modo vogliamo concepire la vita negli spazi e la loro interazione con le esigenze delle persone. Parliamo tanto di smart-working, ma per le scuole ipotizzare di cambiare, aprirsi a nuovi spazi per la condivisione di momenti educativi, di luoghi in cui studiare insieme e scambiarsi opinioni ed esperienze a 360 gradi, sembra quasi una utopia da corsi di aggiornamento. E dirò di più, ad oggi non abbiamo garanzia sulla sicurezza base degli edifici, in una città che nella tragedia di Rivoli dovrebbe aver invece non solo imparato a ricordare quanto sia importante, ma che dovrebbe fare dell’edilizia scolastica in sicurezza il punto fermo da cui partire per priorità impellenti e quanto mai richieste. Classi pollaio, laboratori precari, strumenti desueti e che solo a piccoli sprazzi e ondate magari arrivano e non in quantità sufficienti. Se vogliamo ripensare spazi e luoghi serve investire negli stessi, in modo sistematico, con visione e prospettiva magari supportata da enti e organismi che fanno di studi ed esperienza sul campo il loro punto di forza, e che spesso sono protagonisti di progetti avvenieristici da guardare con interesse e ispirazione. 

A ripensarli a Torino ci hanno pensato Fondazione Agnelli e Compagnia di San Paolo, devo dire in modo egregio con il progetto Torino fa scuola. Io ho visitato la scuola Fermi che è stata completamente ripensata aprendola anche al territorio. E’ la politica che delega al privato la visione della scuola?

Quel progetto è l’esatto ago della bilancia, tra pubblico e privato, una alchimia quasi impossibile quanto reali invece siano stati per efficacia e modernità gli esempi raggiunti. Un volano importante sul territorio, un punto di riferimento, luoghi di aggregazione e dimensioni nuove che spingono gli studenti a spirito di identità con la scuola che frequentano, prendersene cura. Credo sia questo un po’ ciò a cui ti riferisci. Perché anche chi si sente emarginato, o sente su di sé il penso di difficoltà personali, familiari e disagi emotivi o formativi, può ritrovare ossigeno anche grazie al welfare aziendale. Sì, lo chiamo welfare aziendale, perché ormai le scuole lo sono. E bisogna dirselo. E per lo stesso motivo per cui ogni azienda che si rispetti dovrebbe portare avanti con impegno la visione delle proprie risorse umane, anche la scuola ha al suo interno un luogo da vivere e persone da animare con formazione, motivazione e scambio di competenze, abilità ed esperienze. Il famoso know-how, non solo di chi ci lavora, ma anche dei clienti a cui ci rivolgiamo, esigenti, attenti e quanto mai speciali, i ragazzi. E un luogo performante non può che fare da leva verso la buona riuscita di questo delicatissimo equilibrio sistemico, tra persone, luoghi, cultura e obiettivi.

E la politica?

La politica in tal senso perciò, non può delegare tali compiti. Deve occuparsi dei sogni e delle speranze di una generazione che ha il compito di proiettare al futuro, anche per doveri Costituzionali. E deve ripensare alle strategie adatte, ai mezzi migliori, alle prospettive più realizzabili per dare una speranza ai ragazzi che ogni giorno accogliamo in quelle strutture. E se il pubblico può ispirarsi a quanto il privato che hai menzionato può fare, allora ben venga. Abbiamo solo da guadagnare, da sperimentare e da realizzare. Sono scelte. Come in ogni cosa che conta, sono le scelte che si fanno che danno il peso specifico di cosa potremo aspettarci. Alla luce della società che ci vivremo all’indomani di questo anno Covid19, forse dovremmo tornare a trovare spazio per il confronto e la progettazione. Europa e organismi internazionali hanno da anni progetti e programmi che spingono verso una prospettiva complessiva ampia, di condivisione e di scommessa su ciò che sarà il futuro per noi, docenti e alunni. Dobbiamo solo scegliere da quale parte stare, quella della possibilità o quella della consuetudine, con cui però i cambiamenti sono pressoché impossibili, anche a costo di osare laddove sperimentare sia la prospettiva scelta. 

Alla luce dei cambiamenti epocali degli ultimi anni, la DAD e non solo, è un esempio. Serve un ricambio generazionale nel corpo docente?

Sono figlia di una insegnante che ha iniziato la sua carriera quando ancora c’erano le macchine da scrivere. E ha svolto il suo ultimo anno di servizio con la Dad, imparando a interfacciarsi su Zoom coi suoi piccoli alunni. Scioccante, soprattutto per l’allergia di mia madre per le tecnologie. Ma al di là della svolta epocale di mia madre che poco interessa in questo momento, credo che tutti possano inserirsi nelle novità, e prendere da esse il meglio che possono offrire. In quel caso, continuare il cammino dei bambini, e permettere di imparare come attivare un profilo web, mail e mille altre diavolerie che spesso provocano fatica enorme per chi non è abituato, certamente è stata una grande sfida. Certamente, questo mestiere, credo però, richieda una costante messa in discussione, ma penso che la maggior parte del corpo docente abbia ampiamento dimostrato come in brevissimo tempo sia stato in grado di ripensarsi e garantire il minimo indispensabile almeno per assicurare l’istruzione a tutti. Semmai la domanda che mi pongo è come mai si viva con più di 170 mila supplenti che comunque non bastano a colmare le cattedre vacanti? Come mai non si scommetta sui docenti per garantire loro formazione costante e stimoli continui, e non parlo solo a livello contrattuale (non ci sono ad oggi lavoratori che non attendano adeguamenti dei loro contratti)? Come mai non lo si garantisca rispetto alle mille responsabilità legali e sociali che ormai si trova ad affrontare, spesso senza strumenti? Come mai non si pensi a garantire figure professionali chiave stabili e permanenti, che possano avallare e affiancare il ruolo dei docenti con i ragazzi che hanno di fronte, sempre più esigenti, con bisogni variegati e specifici di questa società così iperconnessa, ma spesso affetta da solitudine cronica e paure violente come i muri da far crollare? 

Scuola e(è) territorio. La relazione della scuola, ditemi se sbaglio, è legata al corpo docente e alla dirigente scolastica. Dovrebbe secondo voi diventare prassi e metodo. In altre parole, quanto devono essere aperti i portoni delle scuole?

Le scuole sono punti di incontro e confronto tra allievi, docenti e famiglie, e da anni ormai è stato stabilito un rapporto scuola-famiglie assai saldo e ricco di momenti in cui scambiarsi esigenze, opinioni, richieste. Ormai ho più gruppi di Whatsapp legati alla scuola che alla mia vita privata, un continuo scambio perché ormai siamo inondati di incombenze ed esigenze a cui rispondere sempre più in maniera corale e immediata. Le porte si aprono spesso, non solo per gli open day in cui presentarsi ai nuovi alunni, ma anche per i consigli e appuntamenti stabiliti, per i laboratori pomeridiani e per tutte quelle attività che garantiscono alla scuola, ancora, di essere il primo strumento di welfare e di controllo ancora oggi dei nostri ragazzi a mio parere. Per questo oggi che non abbiamo più questo luogo, mancano a tutti punti di riferimento e di possibilità. Sicuramente, se avessimo strutture dinamiche e interattive come quella di cui mi hai parlato prima, riferendoci al Fermi, molto tra famiglie e scuola potrebbe legarsi ancora di più. Un po’ come fanno le nostre case del quartiere in quelle circoscrizioni che hanno la fortuna di averle. 

Nelle scuole ora c’è il mondo intero, mi riferisco ai giovani nuovi cittadini: problema da gestire o opportunità da cogliere?

Intercultura. Che bel nome, è anche un progetto europeo di scambi per studenti. Ma veniamo a noi. Credo fermamente che il mix sia una delle più grandi opportunità che l’umanità abbia da sempre. In fondo, anche noi italiani siamo frutto di una miscela proverbiale, dove gli ingredienti delle grandi civiltà della storia si sono mischiati e ci hanno insegnato che i popoli si muovono, si intrecciano per usi e costumi, culture e qualità di ognuno e questo le arricchisce, le unisce, e le divide solo quando la paura del diverso le fa crollare. L’integrazione vera, a scuola, parte, o almeno dovrebbe partire secondo me, dalla lingua, da ciò che permette alle persone di capirsi, di annientare barriere e riferimenti, dando loro la possibilità di inserirsi davvero nella società, nella classe in cui vivranno, per tornare al nostro caso.  La scuola va sostenuta in questo, soprattutto quando i ragazzi arrivano in età più adulta e devono già fronteggiare materie complesse legate a quel determinato percorso di studio, per cui i piani personalizzati e i laboratori di lingua forse non sono sufficienti. Le opportunità per essere colte vanno costruite, coccolate, arricchite e tenute in considerazione sin dai primi passi. L’accoglienza è ad esempio avere mediatori culturali ai colloqui coi genitori quando questi non possono ancora capire il docente; ci sono molte scuole che hanno costruito intere progettualità con questo obiettivo. Inserire, secondo me, è permettere a un ragazzo che arriva da storie tremende oltre mare magari (succede sempre più spesso) di infrangere la barriera della paura e dell’incomprensione con un percorso intensivo della cultura e della lingua del paese che lo sta accogliendo, in modo che prima di fisica e matematica, possa comprendere ciò che gli si sta chiedendo, cosa gli si propone e offre, una mano e un braccio teso in modo comprensibile e sempre più assimilabile. La riuscita di un è progetto di integrazione va intercalata nella realtà in cui i soggetti a cui si rivolge vivono. Capire i quartieri, far conoscere loro il luogo dove adesso abitano e fargli comprendere come mai quel luogo ha certi usi e costumi, facendogliele semplicemente conoscere. Certe scuole organizzano addirittura uscite appropriate a luoghi di interesse e culturali o base come farmacie, mercati, che si abbinano alla provenienza dei ragazzi che stanno svolgendo il laboratorio di italiano L2 (cioè quei progetti per imparare la nuova lingua italiana, nel nostro caso, come propria). E questo agevola il senso di accoglienza e veicola la possibilità di far sentire quella integrazione in modo concreto nella quotidianità. Certo, anche qui è una scelta, quella del tipo di scuola aperta e accogliente che si desidera davvero realizzare. 

Il libro da suggerire e dedicare è il racconto di due atleti neri, “ribelli” e campioni di sport e poi insegnanti. Riporto qui un brano “Questa lotta è ciclica e, sono ormai convinto, non può portare a vittorie definitive. Proprio come oggi si è tornati a lottare per il diritto di voto, l’assistenza sanitaria per le donne e per la desegragazione in diversi ambiti. Sembravano cose finite, passate, ma ciascuna generazione deve combattere le proprie battaglie […] Non è importante che tu generi una vittoria definitiva, ma che tu combatta le battaglie per cui la tua generazione è responsabile.” l libro è “Trentacinque secondi ancora” di Lorenzo Iervolino 66THAND2ND. E’ la storia di Tommie Smith e John Carlos (i pugni alzati a Città del Messico) e la frase citata è del loro allenatore e insegnante. E’ qui perché credo dovrebbe esserne suggerita la lettura ai ragazzi e alle ragazze che ora frequentano la scuola. Perché il futuro è della nuova generazione che sta vivendo il presente. Banchi con le rotelle a prescindere.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

“Benedetta sia la luce che ci illumina il cammino” canta Federico Sirianni (Il Santo). Aggiungerei in questi tempi bui. “E benedetta la complicità che unisce le persone” conclude la canzone. E la complicità cerco di provocarla con questa intervista doppia invitando Elena Aimone (attrice) e Federico Sirianni (cantautore, si può ancora dire?).
Perché un’attrice ed un cantautore? Perché anche loro sono vittime dell’emergenza (occorre sostenere la cultura e lo spettacolo) e della mancanza di luce che illumina il cammino (la visione del futuro).

Inizierei da una domanda che mi frulla per la testa da un po’. C’è una distinzione netta tra cultura e spettacolo, lo si vede sui quotidiani dove ci sono pagine dedicate alla cultura e pagine dedicate allo spettacolo. Questo a mio parere porta a visioni differenti sia nella gestione dell’emergenza e che del futuro. Cosa ne pensate?

Rispondo con una citazione del premio Nobel Kenzaburo Oe “Io sono convinto che l’atto stesso di esprimersi contiene in sè un potere di guarigione e che gli effetti benefici di questo potere non si ripercuotono solo su chi si esprime, ma anche su tutti coloro che fruiscono di ciò che viene espresso. Questo è il misterioso potere dell’arte.”Penso che il teatro in Italia debba tornare a coprire una funzione sociale e didattica, in questo senso culturale. In relazione stretta con il mondo reale. Credo che questa situazione, e il tempo di pandemia, ci stiano mettendo a dura prova, ma siano  l’occasione per vedere con una lente d’ingrandimento le criticità già presenti, per poi  distruggere e ricostruire la struttura ed il meccanismo inceppato. Per poter ridare dignità alla parola artista, teatro e cultura, ormai da troppo tempo associati a forme di intrattenimento e di potere è necessario trasformare e trasformarci.Tutto questo richiede  pazienza, forza ed energia per immaginare, lottare, ricordandosi che nessuno si salva da solo, in un diaframma tra resistenza e prima linea, tempo per osservare e tempo per partecipare, per  riportare noi ed  il pubblico a desiderare e far parte di un atto creativo collettivo.

Credo che, più che a visioni differenti, questa distinzione porti paradossalmente  a una confusione dei significati e dei contenuti. Cultura e spettacolo non sono termini dicotomici, contrastanti, tutt’altro. Penso ai grandi varietà del sabato sera nella televisione pubblica degli anni sessanta/settanta, quando il balletto di Raffaella Carrà o delle Kessler si alternava a un duetto Mina-Gaber o alla presenza in prima serata di cantautori come Endrigo o De Andrè o addirittura Ciampi che, ai tempi attuali, non farebbero sostare nemmeno in portineria. Ultimamente c’è invece, anche da parte dei media e, soprattutto, dalle istituzioni, un’uniformità di significato tra cultura e spettacolo, o meglio, intrattenimento. E’ superfluo che porti esempi di questo errore di pensiero che, nella gestione emergenziale di questi tempi cupi, ha messo sullo stesso piano il Billionaire e La Scala, ma è proprio da comportamenti e azioni di questo tipo che traspare una imbarazzante carenza di cultura proprio nel riconoscerla e comprenderla. Figuriamoci a gestirla.

Voi vi siete esibiti su palcoscenici molto diversi. Elena da Segesta ai cortili torinesi; Federico dal Premio Tenco a Luna’s Torta. E’ parte del vostro lavoro o è trovare alternative in tempi di magra? (io lo trovo bellissimo, comunque).

Credo che qualsiasi atto creativo sia conseguenza della manifestazione di un desiderio. Mai come oggi mi viene da dire che i conti non tornano, in tutti i sensi e per molti aspetti. Sicuramente per gli artisti, come per molti è un momento duro e si cercano soluzioni, che magari solo fino a poco tempo fa non avremmo preso in considerazione.  Mi viene in mente l’immagine del tao con il bianco che contiene sempre un punto nero e viceversa. Si parla spesso di crisi, come peggioramento di una situazione, ma crisi  deriva senza dubbio dal verbo greco krino che significa separare, discernere. Credo fosse associata alla trebbiatura, in cui si separavano il chicco dalla pula, si sceglieva cosa tenere e cosa lasciare andare..Questa metafora, che mi riporta a mio nonno Michele, per dire che mi sembra un momento sospeso, di transizione, che dà la possibilità di osservare, lasciare ciò che non serve e scegliere quello che sembra necessario, bello, vitale. E se il teatro in tutte le sue manifestazioni nasce come specchio della società, della società deve parlare e alla società tornare.Per cui viva Segesta, viva i grandi i piccoli teatri, viva le librerie, e i cortili che recuperano la tradizione del trebbo e viva tutte le possibili trasformazioni.

A essere sincero non mi aspettavo, dopo molti anni di lavoro duro e complicato, di chilometri e chilometri su qualunque mezzo di locomozione in ogni parte d’Italia a fare il “commesso viaggiatore” delle mie canzoni, dopo essermi costruito un mestiere che, pur non essendo mainstream, mi permettesse di vivere abbastanza bene (e sono uno dei pochissimi in Italia a farcela) e crescere senza particolari sacrifici una figlia, di trovarmi completamente privato della mia attività vitale. Ma, per rispondere alla domanda, più che un cantautore mi ritengo un equilibrista, per cui l’ultimo dei miei problemi e reinventarmi o trovare strategie di sopravvivenza per continuare a camminare su quel filo dove sto da sempre.

L’emergenza è rappresentata dai ristori governativi, il futuro? Cosa occorre fare per dare dignità al vostro lavoro e fare in modo che arrivi ad un pubblico il più vasto possibile?

Credo che in questa situazione ognuno stia tentando di fare del suo meglio, ma questo decreto mi sembra più che altro un  modo per “mettere una pezza” su un vestito già molto rovinato. I lavori perduti, nella maggior parte dei casi,non verranno recuperati, ci sono intere tourneè completamente cancellate, produzioni  che saltano, piccole realtà virtuose che stentano a restare in vita, bandi vinti che richiedono attività in presenza che non possono partire e la sensazione è, a ben guardare, un non riconoscimento  prima che economico, di valore, come categoria. La salute, in un momento come questo, di emergenza, viene prima di tutto, certamente, ma ci sono molte incongruenze che lasciano perplessi. Concordo con alcuni colleghi sulla necessità di aprire un tavolo permanente con il Ministero dei Beni culturali e quello del Lavoro in modo che ci possa essere un riconoscimento  sul piano dei diritti e tutele per i lavoratori dello spettacolo, come per tutte le altre categorie. 

Vorrei che fosse chiaro che, per quel che mi riguarda, il “ristoro” (tra l’altro mi piacerebbe fare una chiacchierata con il copywriter che inventa queste terminologie) è nulla più che un’elemosina. Come altri colleghi e altri lavoratori di categorie particolarmente colpite da questa situazione, ho perso quantità di lavoro e denaro piuttosto significative a cui gli spiccioli del ristoro non possono assolutamente rimediare. La condizione attuale però ci racconta in tutta la sua durezza alcune realtà: la fragilità di un mestiere che il nostro Paese non riconosce più come tale ma, appunto, solo come “intrattenimento”, ovvero qualcosa di superfluo rispetto alle priorità produttive e consumistiche dell’individuo medio ma, soprattutto, la nostra incapacità – e per nostra intendo quella di noi addetti ai lavori – di renderlo credibile e necessario. Sarebbe un discorso lungo, ma penso che ci sia bisogno di una riflessione collettiva sul lavoro artistico, a partire proprio da chi lo svolge e con cui (finora) ci ha vissuto. Ma non vedo, da questo punto di vista, ancora la luce in fondo al tunnel. Come diceva l’amico Freak Antoni, il tunnel ce lo stiamo arredando.

Adesso c’è un’offerta legata al mondo dello spettacolo e della cultura vastissima, mai vista prima, soprattutto in streaming e in tv con canali dedicati. Vi chiedo se questa offerta, che voi sappiate, allarghi la platea oppure no. Nel senso che io penso che i “pubblici” si stiano specializzando e fossilizzando sulle singole offerte. Come si arriva a tutti con la qualità?

Rispetto all’offerta streaming e tv, non mi rendo ancora bene conto che mercato possa esserci, non  so se sia questa la soluzione. Sicuramente uno strumento da esplorare. Considero l’atto teatrale, un rituale laico, una pratica, un’azione che avviene nel qui ed ora, uno strumento di catarsi ed elaborazione delle emozioni, anche quelle più violente. La storia la raccontiamo non al, ma con il pubblico, e a seconda della risposta che riceviamo cambierà anche il nostro modo, in quanto attori, di comunicare. Più difficile con il filtro dello schermo.  Poi tutto è possibile ed esplorabile, ma diventa certamente un’altra cosa. Mi è più facile pensare di andare di cortile in cortile che non di streaming in streaming… per ora. Penso che il teatro dovrebbe essere trattato al pari della scuola, anche questione presenza. Sul come arrivare ad un pubblico più vasto è una buona domanda con cui stare in relazione e continuare ad  interrogarci.Certamente il movimento è andare verso, i cortili come tu ben sai Augusto, sono stati un felice esempio.

A essere sincero, non vedo questo strabordare di programmi culturali. Se non ricordo male di recente c’era l’idea in Rai di chiudere il canale dedicato alla Storia per assenza di share. Il “Netflix della cultura” immaginato dal ministro Franceschini è un’idea totalmente improvvisata dettata dalla necessità di rispondere (un po’ a caso e senza alcun progetto concreto e sensato, mi permetto di considerare) alle istanze dei lavoratori dello spettacolo. La risposta alla domanda è che non si arriva a tutti con la qualità. Non è obbligatorio né necessario. Ma è importante che, chi vuole assistere a eventi di qualità, abbia possibilità di farlo. E allora, più che inventare soluzioni bislacche in momenti di emergenza e panico, sarebbe utile ripensare, quando sarà di nuovo possibile proporre eventi dal vivo. a modalità sostenibili dedicate a quella stragrande maggioranza di persone che lavorano nella cultura e nello spettacolo, che non sono mainstream, ma rappresentano il grande humus che muove, in questo ambito, pubblico ed economie reali, per economie reali intendo che generano un’autosufficienza, non fondi o contributi istituzionali.

Un’idea,  un concetto sperando, come cantava Gaber, non resti un’astrazione per il futuro del vostro settore?

Perché un’idea non resti solo un’idea, per mangiarla.. come dice Gaber noi artisti dobbiamo metterci in cammino.Fa parte del nostro ruolo, aprire piste, fornire nuovi punti di vista.Dobbiamo andare dal re e chiedere una barca per andare su un’isola sconosciuta che ancora non esiste sulle mappe, come dice Saramago. E convincerlo. Seguo da un po’ di anni un progetto che mi sta molto a cuore Wanderlust-teatro affido, e con i miei compagni di viaggio e i ragazzi lavoriamo molto sui sogni e sull’importanza di renderli reali.Partirà  un progetto che si chiama Acchiappasogni che per noi sarà una nuova avventura piena di senso. A proposito di idee concrete ed un buon utilizzo dei social media farò parte del progetto Argo proposto dal Teatro Stabile di Torino. Un viaggio che sembra una variazione comunitaria in tema di streaming. Un centinaio di persone coinvolte tra attori, tecnici, registi, editor e social media manager. L’obiettivo è quello di supportare la coesione della comunità artistica, promuovere la formazione su tecnologie digitali e lavori innovativi.Saranno elaborati oggetti digitali politici,come un manifesto, un podcast, una mappa concettuale, una campagna di comunicazione da testare direttamente poi con la comunità dei cittadini. La nave Argo partiva alla ricerca del vello d’oro… mi sembra una buona metafora.

Quello che dico spesso durante i miei concerti: “Ricordatemi da vivo”.

 

 

Che dopo è tardi aggiungo io. Grazie a tutti e due per la disponibilità e a presto dal vivo.

Tocca al libro, questa è un’occasione per fare un esercizio non facile: abbinare il libro alle mie vittime, oltre a proporre libri che mi sono molto cari. Restando nel mondo dello spettacolo, anzi delle arti che è meglio, vi dedico “A pesca con Groucho” di Irving Brecher e Hank Rosenfeld. Irving Brecher è stato uno dei più grandi sceneggiatori di Hollywood. Per darvi un’idea, Groucho Marx definiva Brecher “la lingua più perfida del west” e Brecher definiva Groucho “Era un compagno semplicemente pericoloso. Una minaccia. La sua lingua era un missile fuori controllo. Peggio che nei suoi film”. Federico poi passalo a Giorgio Olmoti. Leggetelo, aiuta anche a trascorrere questi giorni chiusi in casa.

Qui le altre interviste: elenco

Interviste urgenti: Antonio Castagna, esperto politiche ambientali

I temi ambientali sono la metafora perfetta dell’emergenza e anche la metafora perfetta della mancanza di visione del futuro. Dalle alluvioni ai rifiuti. Dalla siccità alle migrazioni. Dalla mobilità all’inquinamento.

La mia sensazione è che i timidi tentativi di cambiare rotta strizzino sempre l’occhio alla tenuta del PIL che non ad una vera rivoluzione politica che ci porti verso un futuro davvero sostenibile. Il bonus bicicletta secondo me è un esempio che calza: la bici con lo sconto, figo siamo più sostenibili e fatturiamo (PIL). Se quei soldi fossero andati a potenziare il trasporto pubblico credo che l’effetto in termini di sostenibilità e riduzione dello smog sarebbero stati più evidenti e di tendenza. 

Questa sensazione tutta personale la giro all’ospite di questa “intervista urgente”, Antonio Castagna esperto in temi ambientali ed economia circolare. 

Cosa ne pensi Antonio?

Non so se risponderti sul buono bicicletta o sulla domanda generale. Parto da quella generale per un motivo ecologico: quando vai dietro alle questioni troppo particolari ti perdi il senso. E la mia risposta potrebbe fermarsi pure qui. Voglio dire che il cambiamento lo fai con gli strumenti tecnici, con l’applicazione sulle questioni particolari, ma prima ancora interrogando il contesto e sviluppando una visione, che consente di individuare gli strumenti giusti e di regolarne il funzionamento. Altrimenti fai come me quando devo fare i lavori in casa, finisce che usi sempre gli stessi strumenti, i cacciavite sbagliati, perché prima non ho fatto l’analisi del problema. 

E il PIL?

La centralità del PIL, secondo me dipende da questo, non c’è altro orizzonte al di fuori della crescita, non c’è un altro modello di società, un altro sistema di valori, sia nelle classi dirigenti che nella popolazione. Quindi, siamo fermi qui. Il provvedimento sul bonus bici è un provvedimento emergenziale, è vero, ma niente e nessuno impediscono di farsi qualche domanda anche durante un’emergenza. E infatti qualcosa emerge, ad esempio le modifiche al codice della strada, la creazione delle zone 30 nelle città, le Regioni, compresa la Regione Piemonte, che cominciano a sviluppare piani integrati per la mobilità ciclistica. È tutto molto lento ed estremamente contraddittorio. Soprattutto però, in questo caso, mi sembra che non ci sia il coraggio di definire un orizzonte da qui a 20 anni. Risulta tutto molto confuso e annegato in una politica che sente di dover rispondere alle richieste di rassicurazione immediate. E questo non è solo colpa della politica.

Tu sei esperto di economia circolare, wikipedia la definisce così: “un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo garantendo dunque anche la sua ecosostenibilità.” Puoi farmi qualche esempio di economia circolare?

Partiamo dall’esempio e poi aggiungo qualche considerazione. Immagina di avere a disposizione una grossa scatola di Lego. Assemblando i pezzi puoi costruire qualsiasi oggetto, poi nessuno ti impedisce di smontarlo e con gli stessi pezzi di ricostruirne un altro. Questa stessa cosa puoi farla con tanti beni di consumo e potresti farla con tutti i beni di consumo se venissero progettati per essere riparabili. Prendi i computer e i cellulari, se potessero essere aggiornati in alcune parti semplicemente aprendo la scatola e installando delle parti nuove, capaci di continuare a interagire con quelle vecchia ma ancora valide. Talvolta, in effetti, si fa e questo è il mercato del ricondizionato. Ma non è un mercato dalle dimensioni significative, anche perché né i computer né i cellulari sono progettati per essere ricondizionati. Lo stesso ragionamento lo puoi fare per l’abbigliamento, ma questo implicherebbe delle norme per cui puoi produrre abbigliamento usando esclusivamente fibre naturali di qualità, perché queste resistono al tempo e continuano ad avere valore anche quando dismesse. Infine, ultimo esempio altrimenti ti ammorbo, puoi pensare che un bene passi di mano in mano, da utilizzatore a utilizzatore, senza che questo divenga mai di proprietà esclusiva di qualcuno degli utilizzatori. È il caso dello sharing, ma anche del cosiddetto prodotto come servizio, per cui in uno stabile tu potresti avere un impianto di riscaldamento che rimane di proprietà del fornitore, che ricevendo il pagamento per il servizio che rende, avrebbe anche l’onere della manutenzione. È evidente che diventerebbe suo interesse che la vita utile delle parti utilizzate si prolungasse il più possibile. Al momento tutto questo è possibile, ma è ancora poco praticato. Altra cosa è il riferimento che spesso si fa in Italia al tema del riciclo della materia prima. Quella cosa lì per me non c’entra con l’economia circolare, perché nei processi di riciclo tu devi riprocessare la materia che magari è mescolata in lega o è sporcata da altri materiali. I beni non sono cioè pensati e progettati per essere smontati separandone le parti e recuperati. Il riciclo è meglio che buttare tutto in discarica o in inceneritore, ma senza un pensiero più ampio, connesso alla progettazione e al sistema di distribuzione dei beni è solo una pezza che mettiamo su un grosso buco.

L’obiezione che viene naturale è legata ai posti di lavoro, se riciclo non produco, se non produco non creo posti di lavoro. Come si risponde a questa obiezione?

Se ricicli crei le condizioni per attivare nuove produzioni. E quindi, come dicevo prima, non cambia granché rispetto al sistema che conosciamo tranne il fatto, molto importante, che risparmi materia prima vergine. Se invece riutilizzi, ripari, ecc. allora moltiplichi per 7 i posti di lavoro creati con il riciclo. Questo dipende dal fatto che la riparazione è labour intensive, così come la gestione dei servizi di prossimità connessi alla riparazione e alla commercializzazione dei beni usati. Sono le grandi reti di produzione e distribuzione globali che riducono drammaticamente i posti di lavoro. Quelle funzionano facendo efficienza, solo che fare efficienza significa che se un bene sta a scaffale per 6 mesi allora è meglio buttarlo, perché occupa spazio e lo spazio ha un costo. È così che funzionano i grandi player del commercio on line. Questo mi fa pensare che l’efficienza non è necessariamente amica dell’ambiente e sicuramente non è amica della sostenibilità sociale. La vera fregatura è che le grandi reti globali riducono anche i prezzi al consumatore, che così si fa alleato della distruzione del contesto sociale che lo ospita. Per modificare questo equilibrio non è sufficiente appellarsi alla buona volontà del consumatore, ci vogliono visioni e norme che ridimensionino certi modelli a favore di altri.

Tu hai scritto un libro dal titolo e sottotitolo significativi: Tutto è monnezza. La mia dipendenza dai rifiuti . E in effetti adesso che c’è il porta a porta è ancora più evidente la quantità di rifiuti che riusciamo a produrre. Alcuni sono inspiegabili: confezioni gigantesche per tre croissant. Partiamo dal packaging? Una giusta tassa sul peso della confezione?

Io penso che in una certa fase storica, l’enfasi sui rifiuti e sulla raccolta differenziata nel dibattito pubblico sia stata necessaria. A questo punto però sappiamo molte cose in più che dovrebbero aiutarci a ridefinire le politiche: 1) Limitare il packaging è tanto più possibile quanto più sono ravvicinate le distanze tra chi produce e chi consuma ed è ridotta la quantità di beni a lunga conservazione (il che significa intervenire sugli stili di vita, non certo sulla riduzione di impatto del packaging con 1 grammo in più o in meno di plastica); 2) Puntare su un packaging riutilizzabile come il vetro a rendere richiede la disponibilità di logistiche di ritorno efficaci e ravvicinate nello spazio tra luogo di vendita e luogo di raccolta e lavaggio. Oltre i 100 km costa troppo e da un punto di vista ambientale non è conveniente rispetto al packaging usa e getta in materiale plastico; 3) Esistono dei produttori di rifiuti che potrebbero essere del tutto eliminati, ad esempio le cassette di frutta e verdura usa e getta dei mercati per i quali sono stati pensati progetti ed azioni ad hoc che però, misteriosamente, non sono mai andati in porto; 4) Alcuni beni come i detersivi potrebbero essere distribuiti in formato sfuso se solo il conferimento dei flaconi in HDPE fosse tassato adeguatamente; 5) i croissant sono buoni quando sono freschi e fatti artigianalmente.

La pubblicità, ormai di molte aziende, strizza l’occhio all’ambiente e alla sostenibilità. Solo marketing o c’è anche un cambiamento di tendenza reale?

Dipende. Diciamo che la questione è discutibile anche quando l’approccio è serio.  Ad esempio, è vero che le auto e le moto elettriche riducono l’emissione di CO2, ma non riducono l’intasamento, né modificano lo stile di vita delle persone e il modello di convivenza urbano. Inoltre, l’accaparramento del materiale necessario per produrre le batterie è fonte di ingiustizie e violenza. È piuttosto facile diventare green sulle spalle degli altri. Oppure c’è il caso dei produttori di carne vegetale tipo Beyond meat. È vero che è un prodotto derivato esclusivamente da ingredienti vegetali, ma questi subiscono trattamenti industriali che consentono di estrapolare determinate proteine o aromi, scomponendo i legumi e gli altri ingredienti da cui sono composte. Un processo che è fuori dal controllo dei produttori e dei consumatori, che crea ulteriore distanza tra il consumatore e il prodotto finito, in un settore, quello del cibo, che è rimasto uno dei pochi in cui al consumatore, direi meglio al cittadino, è consentito entrare in contatto con i produttori e i processi produttivi. Detto questo, ci sono anche casi interessanti, i servizi di car sharing, ad esempio sono interessanti.

A pochi passi da dove abitiamo c’è il negozio di un’azienda, Ri-Generation, che rimette sul mercato elettrodomestici rigenerati. Un classico esempio di economia circolare. E’ una realtà isolata o è una tendenza che si sta diffondendo?

È una tendenza che potrebbe diffondersi molto se venisse generato un ecosistema (oramai i saputi parlano così) coerente. Al momento esistono solo pochi elementi di coerenza. In Francia, per esempio la rete Envie funziona bene, grazie al fatto che lo Stato la sostiene in quanto rete di attori che hanno come obiettivo l’inclusione sociale attraverso il lavoro. La riparazione e la vendita di beni usati, tra cui gli elettrodomestici ricondizionati, fa parte di un progetto che coniuga ambiente e inclusione sociale. Funzionerebbe ancora meglio se i produttori di elettrodomestici progettassero i beni in modo che le parti fossero facili da smontare separatamente, invece che in monoblocchi.

L’economia circolare e la sostenibilità mi fa pensare alle filiere dei prodotti agricoli che iniziano dal raccolto e passando attraverso la calibratura, la pulizia, la lucidatura e poi grossista, trasportatore e così via arrivano sui mercati. E’ calcolabile  la quantità di rifiuti e di inquinamento che questo comporta? E quale dovrebbe essere l’alternativa?

La quantità di rifiuti prodotta da questi processi è calcolabile e calcolata. A me però non convince l’analisi degli sprechi per segmento della filiera. Cioè, sapere che il 2,5% si spreca nella distribuzione e il 42% in casa, non mi aiuta a capire che la fonte dello spreco è il sistema di commercializzazione e approvvigionamento, e che per quanto puoi limare il dato, il fatto decisivo è che il modello di acquisto in cui mi accaparro cibo fresco e a lunga conservazione una volta alla settimana al supermercato, non può che produrre sprechi. L’alternativa per me è appoggiarsi su reti di prossimità e prestare attenzione al valore del cibo e del lavoro che lo produce. Però sappiamo tutti e due che, di nuovo, senza un intervento regolatore, queste resteranno pratiche per persone relativamente benestanti, con un po’ di tempo a disposizione, una conoscenza sia pure approssimativa dei sistemi e una rete solida di conoscenze capace di aiutarti a cominciare quello che è ogni volta un viaggio di scoperta dei prodotti e dei produttori.

Greta Thunberg è ammirevole ed è riuscita a smuovere parte delle nuove generazioni, basta? Non pensi che rischi, in questa epoca di cicli brevissimi, che tra un po’ si dissolva il suo carisma? In altre parole senza un impegno, direi ideologico, della politica non ne usciamo. 

Senza un impegno direi ideologico della politica non ne usciamo. Senza la politica non ne usciamo. Non ne usciamo.

Grazie per la chiacchierata, spero sia utile.

Adesso il libro da dedicare ad Antonio come consuetudine, il libro è Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale di Stefano Mancuso e Alessandra Viola (Giunti). E’ un libro che metterebbe in crisi un vegetariano e che leggerlo dovrebbe insegnarci ad avere il giusto rispetto e la dovuta attenzione a quella parte di pianeta che stiamo distruggendo. Prima che sia troppo tardi.

Qui le altre interviste: elenco

Interviste urgenti: Mario Nejrotti, medico

Sono ormai anni che in questo paese c’è una sorta di sindrome dell’emergenza, sindrome che ci costringe a lavorare e pensare all’oggi e non al futuro. L’elenco delle emergenze è lungo, a volte sono reali, a volte sono dettate dalla convenienza politica del momento. Emergenza è una parola che appare spesso sui titoli e sugli approfondimenti della stampa e dei talk show, raramente, invece, appare la parola futuro. Se qualcuno prova a cambiare prospettiva la riposta è sempre la stessa: ci sono altre priorità.

Il Covid 19 le riassume tutte le emergenze. Il Covid 19 che, al contrario, io credo ci stia dicendo che occorre ora, e subito, immaginare il futuro del paese e della società. La vera emergenza alla quale non stiamo dando risposta. Questa mia riflessione, nel mio molto piccolo mondo di quartiere, mi ha spinto a chiedere un parere sul tema a persone che conosco. Una sorta di seguito delle “interviste possibili”.

Un seguito che inizierei da un medico, dal dottor Mario Nejrotti che ho avuto il piacere di conoscere incontrandolo nello studio medico dove lavorava e attraverso la lettura dei suoi romanzi. Mario Nejrotti è anche il direttore responsabile della rivista on line Torino Medica organo ufficiale dell’ordine dei medici di Torino. Iniziamo.

Caro dottore, ribaltiamo i ruoli, come stai?

Fa sempre piacere sentirselo chiedere. Bene, Augusto, grazie.

Anche se meritatamente in pensione il tuo ruolo di direttore di Torino Medica è un osservatorio importante della situazione e quindi proverei a farti qualche domanda proprio riflettendo su emergenza e futuro. L’esercito, l’istruzione, la giustizia sono competenze dello stato. Trovi corretto e utile che la sanità, valore almeno pari a giustizia e istruzione, sia di competenza regionale? Sono evidentemente in difficoltà, le regioni, nel gestire l’emergenza e non mi pare abbiamo la possibilità di programmare il futuro. Dal mio punto di vista naturalmente.

La programmazione non è mai stato una delle principali qualità della nostra politica. La gestione della Sanità affidata alle Regioni, fonda la sua ragion d’essere su una presunta maggiore vicinanza ai bisogni di salute della popolazione, che dovrebbe portare ad una migliore efficacia ed efficienza degli interventi. Ma purtroppo nel nostro Paese, questo per altro debole concetto, ha prodotto nel corso degli anni tante Sanità, una diversa dall’altra, con sconcertanti differenze qualitative, di accesso alle  cure e di costi. Di fatto ormai esistono cittadini di serie A e di serie B, con un fenomeno di migrazione interna alla ricerca di servizi migliori che è imponente, ma purtroppo, talvolta, inevitabile. 

La dipendenza dalla “partitica” centrale, che non è politica, é rigidissima, quindi una programmazione locale, che consideri solo il bene comune, non è facile. Senza contare il rischio concreto di clientelismo e quello della corruzione, ancora più pericoloso e purtroppo, come ci dicono le cronache, diffuso. 

Probabilmente, una pianificazione  statale  potrebbe offrire servizi omogenei e con i dovuti strumenti sarebbe più controllabile, sia nella qualità, sia nella correttezza delle procedure.

Adesso una domanda su quello che era il tuo lavoro, la medicina di base. A me sembra che si stia delegando a loro una parte importante dell’emergenza Covid, la difficoltà nella gestione dei vaccini lo dimostra, mettendo a rischio la loro missione principale. E’ un servizio da ripensare? E come?

L’attività della medicina di base è sempre stata al centro di grandi promesse e di grandi polemiche. La missione del medico generale, che si poggia sui molteplici bisogni della popolazione, non è facile a definirsi nei suoi confini e obiettivi. 

Il comparto della medicina primaria ha subito una profonda evoluzione professionale e giuridica dalle sue radici, che partono dal medico dei poveri prima e poi dal medico condotto. 

Oggi la figura è completamente diversa, ma diciamo che nel profondo del sentire comune giace questo mitico ricordo di un medico della persona, sempre pronto a capire e consolare. Una figura che, se pure esistita, aveva a che fare con una società e con bisogni infinitamente diversi e che, così come era, oggi sarebbe a dir poco anacronistica.

Oggi i medici di medicina primaria comprendono quelli di famiglia, i pediatri di libera scelta, i medici della continuità assistenziale e dell’urgenza territoriale e da poco anche quelli delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), senza contare i medici del distretto sanitario, quelli della assistenza domiciliare e delle cure palliative,  un sistema strettamente interconnesso di cui i cittadini hanno un estremo bisogno.

Quando ormai più di vent’anni fa avevo contribuito con altri colleghi di tutta la Regione a far nascere i primi Gruppi di Cure Primarie, ci eravamo resi conto che la figura del medico isolato in uno studio, magari senza segretaria , non poteva rispondere efficacemente alle richieste dei cittadini. 

Avevamo allora immaginato e sperimentato strutture più ampie, anche logisticamente, dove gruppi di medici generali e pediatri di libera scelta interagivano con figure infermieristiche, amministrative, di specialisti di primo livello, di psicologi, usufruendo anche di diagnostica strumentale e di laboratorio di base. 

Tutto ciò era stato immaginato, oltre che per aumentare l’offerta sanitaria del territorio, e così sgravare gli ospedali da incombenze ambulatoriali improprie e non gestibili al meglio, per la scarsa conoscenza del singolo paziente, proprio per sburocratizzare la figura del medico, per liberarla da competenze non sue  e restituirla ad un rapporto clinico e umano più moderno ed efficace con il proprio paziente. 

L’evoluzione di questo progetto, allora molto osteggiato a livello politico, amministrativo e devo dire purtroppo, anche professionale, ha portato ad innumerevoli nuove sigle di raggruppamenti medici fino alle case della salute. Ma non mi sembra proprio in questi giorni di crisi che questa evoluzione organizzativa abbia permesso alla medicina di territorio di espletare quel ruolo di “delega” nella pandemia, come dici tu, che avrebbe equilibrato maggiormente l’assistenza dei malati di COVID. 

Invece i medici di medicina primaria, e specialmente quelli di famiglia, sono rimasti, naturalmente in generale, travolti da un sistema che li ha lasciati solo virtualmente “al centro”, senza però fornire loro strumenti, risorse e percorsi culturali, che avrebbero permesso un’ evoluzione più armonica negli ormai quasi trent’anni trascorsi.

Comunque i medici di famiglia in questo ultimo tragico frangente, oltre a continuare l’assistenza a tutta la popolazione, stanno facendo il possibile: ora per praticare le vaccinazioni antinfluenzali, domani per eseguire, se sarà utile e necessario, tamponi e test rapidi e in un futuro, che speriamo prossimo, per svolgere la più grande campagna di vaccinazione che abbia mai visto la storia umana.

Restando ai medici di base, la mia impressione è che siano entità separate dal territorio in cui operano. Provo a spiegarmi, in un quartiere esistono realtà del terzo settore, culturali e sportive che potrebbero interagire con gli studi medici offrendo svago, supporto soprattutto ai pazienti di una certa età o fragili. Non pensi che sia necessaria una collaborazione stretta tra queste realtà e i medici di base?

Si potrebbe dire provocatoriamente che sarebbe già una bella cosa se ognuno facesse bene il proprio lavoro. Ma il problema a cui tu accenni ha il suo peso, specie nelle realtà di quartiere, e penso a quelli delle metropoli resi più complessi da crisi economica, immigrazione e ora da questa grave crisi sanitaria. Certamente bisognerebbe, mai come oggi, unire le forze. Nei Gruppi di Cure Primarie, e spero anche nelle case della salute di oggi, era prevista una stretta collaborazione con il settore dell’assistenza sociale, che ha portato a una nuova e più completa conoscenza delle necessità concrete dei cittadini. 

Proprio attraverso questo “ponte” tra sanità e assistenza, si potrebbe trovare la via per inserire molto proficuamente l’attività del terzo settore e del mondo della cultura e dello sport, inteso oltre che nella sua funzione ludica, già rilevante di per sé, anche in quella preventiva e di salvaguardia e miglioramento della salute. Sicuramente questa azione, sfruttando la profonda conoscenza della popolazione affidata al medico generale, potrebbe raggiungere ottimi risultati.

Il futuro Parco della Salute prevede una riduzione importante di posti letto, questo comporterà una gestione diversa e attenta della post acuzie e delle lungodegenze. Basteranno le case della salute e come dovranno essere strutturate?

Trascurando questo tragico e speriamo contingente momento, l’ospedale, e con lui le grandi eccellenze specialistiche e tecnologiche del nostro territorio, come la Città della Salute e della Scienza, devono poter lavorare in sicurezza, occupandosi esclusivamente della propria mission. 

La diagnostica di secondo livello, le terapie specialistiche, che necessitano di ricovero e l’acuzie sono  grandi campi dell’attività specialistica ospedaliera. 

Le emergenze minori, le definirei a basso carico tecnologico e terapeutico, il post acuzie, l’attività di controllo ambulatoriale nel tempo e le lungo-degenze, non sono compiti dell’ospedale, anche se le carenze di organizzazione hanno portato a sovraccaricarli sempre più di attività improprie.

Una profonda rivisitazione della medicina territoriale deve prevedere gli strumenti e l’organizzazione necessari per un controllo programmato delle patologie croniche: dal diabete, all’ipertensione, alla malattia neoplastica, soprattutto nei suoi periodi di stabilizzazione e cronicizzazione, alla broncopneumopatia cronica, alle malattia cronico-degenerative osteoarticolari. 

I followup di tali patologie debbono esser affidati al coordinamento della medicina primaria e alla specialistica ambulatoriale, con la tecnologia necessaria, mantenendo un contatto stretto con l’ospedale, qualora necessario. 

Per questi controlli occorrerà usufruire anche della telemedicina e degli strumenti diagnostici a distanza, come la visita in remoto, che in questo periodo di pandemia, raro elemento positivo, sono stati sperimentati con soddisfazione dei malati. 

Anche la distribuzione dei farmaci, avendo come obiettivo la qualità di vita dei pazienti, dovrà prevedere confezioni adeguate al medio-lungo periodo con invio al domicilio soprattutto per le categorie svantaggiate e le zone rurali e montane.

Questi nuovi processi dovranno prevedere il potenziamento della Assistenza Domiciliare Integrata e dell’Ospedale a Domicilio, due istituzioni che dovranno imparare a collaborare sempre di più, se si vuole veramente decongestionare il settore ospedaliero. Le case della salute, soprattutto nelle zone periferiche dovranno prevedere Punti di Primo Intervento che possano gestire l’emergenza territoriale, per intenderci quella in codice verde e giallo. Per i codici bianchi, che spesso intasano il Pronto Soccorso occorrerà, invece, un grosso lavoro, anche in termini culturali, sulla popolazione perché accetti di essere curata sempre sul territorio dalle strutture, che dovranno essere migliorate, ma che già ci sono: medicina primaria e continuità assistenziale. 

Anche il concetto di RSA e case di riposo dovrà essere rivisto sia dal punto di vista residenziale, sia da quello dell’assistenza sanitaria e sociale, che dovranno essere potenziati, non abbandonando mai più gli anziani, anche in caso di emergenza, ad un’assistenza improvvisata e insufficiente. Per rimanere nell’ambito della città di Torino penso alle strutture ospedaliere dismesse, ad esempio Maria Adelaide, Ospedale Valdese, Astanteria Martini e al pieno recupero dell’ospedale Oftalmico,  che dovrebbero essere rivalutate alla luce dei bisogni territoriali ed eventualmente anche di future emergenze, per poter far fronte con calma e ponderatezza ad ogni evenienza, in modo che non si ripetano scelte, magari rese necessarie da tumultuosi avvenimenti, ma non prive di punti di debolezza, come quella delle OGR della prima ondata COVID o quella attuale del V padiglione del Valentino, già giudicato inadatto ad ospitare un parcheggio (ricerca Politecnico 2019).

Altro che vorresti aggiungere?

In questo periodo di ansia per il diffondersi della seconda ondata di COV2, vorrei spendere due parole sul vaccini che tutti stiamo attendendo con impazienza e che saranno sicuramente il migliore strumento per una soluzione di questa pandemia.

Il primo vaccino sembra che sarà in distribuzione già alla fine di dicembre o nella prima metà di gennaio. Probabilmente la sua efficacia e la sua tollerabilità sono buone. Ma da medico, mi  preoccupa la necessità di conservarlo a meno settanta gradi. Le difficoltà di stoccaggio e distribuzione sono, al di fuori di ogni disfattismo, realmente molto complesse e in periferia può essere molto difficile dotarsi di una rete così capillare di refrigeratori molto potenti. Inoltre, più è complessa la rete di distribuzione di un farmaco e più è facile che si commettano errori e in questo caso gli errori si potrebbero pagare cari.

Quindi prima di gettarci a capofitto nell’acquisto di milioni di dosi di un farmaco, potenzialmente efficace e sicuro, ma con questo grosso e innegabile problema pratico, proverei a ragionare su altri vaccini e a considerare quanto tempo passerà per poterne disporre. 

Credo che la sicurezza dei cittadini valga l’attesa ancora di pochi mesi prima di iniziare campagne di massa. Inoltre i protocolli terapeutici ormai consolidati e l’arrivo sul mercato internazionale degli anticorpi monoclonali, oltre all’abitudine, ormai acquisita, delle procedure di distanziamento e isolamento, che questa seconda ondata ci ha spinto, finalmente, a rispettare, potranno permettere di resistere in nome della sicurezza.

Invece non preoccupa affatto la possibilità che non si abbia con i vaccini attuali una immunità permanente al COV2. Da più di trent’anni il vaccino antiinfluenzale viene praticato ogni anno, perché la sua efficacia con i mesi diminuisce e il virus muta,senza che nessuno mai si sia lamentato di ciò.

Grazie dottore, spero che le tue riflessioni e la tua esperienza siano stimolo per chi ha il compito e il dovere di immaginare il futuro e “aggiustare” il presente.

Anche questa serie di interviste la concludo dedicando un libro al mio ospite. Gli anziani sono di gran moda (si fa per dire) ultimamente, e sono un’emergenza, tanto per cambiare. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson (ed. Bompiani) dimostra che gli anziani sono anche pieni di risorse e passando da una finestra capaci di avventure incredibili. Trattateli(ci) con cura e sarete ricambiati. A prescindere dal Covid 19.

Se siete interessati ai romanzi di Mario Nejrotti vi elenco la sua bibliografia. Consiglio la lettura.

Ha pubblicato con Edizioni Tripla E, in cartaceo ed ebook:

  • Fino all’ultima bugia (2013 romanzo)
  • Il piede sopra il cuore (2014 romanzo)
  • Tutta la vita per morire (2016 romanzo)
  • Viva Garibaldi! (2017 bookshot)
  • Guardati le spalle(2018 romanzo)
  • Operazione Genesi (2019 romanzo)
  • La vita è una guerra e altri racconti (2020 racconti)
  • Malafonte e il segreto di Garibaldi (2020 romanzo)


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