Augusto Montaruli

Interviste urgenti, l’elenco

Dopo le interviste possibili, nate dalla noia di quanto si legge sui giornali sulla politica torinese, avendoci preso gusto riprendo ad incontrare persone interrogandoli sui temi, sempre politici, del perenne stato di emergenza – il Covid ne è l’esempio drammaticamente reale, e della mancanza di visione del futuro. 

In questo paese, e non solo, c’è una sorta di sindrome dell’emergenza, sindrome che ci costringe a lavorare e pensare all’oggi e non al futuro. L’elenco delle emergenze è lungo, a volte sono reali, a volte sono dettate dalla convenienza politica del momento. Emergenza è una parola che appare spesso sui titoli e sugli approfondimenti della stampa e dei talk show, raramente, invece, appare la parola futuro. Se qualcuno prova a cambiare prospettiva la riposta è sempre la stessa: ci sono altre priorità.

Ecco l’elenco delle interviste pubblicate ad oggi. Le interviste come le precedenti saranno poi riportate su un PDF e un EPub e scaricabili.

Interviste urgenti: Mario Nejrotti, medico

Interviste urgenti: Antonio Castagna, esperto politiche ambientali

Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

Interviste urgenti: Eleonora Averna, insegnante

Le interviste urgenti: Ferruccio Capitani, architetto paesaggista

Le interviste urgenti: Giorgio  Ardito, militante

Le interviste urgenti: Roberto Mezzalama, esperto di politiche ambientali

Le interviste urgenti: Cristina Conti, suora

Le interviste urgenti: Roberto De Michelis, sindacalista

Le interviste urgenti: Federico Fornaro, deputato

Qui trovate le Interviste possibili

Qui potete scaricare l’ebook 

Qui potete scaricare il pdf

 

Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

“Benedetta sia la luce che ci illumina il cammino” canta Federico Sirianni (Il Santo). Aggiungerei in questi tempi bui. “E benedetta la complicità che unisce le persone” conclude la canzone. E la complicità cerco di provocarla con questa intervista doppia invitando Elena Aimone (attrice) e Federico Sirianni (cantautore, si può ancora dire?).
Perché un’attrice ed un cantautore? Perché anche loro sono vittime dell’emergenza (occorre sostenere la cultura e lo spettacolo) e della mancanza di luce che illumina il cammino (la visione del futuro).

Inizierei da una domanda che mi frulla per la testa da un po’. C’è una distinzione netta tra cultura e spettacolo, lo si vede sui quotidiani dove ci sono pagine dedicate alla cultura e pagine dedicate allo spettacolo. Questo a mio parere porta a visioni differenti sia nella gestione dell’emergenza e che del futuro. Cosa ne pensate?

Rispondo con una citazione del premio Nobel Kenzaburo Oe “Io sono convinto che l’atto stesso di esprimersi contiene in sè un potere di guarigione e che gli effetti benefici di questo potere non si ripercuotono solo su chi si esprime, ma anche su tutti coloro che fruiscono di ciò che viene espresso. Questo è il misterioso potere dell’arte.”Penso che il teatro in Italia debba tornare a coprire una funzione sociale e didattica, in questo senso culturale. In relazione stretta con il mondo reale. Credo che questa situazione, e il tempo di pandemia, ci stiano mettendo a dura prova, ma siano  l’occasione per vedere con una lente d’ingrandimento le criticità già presenti, per poi  distruggere e ricostruire la struttura ed il meccanismo inceppato. Per poter ridare dignità alla parola artista, teatro e cultura, ormai da troppo tempo associati a forme di intrattenimento e di potere è necessario trasformare e trasformarci.Tutto questo richiede  pazienza, forza ed energia per immaginare, lottare, ricordandosi che nessuno si salva da solo, in un diaframma tra resistenza e prima linea, tempo per osservare e tempo per partecipare, per  riportare noi ed  il pubblico a desiderare e far parte di un atto creativo collettivo.

Credo che, più che a visioni differenti, questa distinzione porti paradossalmente  a una confusione dei significati e dei contenuti. Cultura e spettacolo non sono termini dicotomici, contrastanti, tutt’altro. Penso ai grandi varietà del sabato sera nella televisione pubblica degli anni sessanta/settanta, quando il balletto di Raffaella Carrà o delle Kessler si alternava a un duetto Mina-Gaber o alla presenza in prima serata di cantautori come Endrigo o De Andrè o addirittura Ciampi che, ai tempi attuali, non farebbero sostare nemmeno in portineria. Ultimamente c’è invece, anche da parte dei media e, soprattutto, dalle istituzioni, un’uniformità di significato tra cultura e spettacolo, o meglio, intrattenimento. E’ superfluo che porti esempi di questo errore di pensiero che, nella gestione emergenziale di questi tempi cupi, ha messo sullo stesso piano il Billionaire e La Scala, ma è proprio da comportamenti e azioni di questo tipo che traspare una imbarazzante carenza di cultura proprio nel riconoscerla e comprenderla. Figuriamoci a gestirla.

Voi vi siete esibiti su palcoscenici molto diversi. Elena da Segesta ai cortili torinesi; Federico dal Premio Tenco a Luna’s Torta. E’ parte del vostro lavoro o è trovare alternative in tempi di magra? (io lo trovo bellissimo, comunque).

Credo che qualsiasi atto creativo sia conseguenza della manifestazione di un desiderio. Mai come oggi mi viene da dire che i conti non tornano, in tutti i sensi e per molti aspetti. Sicuramente per gli artisti, come per molti è un momento duro e si cercano soluzioni, che magari solo fino a poco tempo fa non avremmo preso in considerazione.  Mi viene in mente l’immagine del tao con il bianco che contiene sempre un punto nero e viceversa. Si parla spesso di crisi, come peggioramento di una situazione, ma crisi  deriva senza dubbio dal verbo greco krino che significa separare, discernere. Credo fosse associata alla trebbiatura, in cui si separavano il chicco dalla pula, si sceglieva cosa tenere e cosa lasciare andare..Questa metafora, che mi riporta a mio nonno Michele, per dire che mi sembra un momento sospeso, di transizione, che dà la possibilità di osservare, lasciare ciò che non serve e scegliere quello che sembra necessario, bello, vitale. E se il teatro in tutte le sue manifestazioni nasce come specchio della società, della società deve parlare e alla società tornare.Per cui viva Segesta, viva i grandi i piccoli teatri, viva le librerie, e i cortili che recuperano la tradizione del trebbo e viva tutte le possibili trasformazioni.

A essere sincero non mi aspettavo, dopo molti anni di lavoro duro e complicato, di chilometri e chilometri su qualunque mezzo di locomozione in ogni parte d’Italia a fare il “commesso viaggiatore” delle mie canzoni, dopo essermi costruito un mestiere che, pur non essendo mainstream, mi permettesse di vivere abbastanza bene (e sono uno dei pochissimi in Italia a farcela) e crescere senza particolari sacrifici una figlia, di trovarmi completamente privato della mia attività vitale. Ma, per rispondere alla domanda, più che un cantautore mi ritengo un equilibrista, per cui l’ultimo dei miei problemi e reinventarmi o trovare strategie di sopravvivenza per continuare a camminare su quel filo dove sto da sempre.

L’emergenza è rappresentata dai ristori governativi, il futuro? Cosa occorre fare per dare dignità al vostro lavoro e fare in modo che arrivi ad un pubblico il più vasto possibile?

Credo che in questa situazione ognuno stia tentando di fare del suo meglio, ma questo decreto mi sembra più che altro un  modo per “mettere una pezza” su un vestito già molto rovinato. I lavori perduti, nella maggior parte dei casi,non verranno recuperati, ci sono intere tourneè completamente cancellate, produzioni  che saltano, piccole realtà virtuose che stentano a restare in vita, bandi vinti che richiedono attività in presenza che non possono partire e la sensazione è, a ben guardare, un non riconoscimento  prima che economico, di valore, come categoria. La salute, in un momento come questo, di emergenza, viene prima di tutto, certamente, ma ci sono molte incongruenze che lasciano perplessi. Concordo con alcuni colleghi sulla necessità di aprire un tavolo permanente con il Ministero dei Beni culturali e quello del Lavoro in modo che ci possa essere un riconoscimento  sul piano dei diritti e tutele per i lavoratori dello spettacolo, come per tutte le altre categorie. 

Vorrei che fosse chiaro che, per quel che mi riguarda, il “ristoro” (tra l’altro mi piacerebbe fare una chiacchierata con il copywriter che inventa queste terminologie) è nulla più che un’elemosina. Come altri colleghi e altri lavoratori di categorie particolarmente colpite da questa situazione, ho perso quantità di lavoro e denaro piuttosto significative a cui gli spiccioli del ristoro non possono assolutamente rimediare. La condizione attuale però ci racconta in tutta la sua durezza alcune realtà: la fragilità di un mestiere che il nostro Paese non riconosce più come tale ma, appunto, solo come “intrattenimento”, ovvero qualcosa di superfluo rispetto alle priorità produttive e consumistiche dell’individuo medio ma, soprattutto, la nostra incapacità – e per nostra intendo quella di noi addetti ai lavori – di renderlo credibile e necessario. Sarebbe un discorso lungo, ma penso che ci sia bisogno di una riflessione collettiva sul lavoro artistico, a partire proprio da chi lo svolge e con cui (finora) ci ha vissuto. Ma non vedo, da questo punto di vista, ancora la luce in fondo al tunnel. Come diceva l’amico Freak Antoni, il tunnel ce lo stiamo arredando.

Adesso c’è un’offerta legata al mondo dello spettacolo e della cultura vastissima, mai vista prima, soprattutto in streaming e in tv con canali dedicati. Vi chiedo se questa offerta, che voi sappiate, allarghi la platea oppure no. Nel senso che io penso che i “pubblici” si stiano specializzando e fossilizzando sulle singole offerte. Come si arriva a tutti con la qualità?

Rispetto all’offerta streaming e tv, non mi rendo ancora bene conto che mercato possa esserci, non  so se sia questa la soluzione. Sicuramente uno strumento da esplorare. Considero l’atto teatrale, un rituale laico, una pratica, un’azione che avviene nel qui ed ora, uno strumento di catarsi ed elaborazione delle emozioni, anche quelle più violente. La storia la raccontiamo non al, ma con il pubblico, e a seconda della risposta che riceviamo cambierà anche il nostro modo, in quanto attori, di comunicare. Più difficile con il filtro dello schermo.  Poi tutto è possibile ed esplorabile, ma diventa certamente un’altra cosa. Mi è più facile pensare di andare di cortile in cortile che non di streaming in streaming… per ora. Penso che il teatro dovrebbe essere trattato al pari della scuola, anche questione presenza. Sul come arrivare ad un pubblico più vasto è una buona domanda con cui stare in relazione e continuare ad  interrogarci.Certamente il movimento è andare verso, i cortili come tu ben sai Augusto, sono stati un felice esempio.

A essere sincero, non vedo questo strabordare di programmi culturali. Se non ricordo male di recente c’era l’idea in Rai di chiudere il canale dedicato alla Storia per assenza di share. Il “Netflix della cultura” immaginato dal ministro Franceschini è un’idea totalmente improvvisata dettata dalla necessità di rispondere (un po’ a caso e senza alcun progetto concreto e sensato, mi permetto di considerare) alle istanze dei lavoratori dello spettacolo. La risposta alla domanda è che non si arriva a tutti con la qualità. Non è obbligatorio né necessario. Ma è importante che, chi vuole assistere a eventi di qualità, abbia possibilità di farlo. E allora, più che inventare soluzioni bislacche in momenti di emergenza e panico, sarebbe utile ripensare, quando sarà di nuovo possibile proporre eventi dal vivo. a modalità sostenibili dedicate a quella stragrande maggioranza di persone che lavorano nella cultura e nello spettacolo, che non sono mainstream, ma rappresentano il grande humus che muove, in questo ambito, pubblico ed economie reali, per economie reali intendo che generano un’autosufficienza, non fondi o contributi istituzionali.

Un’idea,  un concetto sperando, come cantava Gaber, non resti un’astrazione per il futuro del vostro settore?

Perché un’idea non resti solo un’idea, per mangiarla.. come dice Gaber noi artisti dobbiamo metterci in cammino.Fa parte del nostro ruolo, aprire piste, fornire nuovi punti di vista.Dobbiamo andare dal re e chiedere una barca per andare su un’isola sconosciuta che ancora non esiste sulle mappe, come dice Saramago. E convincerlo. Seguo da un po’ di anni un progetto che mi sta molto a cuore Wanderlust-teatro affido, e con i miei compagni di viaggio e i ragazzi lavoriamo molto sui sogni e sull’importanza di renderli reali.Partirà  un progetto che si chiama Acchiappasogni che per noi sarà una nuova avventura piena di senso. A proposito di idee concrete ed un buon utilizzo dei social media farò parte del progetto Argo proposto dal Teatro Stabile di Torino. Un viaggio che sembra una variazione comunitaria in tema di streaming. Un centinaio di persone coinvolte tra attori, tecnici, registi, editor e social media manager. L’obiettivo è quello di supportare la coesione della comunità artistica, promuovere la formazione su tecnologie digitali e lavori innovativi.Saranno elaborati oggetti digitali politici,come un manifesto, un podcast, una mappa concettuale, una campagna di comunicazione da testare direttamente poi con la comunità dei cittadini. La nave Argo partiva alla ricerca del vello d’oro… mi sembra una buona metafora.

Quello che dico spesso durante i miei concerti: “Ricordatemi da vivo”.

 

 

Che dopo è tardi aggiungo io. Grazie a tutti e due per la disponibilità e a presto dal vivo.

Tocca al libro, questa è un’occasione per fare un esercizio non facile: abbinare il libro alle mie vittime, oltre a proporre libri che mi sono molto cari. Restando nel mondo dello spettacolo, anzi delle arti che è meglio, vi dedico “A pesca con Groucho” di Irving Brecher e Hank Rosenfeld. Irving Brecher è stato uno dei più grandi sceneggiatori di Hollywood. Per darvi un’idea, Groucho Marx definiva Brecher “la lingua più perfida del west” e Brecher definiva Groucho “Era un compagno semplicemente pericoloso. Una minaccia. La sua lingua era un missile fuori controllo. Peggio che nei suoi film”. Federico poi passalo a Giorgio Olmoti. Leggetelo, aiuta anche a trascorrere questi giorni chiusi in casa.

Qui le altre interviste: elenco

Interviste urgenti: Mario Nejrotti, medico

Sono ormai anni che in questo paese c’è una sorta di sindrome dell’emergenza, sindrome che ci costringe a lavorare e pensare all’oggi e non al futuro. L’elenco delle emergenze è lungo, a volte sono reali, a volte sono dettate dalla convenienza politica del momento. Emergenza è una parola che appare spesso sui titoli e sugli approfondimenti della stampa e dei talk show, raramente, invece, appare la parola futuro. Se qualcuno prova a cambiare prospettiva la riposta è sempre la stessa: ci sono altre priorità.

Il Covid 19 le riassume tutte le emergenze. Il Covid 19 che, al contrario, io credo ci stia dicendo che occorre ora, e subito, immaginare il futuro del paese e della società. La vera emergenza alla quale non stiamo dando risposta. Questa mia riflessione, nel mio molto piccolo mondo di quartiere, mi ha spinto a chiedere un parere sul tema a persone che conosco. Una sorta di seguito delle “interviste possibili”.

Un seguito che inizierei da un medico, dal dottor Mario Nejrotti che ho avuto il piacere di conoscere incontrandolo nello studio medico dove lavorava e attraverso la lettura dei suoi romanzi. Mario Nejrotti è anche il direttore responsabile della rivista on line Torino Medica organo ufficiale dell’ordine dei medici di Torino. Iniziamo.

Caro dottore, ribaltiamo i ruoli, come stai?

Fa sempre piacere sentirselo chiedere. Bene, Augusto, grazie.

Anche se meritatamente in pensione il tuo ruolo di direttore di Torino Medica è un osservatorio importante della situazione e quindi proverei a farti qualche domanda proprio riflettendo su emergenza e futuro. L’esercito, l’istruzione, la giustizia sono competenze dello stato. Trovi corretto e utile che la sanità, valore almeno pari a giustizia e istruzione, sia di competenza regionale? Sono evidentemente in difficoltà, le regioni, nel gestire l’emergenza e non mi pare abbiamo la possibilità di programmare il futuro. Dal mio punto di vista naturalmente.

La programmazione non è mai stato una delle principali qualità della nostra politica. La gestione della Sanità affidata alle Regioni, fonda la sua ragion d’essere su una presunta maggiore vicinanza ai bisogni di salute della popolazione, che dovrebbe portare ad una migliore efficacia ed efficienza degli interventi. Ma purtroppo nel nostro Paese, questo per altro debole concetto, ha prodotto nel corso degli anni tante Sanità, una diversa dall’altra, con sconcertanti differenze qualitative, di accesso alle  cure e di costi. Di fatto ormai esistono cittadini di serie A e di serie B, con un fenomeno di migrazione interna alla ricerca di servizi migliori che è imponente, ma purtroppo, talvolta, inevitabile. 

La dipendenza dalla “partitica” centrale, che non è politica, é rigidissima, quindi una programmazione locale, che consideri solo il bene comune, non è facile. Senza contare il rischio concreto di clientelismo e quello della corruzione, ancora più pericoloso e purtroppo, come ci dicono le cronache, diffuso. 

Probabilmente, una pianificazione  statale  potrebbe offrire servizi omogenei e con i dovuti strumenti sarebbe più controllabile, sia nella qualità, sia nella correttezza delle procedure.

Adesso una domanda su quello che era il tuo lavoro, la medicina di base. A me sembra che si stia delegando a loro una parte importante dell’emergenza Covid, la difficoltà nella gestione dei vaccini lo dimostra, mettendo a rischio la loro missione principale. E’ un servizio da ripensare? E come?

L’attività della medicina di base è sempre stata al centro di grandi promesse e di grandi polemiche. La missione del medico generale, che si poggia sui molteplici bisogni della popolazione, non è facile a definirsi nei suoi confini e obiettivi. 

Il comparto della medicina primaria ha subito una profonda evoluzione professionale e giuridica dalle sue radici, che partono dal medico dei poveri prima e poi dal medico condotto. 

Oggi la figura è completamente diversa, ma diciamo che nel profondo del sentire comune giace questo mitico ricordo di un medico della persona, sempre pronto a capire e consolare. Una figura che, se pure esistita, aveva a che fare con una società e con bisogni infinitamente diversi e che, così come era, oggi sarebbe a dir poco anacronistica.

Oggi i medici di medicina primaria comprendono quelli di famiglia, i pediatri di libera scelta, i medici della continuità assistenziale e dell’urgenza territoriale e da poco anche quelli delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), senza contare i medici del distretto sanitario, quelli della assistenza domiciliare e delle cure palliative,  un sistema strettamente interconnesso di cui i cittadini hanno un estremo bisogno.

Quando ormai più di vent’anni fa avevo contribuito con altri colleghi di tutta la Regione a far nascere i primi Gruppi di Cure Primarie, ci eravamo resi conto che la figura del medico isolato in uno studio, magari senza segretaria , non poteva rispondere efficacemente alle richieste dei cittadini. 

Avevamo allora immaginato e sperimentato strutture più ampie, anche logisticamente, dove gruppi di medici generali e pediatri di libera scelta interagivano con figure infermieristiche, amministrative, di specialisti di primo livello, di psicologi, usufruendo anche di diagnostica strumentale e di laboratorio di base. 

Tutto ciò era stato immaginato, oltre che per aumentare l’offerta sanitaria del territorio, e così sgravare gli ospedali da incombenze ambulatoriali improprie e non gestibili al meglio, per la scarsa conoscenza del singolo paziente, proprio per sburocratizzare la figura del medico, per liberarla da competenze non sue  e restituirla ad un rapporto clinico e umano più moderno ed efficace con il proprio paziente. 

L’evoluzione di questo progetto, allora molto osteggiato a livello politico, amministrativo e devo dire purtroppo, anche professionale, ha portato ad innumerevoli nuove sigle di raggruppamenti medici fino alle case della salute. Ma non mi sembra proprio in questi giorni di crisi che questa evoluzione organizzativa abbia permesso alla medicina di territorio di espletare quel ruolo di “delega” nella pandemia, come dici tu, che avrebbe equilibrato maggiormente l’assistenza dei malati di COVID. 

Invece i medici di medicina primaria, e specialmente quelli di famiglia, sono rimasti, naturalmente in generale, travolti da un sistema che li ha lasciati solo virtualmente “al centro”, senza però fornire loro strumenti, risorse e percorsi culturali, che avrebbero permesso un’ evoluzione più armonica negli ormai quasi trent’anni trascorsi.

Comunque i medici di famiglia in questo ultimo tragico frangente, oltre a continuare l’assistenza a tutta la popolazione, stanno facendo il possibile: ora per praticare le vaccinazioni antinfluenzali, domani per eseguire, se sarà utile e necessario, tamponi e test rapidi e in un futuro, che speriamo prossimo, per svolgere la più grande campagna di vaccinazione che abbia mai visto la storia umana.

Restando ai medici di base, la mia impressione è che siano entità separate dal territorio in cui operano. Provo a spiegarmi, in un quartiere esistono realtà del terzo settore, culturali e sportive che potrebbero interagire con gli studi medici offrendo svago, supporto soprattutto ai pazienti di una certa età o fragili. Non pensi che sia necessaria una collaborazione stretta tra queste realtà e i medici di base?

Si potrebbe dire provocatoriamente che sarebbe già una bella cosa se ognuno facesse bene il proprio lavoro. Ma il problema a cui tu accenni ha il suo peso, specie nelle realtà di quartiere, e penso a quelli delle metropoli resi più complessi da crisi economica, immigrazione e ora da questa grave crisi sanitaria. Certamente bisognerebbe, mai come oggi, unire le forze. Nei Gruppi di Cure Primarie, e spero anche nelle case della salute di oggi, era prevista una stretta collaborazione con il settore dell’assistenza sociale, che ha portato a una nuova e più completa conoscenza delle necessità concrete dei cittadini. 

Proprio attraverso questo “ponte” tra sanità e assistenza, si potrebbe trovare la via per inserire molto proficuamente l’attività del terzo settore e del mondo della cultura e dello sport, inteso oltre che nella sua funzione ludica, già rilevante di per sé, anche in quella preventiva e di salvaguardia e miglioramento della salute. Sicuramente questa azione, sfruttando la profonda conoscenza della popolazione affidata al medico generale, potrebbe raggiungere ottimi risultati.

Il futuro Parco della Salute prevede una riduzione importante di posti letto, questo comporterà una gestione diversa e attenta della post acuzie e delle lungodegenze. Basteranno le case della salute e come dovranno essere strutturate?

Trascurando questo tragico e speriamo contingente momento, l’ospedale, e con lui le grandi eccellenze specialistiche e tecnologiche del nostro territorio, come la Città della Salute e della Scienza, devono poter lavorare in sicurezza, occupandosi esclusivamente della propria mission. 

La diagnostica di secondo livello, le terapie specialistiche, che necessitano di ricovero e l’acuzie sono  grandi campi dell’attività specialistica ospedaliera. 

Le emergenze minori, le definirei a basso carico tecnologico e terapeutico, il post acuzie, l’attività di controllo ambulatoriale nel tempo e le lungo-degenze, non sono compiti dell’ospedale, anche se le carenze di organizzazione hanno portato a sovraccaricarli sempre più di attività improprie.

Una profonda rivisitazione della medicina territoriale deve prevedere gli strumenti e l’organizzazione necessari per un controllo programmato delle patologie croniche: dal diabete, all’ipertensione, alla malattia neoplastica, soprattutto nei suoi periodi di stabilizzazione e cronicizzazione, alla broncopneumopatia cronica, alle malattia cronico-degenerative osteoarticolari. 

I followup di tali patologie debbono esser affidati al coordinamento della medicina primaria e alla specialistica ambulatoriale, con la tecnologia necessaria, mantenendo un contatto stretto con l’ospedale, qualora necessario. 

Per questi controlli occorrerà usufruire anche della telemedicina e degli strumenti diagnostici a distanza, come la visita in remoto, che in questo periodo di pandemia, raro elemento positivo, sono stati sperimentati con soddisfazione dei malati. 

Anche la distribuzione dei farmaci, avendo come obiettivo la qualità di vita dei pazienti, dovrà prevedere confezioni adeguate al medio-lungo periodo con invio al domicilio soprattutto per le categorie svantaggiate e le zone rurali e montane.

Questi nuovi processi dovranno prevedere il potenziamento della Assistenza Domiciliare Integrata e dell’Ospedale a Domicilio, due istituzioni che dovranno imparare a collaborare sempre di più, se si vuole veramente decongestionare il settore ospedaliero. Le case della salute, soprattutto nelle zone periferiche dovranno prevedere Punti di Primo Intervento che possano gestire l’emergenza territoriale, per intenderci quella in codice verde e giallo. Per i codici bianchi, che spesso intasano il Pronto Soccorso occorrerà, invece, un grosso lavoro, anche in termini culturali, sulla popolazione perché accetti di essere curata sempre sul territorio dalle strutture, che dovranno essere migliorate, ma che già ci sono: medicina primaria e continuità assistenziale. 

Anche il concetto di RSA e case di riposo dovrà essere rivisto sia dal punto di vista residenziale, sia da quello dell’assistenza sanitaria e sociale, che dovranno essere potenziati, non abbandonando mai più gli anziani, anche in caso di emergenza, ad un’assistenza improvvisata e insufficiente. Per rimanere nell’ambito della città di Torino penso alle strutture ospedaliere dismesse, ad esempio Maria Adelaide, Ospedale Valdese, Astanteria Martini e al pieno recupero dell’ospedale Oftalmico,  che dovrebbero essere rivalutate alla luce dei bisogni territoriali ed eventualmente anche di future emergenze, per poter far fronte con calma e ponderatezza ad ogni evenienza, in modo che non si ripetano scelte, magari rese necessarie da tumultuosi avvenimenti, ma non prive di punti di debolezza, come quella delle OGR della prima ondata COVID o quella attuale del V padiglione del Valentino, già giudicato inadatto ad ospitare un parcheggio (ricerca Politecnico 2019).

Altro che vorresti aggiungere?

In questo periodo di ansia per il diffondersi della seconda ondata di COV2, vorrei spendere due parole sul vaccini che tutti stiamo attendendo con impazienza e che saranno sicuramente il migliore strumento per una soluzione di questa pandemia.

Il primo vaccino sembra che sarà in distribuzione già alla fine di dicembre o nella prima metà di gennaio. Probabilmente la sua efficacia e la sua tollerabilità sono buone. Ma da medico, mi  preoccupa la necessità di conservarlo a meno settanta gradi. Le difficoltà di stoccaggio e distribuzione sono, al di fuori di ogni disfattismo, realmente molto complesse e in periferia può essere molto difficile dotarsi di una rete così capillare di refrigeratori molto potenti. Inoltre, più è complessa la rete di distribuzione di un farmaco e più è facile che si commettano errori e in questo caso gli errori si potrebbero pagare cari.

Quindi prima di gettarci a capofitto nell’acquisto di milioni di dosi di un farmaco, potenzialmente efficace e sicuro, ma con questo grosso e innegabile problema pratico, proverei a ragionare su altri vaccini e a considerare quanto tempo passerà per poterne disporre. 

Credo che la sicurezza dei cittadini valga l’attesa ancora di pochi mesi prima di iniziare campagne di massa. Inoltre i protocolli terapeutici ormai consolidati e l’arrivo sul mercato internazionale degli anticorpi monoclonali, oltre all’abitudine, ormai acquisita, delle procedure di distanziamento e isolamento, che questa seconda ondata ci ha spinto, finalmente, a rispettare, potranno permettere di resistere in nome della sicurezza.

Invece non preoccupa affatto la possibilità che non si abbia con i vaccini attuali una immunità permanente al COV2. Da più di trent’anni il vaccino antiinfluenzale viene praticato ogni anno, perché la sua efficacia con i mesi diminuisce e il virus muta,senza che nessuno mai si sia lamentato di ciò.

Grazie dottore, spero che le tue riflessioni e la tua esperienza siano stimolo per chi ha il compito e il dovere di immaginare il futuro e “aggiustare” il presente.

Anche questa serie di interviste la concludo dedicando un libro al mio ospite. Gli anziani sono di gran moda (si fa per dire) ultimamente, e sono un’emergenza, tanto per cambiare. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson (ed. Bompiani) dimostra che gli anziani sono anche pieni di risorse e passando da una finestra capaci di avventure incredibili. Trattateli(ci) con cura e sarete ricambiati. A prescindere dal Covid 19.

Se siete interessati ai romanzi di Mario Nejrotti vi elenco la sua bibliografia. Consiglio la lettura.

Ha pubblicato con Edizioni Tripla E, in cartaceo ed ebook:

  • Fino all’ultima bugia (2013 romanzo)
  • Il piede sopra il cuore (2014 romanzo)
  • Tutta la vita per morire (2016 romanzo)
  • Viva Garibaldi! (2017 bookshot)
  • Guardati le spalle(2018 romanzo)
  • Operazione Genesi (2019 romanzo)
  • La vita è una guerra e altri racconti (2020 racconti)
  • Malafonte e il segreto di Garibaldi (2020 romanzo)


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