Augusto Montaruli

Interviste urgenti, l’elenco

Dopo le interviste possibili, nate dalla noia di quanto si legge sui giornali sulla politica torinese, avendoci preso gusto riprendo ad incontrare persone interrogandoli sui temi, sempre politici, del perenne stato di emergenza – il Covid ne è l’esempio drammaticamente reale, e della mancanza di visione del futuro. 

In questo paese, e non solo, c’è una sorta di sindrome dell’emergenza, sindrome che ci costringe a lavorare e pensare all’oggi e non al futuro. L’elenco delle emergenze è lungo, a volte sono reali, a volte sono dettate dalla convenienza politica del momento. Emergenza è una parola che appare spesso sui titoli e sugli approfondimenti della stampa e dei talk show, raramente, invece, appare la parola futuro. Se qualcuno prova a cambiare prospettiva la riposta è sempre la stessa: ci sono altre priorità.

Ecco l’elenco delle interviste pubblicate ad oggi. Le interviste come le precedenti saranno poi riportate su un PDF e un EPub e scaricabili.

Interviste urgenti: Mario Nejrotti, medico

Interviste urgenti: Antonio Castagna, esperto politiche ambientali

Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

Interviste urgenti: Eleonora Averna, insegnante

Le interviste urgenti: Ferruccio Capitani, architetto paesaggista

Le interviste urgenti: Giorgio  Ardito, militante

Le interviste urgenti: Roberto Mezzalama, esperto di politiche ambientali

Le interviste urgenti: Cristina Conti, suora

Le interviste urgenti: Roberto De Michelis, sindacalista

Le interviste urgenti: Federico Fornaro, deputato

Qui trovate le Interviste possibili

Qui potete scaricare l’ebook 

Qui potete scaricare il pdf

 

Le interviste urgenti: Ferruccio Capitani, architetto paesaggista

Qualche anno fa salii sul tetto di un complesso sportivo insieme a Ferruccio Capitani, guardando questo spazio che stava lì a raccogliere pioggia e neve ci immaginammo un prato verde. Un prato che potesse accogliere persone, proteggere l’edificio, renderlo più bello e anche consentire di risparmiare costi di riscaldamento. Non si potè fare perché c’era un’emergenza da risolvere, la piscina perdeva e occorreva ripararla. Il futuro è lì che aspetta.

Racconto questa storia per introdurre l’intervista a Ferruccio Capitani, presidente dell’associazione architetti paesaggisti piemontesi (AIAPP – Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, Sezione Piemonte Valle d’Aosta).

Ferruccio la Treccani definisce l’architettura del paesaggio così: “disciplina che ha per oggetto la tutela e la strutturazione dell’ambiente urbano per renderlo sempre più funzionale e rispondente alla crescente concentrazione sociale nelle città.” Un po’ arida come definizione, non trovi?

Mi piace questa prima domanda perché mi permette di migliorare la definizione che hai citato ma soprattutto di ricordare il 20° Compleanno della CEP, la Convenzione Europea del Paesaggio, un articolato breve ma efficace come forse dovrebbero essere le normative in generale, da cui è possibile recuperare le definizioni corrette; ma anche di ricordare il 70° Compleanno di AIAPP, componete di IFLA – International Federation of Landscape Architects, Europe e World, con respiro Europeo ed Internazionale.

Qui hai lo spazio per farlo, vai.

Grazie Augusto, e grazie per il termine “arido” che mai come in questo caso si addice. Questi compleanni accadono nel 2020, un anno che immaginavamo di festeggiamenti per quanto ricordavo prima, ma che invece ci ha drammaticamente coinvolti in una situazione ai limiti del credibile. Per fortuna lo spirito “resiliente”, termine che userò ora e mai più perché ormai abusato, che comunque risiede insito nella costituzione degli organismi viventi, sta nel fatto che i problemi possano essere risolti, senza banalizzarli certo, ma cercando di comprenderne i motivi per i quali siamo giunti a tanto, ad impararne le lezioni ed individuare realisticamente gli spiragli d’uscita. Ma tu mi chiedevi la definizione di Paesaggio che in sintesi è:  “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. In sostanza ciò che vediamo e viviamo. Sul sito potete approfondire meglio gli scopi e gli obiettivi. 

“Tutti i luoghi hanno pari dignità, pari diritti”, quindi la periferia ha gli stessi diritti dell’aulica piazza San Carlo?

Certo, parafrasando il regista e attore Nanni Moretti in “Palombella rossa” quando dice «… noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi …», senza dubbi ciascun luogo nella propria diversità ha diritto di esistenza, dignitosa, perché portatore di specificità, e come ci insegnano la Convenzione Europea e le scienze, la diversità, la bio-diversità, è sì una ricchezza ma soprattutto è una condizione imprescindibile perché se non fosse perseguita e salvaguardata il mondo si impoverirebbe e si omologherebbe indebolendosi. 

Spesso ho l’impressione che al centro della progettazione ci sia il manufatto e non le persone che vivono il luogo dove verrà realizzato. Sbaglio?

Capita ciò che dici, fisiologicamente si commettono errori di valutazione e percentualmente vi è chi ha una preparazione parziale, ma un fatto fondamentale deve diventare la base dei nostri ragionamenti, non solo nel Paesaggio, ma per quanto mi riguarda, come competenze, per la progettazione del Paesaggio: prendere atto che la realtà, potremmo dire “le” realtà, in cui viviamo è e sono un fenomeno assai complesso, per il quale è necessario attrezzarsi a formulare risposte all’altezza delle complessità. La multidisciplinarità, il lavoro insieme, in squadra, e non con spirito competitivo escludente, sono la via corretta per svilupparci in modo sostenibile: come mi è capitato di spiegare per rappresentare questo concetto, guardiamo invece che al modello “gazzella-leone”, che prevede che uno dei due inevitabilmente e ferocemente soccomba, al modello “acacia-giraffa”, dove in una realtà certamente competitiva e complessa la soluzione è stata l’allungamento progressivo del collo dell’animale e l’innalzarsi dell’impalcato del vegetale, una “collaborazione” che ha consentito una sopravvivenza sostenibile grazie alla diversità.

Che rapporto c’è tra la bellezza e il paesaggio urbano?

La bellezza è un concetto per me irraggiungibile e in quanto tale pericoloso da affrontare, così personale e particolare, che cambia inoltre nella persona singola nel corso del tempo e a seconda dei contesti, figuriamoci in una comunità variegata. E per fortuna! Come uscirne? L’armonia credo sia un concetto meno sfuggente, che favorisce la convivenza delle diversità, e che consente a ciascuno di intravvedere quegli elementi di “bellezza”, o se vogliamo di identificazione di sé, della comunità di appartenenza, senza escludere le altre identità. Il Paesaggio urbano, una delle geometrie variabili dei Paesaggi, credo diventi “bello” nella misura in cui raggiunge un certo livello armonico, quando l’azione dei tanti solisti diventa concerto.

La progettazione del paesaggio urbano comprende anche come usufruirne? Mi riferisco ai servizi e al commercio di prossimità.

I Paesaggi sono espressione dell’interazione dei tanti attori del sistema pianeta, quindi anche dell’interazione dell’essere umano col contesto in cui vive: i servizi ed il commercio di prossimità, in quanto espressione del fare delle persone, sono al tempo stesso modalità d’azione e risultato. Se, come dice la sociologia urbana, l’uomo vive in società per sopravvivere meglio, i servizi ed il commercio di prossimità sono un bene prezioso per una comunità: non scopro certamente io quanto una strada in cui servizi e commercio siano presenti e floridi ne determinino una certa armonia, quindi singolar bellezza.

Chiudiamo con tre suggerimenti per scrivere un programma politico al capitolo paesaggio urbano.

È facile e difficile al tempo stesso indicare delle azioni che potrebbero giovare ai Paesaggi urbani, anche in considerazione delle drammatiche privazioni attuali: cari scomparsi, affetti compressi, abbracci negati, lavori sospesi, Paesaggi lontani. 

E allora un primo suggerimento che mi sentirei di dare al gruppo dirigente che vorrà candidarsi come Amministrazione, ai diversi livelli di competenza, è di dare vita ad una squadra multidisciplinare, permanente come istituto e a rotazione come figure che lo presiedono e lo rappresentano, che contempli certamente anche la figura professionale di chi si occupa e preoccupa dei Paesaggi, per perseguire quel concetto di “armonia” a tutto tondo cui si è accennato.

Un secondo suggerimento, consentire che lo strumento di pianificazione lavori effettivamente contemporaneamente su più livelli, uno di ampio respiro che coniughi le “visioni” per i Paesaggi che vorremmo/dovremo forgiare nei prossimi venticinque/trent’anni, e il 2050 non sarebbe una data casuale, e funga da tendenza; altri a geometria variabile su tematiche e territori specifici con velocità, puntualità e reversibilità, con un dialogo e interscambio costante.

Un terzo, scommettere su una ri-valutazione anche economica (dalla quale poi cercare di emanciparci ma è un discorso molto lungo) delle aree destinate agli esseri viventi appartenenti al mondo vegetale, che hanno eguali diritti e per noi sono essenziali in termine di sopravvivenza e prevenzione, in termini di salute e qualità della vita, con notevoli “guadagni” come benessere e “risparmi sui costi” per le comunità: c’è chi già sta lavorando da tempo, dobbiamo farla diventare un’azione strutturale.

Ed eccoci al libro. Abbiamo parlato molto di paesaggio urbano, allora andiamo altrove, nel west. Io amo i film e la narrativa western, ti farei fare un viaggio dal Texas, ai confini con il Messico, fino al Montana. E’ un romanzo di mille pagine che scorre come una diligenza in piena corsa. Il libro è Lonsome Dove di Larry McMurtry (Einaudi). Il paesaggio non manca, ci sono i buoni, i cattivi, gli indiani e comunque si raggiunge la meta.

Grazie Ferruccio, speriamo qualcuno ci legga e rifletta.

Qui le altre interviste: elenco

Interviste urgenti: Eleonora Averna, insegnante

L’emergenza legata alla scuola si può declinare in molti modi, proviamo a fare l’elenco: gli edifici da riqualificare e ristrutturare, le assunzioni di personale, la didattica a distanza, il contesto in cui insistono e per ultimo i banchi con le rotelle che nel dibattito sui giornali e sui social hanno primeggiato. Le emergenze credo debbano avere delle priorità e soprattutto essere parte di un percorso che porta ad una meta: la visione della scuola come “contenitore” delle nuove generazioni. Del futuro.

Proviamo a farlo il percorso con Eleonora Averna, insegnante. Giovane e donna con passione da contagiare.

Mi racconti per piacere questa storia dei banchi con le rotelle? Così poi, visto che hanno le ruote, la mettiamo in un angolo.

Intanto grazie per la passione con cui tu contagi me, non fosse altro per la possibilità di farci domande su quello che reputo uno dei pilastri della nostra società, la scuola. Almeno, così è per alcuni. Mi è piaciuta molto l’espressione di contenitore delle generazioni nuove, perché la scuola ha un bisogno estremo di contatto con la realtà, da rendere tutto il suo contenuto ancora più desideroso di ossigeno, di spazio per il futuro che sta già aspettando. 

La mancanza di prospettiva ci accompagna ormai da anni. Per chi come me è nato alla fine degli anni 80, ha visto soltanto un tipo di futuro, un tipo di scuola, quella dove tutto è prestabilito, dove tutto deve rimanere com’è. Beh certo mi dirai, bisogna pur avere delle sicurezze, soprattutto in un periodo incerto come quello pandemico che stiamo vivendo. Ma di sicuro il precariato, l’edilizia inesistente e le solite iniziative dei singoli per tirare avanti la baracca, non possono reggere a lungo, nemmeno le mille progettualità che con belle parole spesso non bastano per far fronte alla “fame” dei ragazzi. Chissà se dopo aver imparato a lavarci le mani e garantire la pulizia come primo step per la sicurezza di tutti, possiamo pensare veramente a ciò che serve per dopo. Lo stesso Draghi mi pare commentasse alcune settimane fa, come i giovani siano l’investimento più grande su cui scommettere. Bisogna perciò cambiare prospettiva, a cominciare dai piani alti, con la responsabilità di chi fa politica, quella vera, ponendosi domande di senso e andando nel merito delle cose. Perché se fosse successo, sapremmo che i banchi con le rotelle sono stati richiesti dai Presidi, per alimentare la possibilità di quella didattica interattiva e nuova su cui la mia generazione di docenti passano esami su esami a studiare. Solo per le superiori quindi, e solo per chi ha fatto richiesta, credo solo per un 400 mila unità, a fronte di un investimento di almeno 200 mila banchi monoposto, quelli normali, di legno con la sedia abbinata. Interi, non mangiucchiati, non scritti e deteriorati, possibilmente adatti a ospitare per diverse ore di studio i nostri ragazzi. Possono anche divertire i vari meme, le vignette e i video postati ovunque per le auto scontro. Magari succederà davvero, ma non credo sia quello il tema su cui disperdere così tante energie. Chiediamoci piuttosto, come mai oggi ci sia questo investimento, e su questo discutiamo la priorità magari, perché è stato richiesto, chiediamoci come e quali spazi li ospiteranno. E poi forse diverse considerazioni verranno da sé. 

La DAD (didattica a distanza) è emergenza o può diventare strumento permanente? Penso soprattutto agli strumenti da imparare (e insegnare) ad usare o a chi è impossibilitato a recarsi a scuola. Faccio un esempio: in asilo di Cavoretto, grazie alla connessione, un bimbo con disabilità ha potuto interagire con gli altri bimbi della sua scuola.

Personalmente, ritengo che ogni strumento se ben usato abbia potenzialità immense. E posso solo immaginare gli occhi lucidi di coloro che hanno guidato e permesso traguardi come quello che hai citato a Cavoretto. Quando ho deciso come svolgere la mia tesi di laurea, mi posi l’obiettivo di fare qualcosa di utile, perché io stessa e la mia curiosità che da sempre mi accompagna (o mi condanna, secondo i punti di vista) mi ponevo il dubbio di come chi avesse difficoltà potesse superarle. Esattamente come fu il teatro per me. 

Cioè?

Decisi perciò di sperimentare un metodo educativo che avesse nel gioco e nei nuovi strumenti le uniche armi per riuscire a superare ogni tipo di barriera educativa o funzionale, ma non avrei mai immaginato quanto poi ho rilevato sul campo. E la Dad per quanto ho potuto scoprire è stata non solo necessità virtù, ma anche una possibilità per sperimentare sempre di più quanto avevo scritto in quella tesi. Intendiamoci, e non siamo miopi, ci sono limiti enormi. Il bello di questo mestiere, o meglio, missione la definirei se penso a quale responsabilità ha un docente verso le generazioni con cui si confronta e cresce a sua volta, è il contatto, quello scambio che non si può sostituire con nessuna connessione web. Per svariate ragioni, per l’immediatezza, le vibrazioni, i non detti, le espressioni, la prontezza, il linguaggio non verbale e quanto altro stimola e conduce la partita in ogni classe e a ogni lezione. E’ un match, come tale necessita di uno scambio. E questo sul web avviene con difficoltà, perché parliamoci chiaro, 5 G e wi-fi sono traguardi di un futuro magari non troppo lontano, ma se pensiamo anche solo alla nostra Val di Susa (e siamo appena a pochi km da qui), ha molti comuni fuori banda, e anche in piena città (girando diverse scuole ogni anni ormai ho un certo dato statistico) la maggior parte dei ragazzi usa solo i propri cellulari, spesso sono in casa con altri familiari che usano la linea non permettendo una connessione stabile e continuativa. Ma nonostante questo, di certo la Dad è una ottima possibilità per tenere contatti, per brevi periodi possiamo sostenerlo, per garantire a tutti di star al passo anche in casi di assenze prolungate o pandemie, che però si spera vivamente finisca quanto prima. Ha permesso a docenti e alunni di sperimentare nuovi modi di fare lezione, nuovi strumenti che il web, le presentazioni Power Point, i video, lavori di gruppo, svolti a distanza magari ognuno dalle proprie stanze, ma con la possibilità di renderli più attrattivi grazie alle nuove tecnologie, ha sicuramente permesso di alimentare l’attenzione e la curiosità degli studenti. Siamo ormai nella generazione Z, o Y, non ricordo più, ma di certo le nuove generazioni hanno molta più dimestichezza a cercare definizioni sul web che sui vecchi dizionari con cui spesso diversi di noi hanno appesantito le loro spalle andando a scuola. Ma dobbiamo stimolarli di più, sono super veloci su certe applicazioni per i loro mobile, ma si perdono se aprono un documento di Word. Molti timidi e poco partecipi in contesti di normalità, hanno trovato nuove sicurezze, si lanciano di più in interventi e osservazioni in aula virtuale, coperti dietro al loro schermo e al sicuro nelle loro case. E di certo, molti bisogni educativi speciali di cui oggi abbiamo presenze sempre più ampie nelle classi, trovano enorme giovamento con una didattica interattiva, dotata di mappe multimediali e stimoli che il web e le tecnologie di certo aiutano a sintetizzare. Insomma, come sempre, la via di mezzo è la soluzione anche nel nuovo millennio credo, magari spingendo un po’ sull’acceleratore per pensare alle nuove generazioni che anche secondo le tabelle dell’UE devono avere skills sempre più multitasking e proattive. Per questo però dobbiamo anche far in modo che la Dad non diventi uno schermo con cui aumentare le distanze, la socializzazione e lo scambio con i compagni e con i docenti, che non possono proprio a causa di quello schermo, seguire davvero da vicino le esigenze proprie di quei ragazzi, soprattutto di chi ne ha più bisogno. La Dad perciò può accompagnare e integrare, non sostituire. 

Gli edifici scolastici io li trovo fuori dal tempo, moltissimi sono stati pensati nel secolo scorso se non prima. Vanno ripensati?

Le strutture che abbiamo oggi son dei veri capolavori di edilizia strutturale. Ci sono edifici che al loro interno fanno trasparire il peso dei passi verso la formazione collettiva, corridoi che si perdono a vista d’occhio con arcate alte metri e metri quasi a cercare quella elevazione verso il sapere più nobile. Ma tornando ai piani più pratici di questa conversazione, ti dirò, io non mi sento di condannarli! Anzi, anche per mantenere il trend delle nuove architetture fusion tra moderno e antico (non me ne vogliano architetti e designer per l’irriverente invasione di campo), le valorizzerei. In fondo, in questa città abbiamo tantissimi esempi di rivalutazione e riconversione di strutture vetuste per nuovi scopi ed esigenze. Questa commistione di edilizia anzi, renderebbe giustizia a quei luoghi così importanti. Di certo, ciò che reputo necessario è capire in che epoca viviamo, in che modo vogliamo concepire la vita negli spazi e la loro interazione con le esigenze delle persone. Parliamo tanto di smart-working, ma per le scuole ipotizzare di cambiare, aprirsi a nuovi spazi per la condivisione di momenti educativi, di luoghi in cui studiare insieme e scambiarsi opinioni ed esperienze a 360 gradi, sembra quasi una utopia da corsi di aggiornamento. E dirò di più, ad oggi non abbiamo garanzia sulla sicurezza base degli edifici, in una città che nella tragedia di Rivoli dovrebbe aver invece non solo imparato a ricordare quanto sia importante, ma che dovrebbe fare dell’edilizia scolastica in sicurezza il punto fermo da cui partire per priorità impellenti e quanto mai richieste. Classi pollaio, laboratori precari, strumenti desueti e che solo a piccoli sprazzi e ondate magari arrivano e non in quantità sufficienti. Se vogliamo ripensare spazi e luoghi serve investire negli stessi, in modo sistematico, con visione e prospettiva magari supportata da enti e organismi che fanno di studi ed esperienza sul campo il loro punto di forza, e che spesso sono protagonisti di progetti avvenieristici da guardare con interesse e ispirazione. 

A ripensarli a Torino ci hanno pensato Fondazione Agnelli e Compagnia di San Paolo, devo dire in modo egregio con il progetto Torino fa scuola. Io ho visitato la scuola Fermi che è stata completamente ripensata aprendola anche al territorio. E’ la politica che delega al privato la visione della scuola?

Quel progetto è l’esatto ago della bilancia, tra pubblico e privato, una alchimia quasi impossibile quanto reali invece siano stati per efficacia e modernità gli esempi raggiunti. Un volano importante sul territorio, un punto di riferimento, luoghi di aggregazione e dimensioni nuove che spingono gli studenti a spirito di identità con la scuola che frequentano, prendersene cura. Credo sia questo un po’ ciò a cui ti riferisci. Perché anche chi si sente emarginato, o sente su di sé il penso di difficoltà personali, familiari e disagi emotivi o formativi, può ritrovare ossigeno anche grazie al welfare aziendale. Sì, lo chiamo welfare aziendale, perché ormai le scuole lo sono. E bisogna dirselo. E per lo stesso motivo per cui ogni azienda che si rispetti dovrebbe portare avanti con impegno la visione delle proprie risorse umane, anche la scuola ha al suo interno un luogo da vivere e persone da animare con formazione, motivazione e scambio di competenze, abilità ed esperienze. Il famoso know-how, non solo di chi ci lavora, ma anche dei clienti a cui ci rivolgiamo, esigenti, attenti e quanto mai speciali, i ragazzi. E un luogo performante non può che fare da leva verso la buona riuscita di questo delicatissimo equilibrio sistemico, tra persone, luoghi, cultura e obiettivi.

E la politica?

La politica in tal senso perciò, non può delegare tali compiti. Deve occuparsi dei sogni e delle speranze di una generazione che ha il compito di proiettare al futuro, anche per doveri Costituzionali. E deve ripensare alle strategie adatte, ai mezzi migliori, alle prospettive più realizzabili per dare una speranza ai ragazzi che ogni giorno accogliamo in quelle strutture. E se il pubblico può ispirarsi a quanto il privato che hai menzionato può fare, allora ben venga. Abbiamo solo da guadagnare, da sperimentare e da realizzare. Sono scelte. Come in ogni cosa che conta, sono le scelte che si fanno che danno il peso specifico di cosa potremo aspettarci. Alla luce della società che ci vivremo all’indomani di questo anno Covid19, forse dovremmo tornare a trovare spazio per il confronto e la progettazione. Europa e organismi internazionali hanno da anni progetti e programmi che spingono verso una prospettiva complessiva ampia, di condivisione e di scommessa su ciò che sarà il futuro per noi, docenti e alunni. Dobbiamo solo scegliere da quale parte stare, quella della possibilità o quella della consuetudine, con cui però i cambiamenti sono pressoché impossibili, anche a costo di osare laddove sperimentare sia la prospettiva scelta. 

Alla luce dei cambiamenti epocali degli ultimi anni, la DAD e non solo, è un esempio. Serve un ricambio generazionale nel corpo docente?

Sono figlia di una insegnante che ha iniziato la sua carriera quando ancora c’erano le macchine da scrivere. E ha svolto il suo ultimo anno di servizio con la Dad, imparando a interfacciarsi su Zoom coi suoi piccoli alunni. Scioccante, soprattutto per l’allergia di mia madre per le tecnologie. Ma al di là della svolta epocale di mia madre che poco interessa in questo momento, credo che tutti possano inserirsi nelle novità, e prendere da esse il meglio che possono offrire. In quel caso, continuare il cammino dei bambini, e permettere di imparare come attivare un profilo web, mail e mille altre diavolerie che spesso provocano fatica enorme per chi non è abituato, certamente è stata una grande sfida. Certamente, questo mestiere, credo però, richieda una costante messa in discussione, ma penso che la maggior parte del corpo docente abbia ampiamento dimostrato come in brevissimo tempo sia stato in grado di ripensarsi e garantire il minimo indispensabile almeno per assicurare l’istruzione a tutti. Semmai la domanda che mi pongo è come mai si viva con più di 170 mila supplenti che comunque non bastano a colmare le cattedre vacanti? Come mai non si scommetta sui docenti per garantire loro formazione costante e stimoli continui, e non parlo solo a livello contrattuale (non ci sono ad oggi lavoratori che non attendano adeguamenti dei loro contratti)? Come mai non lo si garantisca rispetto alle mille responsabilità legali e sociali che ormai si trova ad affrontare, spesso senza strumenti? Come mai non si pensi a garantire figure professionali chiave stabili e permanenti, che possano avallare e affiancare il ruolo dei docenti con i ragazzi che hanno di fronte, sempre più esigenti, con bisogni variegati e specifici di questa società così iperconnessa, ma spesso affetta da solitudine cronica e paure violente come i muri da far crollare? 

Scuola e(è) territorio. La relazione della scuola, ditemi se sbaglio, è legata al corpo docente e alla dirigente scolastica. Dovrebbe secondo voi diventare prassi e metodo. In altre parole, quanto devono essere aperti i portoni delle scuole?

Le scuole sono punti di incontro e confronto tra allievi, docenti e famiglie, e da anni ormai è stato stabilito un rapporto scuola-famiglie assai saldo e ricco di momenti in cui scambiarsi esigenze, opinioni, richieste. Ormai ho più gruppi di Whatsapp legati alla scuola che alla mia vita privata, un continuo scambio perché ormai siamo inondati di incombenze ed esigenze a cui rispondere sempre più in maniera corale e immediata. Le porte si aprono spesso, non solo per gli open day in cui presentarsi ai nuovi alunni, ma anche per i consigli e appuntamenti stabiliti, per i laboratori pomeridiani e per tutte quelle attività che garantiscono alla scuola, ancora, di essere il primo strumento di welfare e di controllo ancora oggi dei nostri ragazzi a mio parere. Per questo oggi che non abbiamo più questo luogo, mancano a tutti punti di riferimento e di possibilità. Sicuramente, se avessimo strutture dinamiche e interattive come quella di cui mi hai parlato prima, riferendoci al Fermi, molto tra famiglie e scuola potrebbe legarsi ancora di più. Un po’ come fanno le nostre case del quartiere in quelle circoscrizioni che hanno la fortuna di averle. 

Nelle scuole ora c’è il mondo intero, mi riferisco ai giovani nuovi cittadini: problema da gestire o opportunità da cogliere?

Intercultura. Che bel nome, è anche un progetto europeo di scambi per studenti. Ma veniamo a noi. Credo fermamente che il mix sia una delle più grandi opportunità che l’umanità abbia da sempre. In fondo, anche noi italiani siamo frutto di una miscela proverbiale, dove gli ingredienti delle grandi civiltà della storia si sono mischiati e ci hanno insegnato che i popoli si muovono, si intrecciano per usi e costumi, culture e qualità di ognuno e questo le arricchisce, le unisce, e le divide solo quando la paura del diverso le fa crollare. L’integrazione vera, a scuola, parte, o almeno dovrebbe partire secondo me, dalla lingua, da ciò che permette alle persone di capirsi, di annientare barriere e riferimenti, dando loro la possibilità di inserirsi davvero nella società, nella classe in cui vivranno, per tornare al nostro caso.  La scuola va sostenuta in questo, soprattutto quando i ragazzi arrivano in età più adulta e devono già fronteggiare materie complesse legate a quel determinato percorso di studio, per cui i piani personalizzati e i laboratori di lingua forse non sono sufficienti. Le opportunità per essere colte vanno costruite, coccolate, arricchite e tenute in considerazione sin dai primi passi. L’accoglienza è ad esempio avere mediatori culturali ai colloqui coi genitori quando questi non possono ancora capire il docente; ci sono molte scuole che hanno costruito intere progettualità con questo obiettivo. Inserire, secondo me, è permettere a un ragazzo che arriva da storie tremende oltre mare magari (succede sempre più spesso) di infrangere la barriera della paura e dell’incomprensione con un percorso intensivo della cultura e della lingua del paese che lo sta accogliendo, in modo che prima di fisica e matematica, possa comprendere ciò che gli si sta chiedendo, cosa gli si propone e offre, una mano e un braccio teso in modo comprensibile e sempre più assimilabile. La riuscita di un è progetto di integrazione va intercalata nella realtà in cui i soggetti a cui si rivolge vivono. Capire i quartieri, far conoscere loro il luogo dove adesso abitano e fargli comprendere come mai quel luogo ha certi usi e costumi, facendogliele semplicemente conoscere. Certe scuole organizzano addirittura uscite appropriate a luoghi di interesse e culturali o base come farmacie, mercati, che si abbinano alla provenienza dei ragazzi che stanno svolgendo il laboratorio di italiano L2 (cioè quei progetti per imparare la nuova lingua italiana, nel nostro caso, come propria). E questo agevola il senso di accoglienza e veicola la possibilità di far sentire quella integrazione in modo concreto nella quotidianità. Certo, anche qui è una scelta, quella del tipo di scuola aperta e accogliente che si desidera davvero realizzare. 

Il libro da suggerire e dedicare è il racconto di due atleti neri, “ribelli” e campioni di sport e poi insegnanti. Riporto qui un brano “Questa lotta è ciclica e, sono ormai convinto, non può portare a vittorie definitive. Proprio come oggi si è tornati a lottare per il diritto di voto, l’assistenza sanitaria per le donne e per la desegragazione in diversi ambiti. Sembravano cose finite, passate, ma ciascuna generazione deve combattere le proprie battaglie […] Non è importante che tu generi una vittoria definitiva, ma che tu combatta le battaglie per cui la tua generazione è responsabile.” l libro è “Trentacinque secondi ancora” di Lorenzo Iervolino 66THAND2ND. E’ la storia di Tommie Smith e John Carlos (i pugni alzati a Città del Messico) e la frase citata è del loro allenatore e insegnante. E’ qui perché credo dovrebbe esserne suggerita la lettura ai ragazzi e alle ragazze che ora frequentano la scuola. Perché il futuro è della nuova generazione che sta vivendo il presente. Banchi con le rotelle a prescindere.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste urgenti: Elena Aimone e Federico Sirianni, attrice e cantautore

“Benedetta sia la luce che ci illumina il cammino” canta Federico Sirianni (Il Santo). Aggiungerei in questi tempi bui. “E benedetta la complicità che unisce le persone” conclude la canzone. E la complicità cerco di provocarla con questa intervista doppia invitando Elena Aimone (attrice) e Federico Sirianni (cantautore, si può ancora dire?).
Perché un’attrice ed un cantautore? Perché anche loro sono vittime dell’emergenza (occorre sostenere la cultura e lo spettacolo) e della mancanza di luce che illumina il cammino (la visione del futuro).

Inizierei da una domanda che mi frulla per la testa da un po’. C’è una distinzione netta tra cultura e spettacolo, lo si vede sui quotidiani dove ci sono pagine dedicate alla cultura e pagine dedicate allo spettacolo. Questo a mio parere porta a visioni differenti sia nella gestione dell’emergenza e che del futuro. Cosa ne pensate?

Rispondo con una citazione del premio Nobel Kenzaburo Oe “Io sono convinto che l’atto stesso di esprimersi contiene in sè un potere di guarigione e che gli effetti benefici di questo potere non si ripercuotono solo su chi si esprime, ma anche su tutti coloro che fruiscono di ciò che viene espresso. Questo è il misterioso potere dell’arte.”Penso che il teatro in Italia debba tornare a coprire una funzione sociale e didattica, in questo senso culturale. In relazione stretta con il mondo reale. Credo che questa situazione, e il tempo di pandemia, ci stiano mettendo a dura prova, ma siano  l’occasione per vedere con una lente d’ingrandimento le criticità già presenti, per poi  distruggere e ricostruire la struttura ed il meccanismo inceppato. Per poter ridare dignità alla parola artista, teatro e cultura, ormai da troppo tempo associati a forme di intrattenimento e di potere è necessario trasformare e trasformarci.Tutto questo richiede  pazienza, forza ed energia per immaginare, lottare, ricordandosi che nessuno si salva da solo, in un diaframma tra resistenza e prima linea, tempo per osservare e tempo per partecipare, per  riportare noi ed  il pubblico a desiderare e far parte di un atto creativo collettivo.

Credo che, più che a visioni differenti, questa distinzione porti paradossalmente  a una confusione dei significati e dei contenuti. Cultura e spettacolo non sono termini dicotomici, contrastanti, tutt’altro. Penso ai grandi varietà del sabato sera nella televisione pubblica degli anni sessanta/settanta, quando il balletto di Raffaella Carrà o delle Kessler si alternava a un duetto Mina-Gaber o alla presenza in prima serata di cantautori come Endrigo o De Andrè o addirittura Ciampi che, ai tempi attuali, non farebbero sostare nemmeno in portineria. Ultimamente c’è invece, anche da parte dei media e, soprattutto, dalle istituzioni, un’uniformità di significato tra cultura e spettacolo, o meglio, intrattenimento. E’ superfluo che porti esempi di questo errore di pensiero che, nella gestione emergenziale di questi tempi cupi, ha messo sullo stesso piano il Billionaire e La Scala, ma è proprio da comportamenti e azioni di questo tipo che traspare una imbarazzante carenza di cultura proprio nel riconoscerla e comprenderla. Figuriamoci a gestirla.

Voi vi siete esibiti su palcoscenici molto diversi. Elena da Segesta ai cortili torinesi; Federico dal Premio Tenco a Luna’s Torta. E’ parte del vostro lavoro o è trovare alternative in tempi di magra? (io lo trovo bellissimo, comunque).

Credo che qualsiasi atto creativo sia conseguenza della manifestazione di un desiderio. Mai come oggi mi viene da dire che i conti non tornano, in tutti i sensi e per molti aspetti. Sicuramente per gli artisti, come per molti è un momento duro e si cercano soluzioni, che magari solo fino a poco tempo fa non avremmo preso in considerazione.  Mi viene in mente l’immagine del tao con il bianco che contiene sempre un punto nero e viceversa. Si parla spesso di crisi, come peggioramento di una situazione, ma crisi  deriva senza dubbio dal verbo greco krino che significa separare, discernere. Credo fosse associata alla trebbiatura, in cui si separavano il chicco dalla pula, si sceglieva cosa tenere e cosa lasciare andare..Questa metafora, che mi riporta a mio nonno Michele, per dire che mi sembra un momento sospeso, di transizione, che dà la possibilità di osservare, lasciare ciò che non serve e scegliere quello che sembra necessario, bello, vitale. E se il teatro in tutte le sue manifestazioni nasce come specchio della società, della società deve parlare e alla società tornare.Per cui viva Segesta, viva i grandi i piccoli teatri, viva le librerie, e i cortili che recuperano la tradizione del trebbo e viva tutte le possibili trasformazioni.

A essere sincero non mi aspettavo, dopo molti anni di lavoro duro e complicato, di chilometri e chilometri su qualunque mezzo di locomozione in ogni parte d’Italia a fare il “commesso viaggiatore” delle mie canzoni, dopo essermi costruito un mestiere che, pur non essendo mainstream, mi permettesse di vivere abbastanza bene (e sono uno dei pochissimi in Italia a farcela) e crescere senza particolari sacrifici una figlia, di trovarmi completamente privato della mia attività vitale. Ma, per rispondere alla domanda, più che un cantautore mi ritengo un equilibrista, per cui l’ultimo dei miei problemi e reinventarmi o trovare strategie di sopravvivenza per continuare a camminare su quel filo dove sto da sempre.

L’emergenza è rappresentata dai ristori governativi, il futuro? Cosa occorre fare per dare dignità al vostro lavoro e fare in modo che arrivi ad un pubblico il più vasto possibile?

Credo che in questa situazione ognuno stia tentando di fare del suo meglio, ma questo decreto mi sembra più che altro un  modo per “mettere una pezza” su un vestito già molto rovinato. I lavori perduti, nella maggior parte dei casi,non verranno recuperati, ci sono intere tourneè completamente cancellate, produzioni  che saltano, piccole realtà virtuose che stentano a restare in vita, bandi vinti che richiedono attività in presenza che non possono partire e la sensazione è, a ben guardare, un non riconoscimento  prima che economico, di valore, come categoria. La salute, in un momento come questo, di emergenza, viene prima di tutto, certamente, ma ci sono molte incongruenze che lasciano perplessi. Concordo con alcuni colleghi sulla necessità di aprire un tavolo permanente con il Ministero dei Beni culturali e quello del Lavoro in modo che ci possa essere un riconoscimento  sul piano dei diritti e tutele per i lavoratori dello spettacolo, come per tutte le altre categorie. 

Vorrei che fosse chiaro che, per quel che mi riguarda, il “ristoro” (tra l’altro mi piacerebbe fare una chiacchierata con il copywriter che inventa queste terminologie) è nulla più che un’elemosina. Come altri colleghi e altri lavoratori di categorie particolarmente colpite da questa situazione, ho perso quantità di lavoro e denaro piuttosto significative a cui gli spiccioli del ristoro non possono assolutamente rimediare. La condizione attuale però ci racconta in tutta la sua durezza alcune realtà: la fragilità di un mestiere che il nostro Paese non riconosce più come tale ma, appunto, solo come “intrattenimento”, ovvero qualcosa di superfluo rispetto alle priorità produttive e consumistiche dell’individuo medio ma, soprattutto, la nostra incapacità – e per nostra intendo quella di noi addetti ai lavori – di renderlo credibile e necessario. Sarebbe un discorso lungo, ma penso che ci sia bisogno di una riflessione collettiva sul lavoro artistico, a partire proprio da chi lo svolge e con cui (finora) ci ha vissuto. Ma non vedo, da questo punto di vista, ancora la luce in fondo al tunnel. Come diceva l’amico Freak Antoni, il tunnel ce lo stiamo arredando.

Adesso c’è un’offerta legata al mondo dello spettacolo e della cultura vastissima, mai vista prima, soprattutto in streaming e in tv con canali dedicati. Vi chiedo se questa offerta, che voi sappiate, allarghi la platea oppure no. Nel senso che io penso che i “pubblici” si stiano specializzando e fossilizzando sulle singole offerte. Come si arriva a tutti con la qualità?

Rispetto all’offerta streaming e tv, non mi rendo ancora bene conto che mercato possa esserci, non  so se sia questa la soluzione. Sicuramente uno strumento da esplorare. Considero l’atto teatrale, un rituale laico, una pratica, un’azione che avviene nel qui ed ora, uno strumento di catarsi ed elaborazione delle emozioni, anche quelle più violente. La storia la raccontiamo non al, ma con il pubblico, e a seconda della risposta che riceviamo cambierà anche il nostro modo, in quanto attori, di comunicare. Più difficile con il filtro dello schermo.  Poi tutto è possibile ed esplorabile, ma diventa certamente un’altra cosa. Mi è più facile pensare di andare di cortile in cortile che non di streaming in streaming… per ora. Penso che il teatro dovrebbe essere trattato al pari della scuola, anche questione presenza. Sul come arrivare ad un pubblico più vasto è una buona domanda con cui stare in relazione e continuare ad  interrogarci.Certamente il movimento è andare verso, i cortili come tu ben sai Augusto, sono stati un felice esempio.

A essere sincero, non vedo questo strabordare di programmi culturali. Se non ricordo male di recente c’era l’idea in Rai di chiudere il canale dedicato alla Storia per assenza di share. Il “Netflix della cultura” immaginato dal ministro Franceschini è un’idea totalmente improvvisata dettata dalla necessità di rispondere (un po’ a caso e senza alcun progetto concreto e sensato, mi permetto di considerare) alle istanze dei lavoratori dello spettacolo. La risposta alla domanda è che non si arriva a tutti con la qualità. Non è obbligatorio né necessario. Ma è importante che, chi vuole assistere a eventi di qualità, abbia possibilità di farlo. E allora, più che inventare soluzioni bislacche in momenti di emergenza e panico, sarebbe utile ripensare, quando sarà di nuovo possibile proporre eventi dal vivo. a modalità sostenibili dedicate a quella stragrande maggioranza di persone che lavorano nella cultura e nello spettacolo, che non sono mainstream, ma rappresentano il grande humus che muove, in questo ambito, pubblico ed economie reali, per economie reali intendo che generano un’autosufficienza, non fondi o contributi istituzionali.

Un’idea,  un concetto sperando, come cantava Gaber, non resti un’astrazione per il futuro del vostro settore?

Perché un’idea non resti solo un’idea, per mangiarla.. come dice Gaber noi artisti dobbiamo metterci in cammino.Fa parte del nostro ruolo, aprire piste, fornire nuovi punti di vista.Dobbiamo andare dal re e chiedere una barca per andare su un’isola sconosciuta che ancora non esiste sulle mappe, come dice Saramago. E convincerlo. Seguo da un po’ di anni un progetto che mi sta molto a cuore Wanderlust-teatro affido, e con i miei compagni di viaggio e i ragazzi lavoriamo molto sui sogni e sull’importanza di renderli reali.Partirà  un progetto che si chiama Acchiappasogni che per noi sarà una nuova avventura piena di senso. A proposito di idee concrete ed un buon utilizzo dei social media farò parte del progetto Argo proposto dal Teatro Stabile di Torino. Un viaggio che sembra una variazione comunitaria in tema di streaming. Un centinaio di persone coinvolte tra attori, tecnici, registi, editor e social media manager. L’obiettivo è quello di supportare la coesione della comunità artistica, promuovere la formazione su tecnologie digitali e lavori innovativi.Saranno elaborati oggetti digitali politici,come un manifesto, un podcast, una mappa concettuale, una campagna di comunicazione da testare direttamente poi con la comunità dei cittadini. La nave Argo partiva alla ricerca del vello d’oro… mi sembra una buona metafora.

Quello che dico spesso durante i miei concerti: “Ricordatemi da vivo”.

 

 

Che dopo è tardi aggiungo io. Grazie a tutti e due per la disponibilità e a presto dal vivo.

Tocca al libro, questa è un’occasione per fare un esercizio non facile: abbinare il libro alle mie vittime, oltre a proporre libri che mi sono molto cari. Restando nel mondo dello spettacolo, anzi delle arti che è meglio, vi dedico “A pesca con Groucho” di Irving Brecher e Hank Rosenfeld. Irving Brecher è stato uno dei più grandi sceneggiatori di Hollywood. Per darvi un’idea, Groucho Marx definiva Brecher “la lingua più perfida del west” e Brecher definiva Groucho “Era un compagno semplicemente pericoloso. Una minaccia. La sua lingua era un missile fuori controllo. Peggio che nei suoi film”. Federico poi passalo a Giorgio Olmoti. Leggetelo, aiuta anche a trascorrere questi giorni chiusi in casa.

Qui le altre interviste: elenco

Interviste urgenti: Mario Nejrotti, medico

Sono ormai anni che in questo paese c’è una sorta di sindrome dell’emergenza, sindrome che ci costringe a lavorare e pensare all’oggi e non al futuro. L’elenco delle emergenze è lungo, a volte sono reali, a volte sono dettate dalla convenienza politica del momento. Emergenza è una parola che appare spesso sui titoli e sugli approfondimenti della stampa e dei talk show, raramente, invece, appare la parola futuro. Se qualcuno prova a cambiare prospettiva la riposta è sempre la stessa: ci sono altre priorità.

Il Covid 19 le riassume tutte le emergenze. Il Covid 19 che, al contrario, io credo ci stia dicendo che occorre ora, e subito, immaginare il futuro del paese e della società. La vera emergenza alla quale non stiamo dando risposta. Questa mia riflessione, nel mio molto piccolo mondo di quartiere, mi ha spinto a chiedere un parere sul tema a persone che conosco. Una sorta di seguito delle “interviste possibili”.

Un seguito che inizierei da un medico, dal dottor Mario Nejrotti che ho avuto il piacere di conoscere incontrandolo nello studio medico dove lavorava e attraverso la lettura dei suoi romanzi. Mario Nejrotti è anche il direttore responsabile della rivista on line Torino Medica organo ufficiale dell’ordine dei medici di Torino. Iniziamo.

Caro dottore, ribaltiamo i ruoli, come stai?

Fa sempre piacere sentirselo chiedere. Bene, Augusto, grazie.

Anche se meritatamente in pensione il tuo ruolo di direttore di Torino Medica è un osservatorio importante della situazione e quindi proverei a farti qualche domanda proprio riflettendo su emergenza e futuro. L’esercito, l’istruzione, la giustizia sono competenze dello stato. Trovi corretto e utile che la sanità, valore almeno pari a giustizia e istruzione, sia di competenza regionale? Sono evidentemente in difficoltà, le regioni, nel gestire l’emergenza e non mi pare abbiamo la possibilità di programmare il futuro. Dal mio punto di vista naturalmente.

La programmazione non è mai stato una delle principali qualità della nostra politica. La gestione della Sanità affidata alle Regioni, fonda la sua ragion d’essere su una presunta maggiore vicinanza ai bisogni di salute della popolazione, che dovrebbe portare ad una migliore efficacia ed efficienza degli interventi. Ma purtroppo nel nostro Paese, questo per altro debole concetto, ha prodotto nel corso degli anni tante Sanità, una diversa dall’altra, con sconcertanti differenze qualitative, di accesso alle  cure e di costi. Di fatto ormai esistono cittadini di serie A e di serie B, con un fenomeno di migrazione interna alla ricerca di servizi migliori che è imponente, ma purtroppo, talvolta, inevitabile. 

La dipendenza dalla “partitica” centrale, che non è politica, é rigidissima, quindi una programmazione locale, che consideri solo il bene comune, non è facile. Senza contare il rischio concreto di clientelismo e quello della corruzione, ancora più pericoloso e purtroppo, come ci dicono le cronache, diffuso. 

Probabilmente, una pianificazione  statale  potrebbe offrire servizi omogenei e con i dovuti strumenti sarebbe più controllabile, sia nella qualità, sia nella correttezza delle procedure.

Adesso una domanda su quello che era il tuo lavoro, la medicina di base. A me sembra che si stia delegando a loro una parte importante dell’emergenza Covid, la difficoltà nella gestione dei vaccini lo dimostra, mettendo a rischio la loro missione principale. E’ un servizio da ripensare? E come?

L’attività della medicina di base è sempre stata al centro di grandi promesse e di grandi polemiche. La missione del medico generale, che si poggia sui molteplici bisogni della popolazione, non è facile a definirsi nei suoi confini e obiettivi. 

Il comparto della medicina primaria ha subito una profonda evoluzione professionale e giuridica dalle sue radici, che partono dal medico dei poveri prima e poi dal medico condotto. 

Oggi la figura è completamente diversa, ma diciamo che nel profondo del sentire comune giace questo mitico ricordo di un medico della persona, sempre pronto a capire e consolare. Una figura che, se pure esistita, aveva a che fare con una società e con bisogni infinitamente diversi e che, così come era, oggi sarebbe a dir poco anacronistica.

Oggi i medici di medicina primaria comprendono quelli di famiglia, i pediatri di libera scelta, i medici della continuità assistenziale e dell’urgenza territoriale e da poco anche quelli delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), senza contare i medici del distretto sanitario, quelli della assistenza domiciliare e delle cure palliative,  un sistema strettamente interconnesso di cui i cittadini hanno un estremo bisogno.

Quando ormai più di vent’anni fa avevo contribuito con altri colleghi di tutta la Regione a far nascere i primi Gruppi di Cure Primarie, ci eravamo resi conto che la figura del medico isolato in uno studio, magari senza segretaria , non poteva rispondere efficacemente alle richieste dei cittadini. 

Avevamo allora immaginato e sperimentato strutture più ampie, anche logisticamente, dove gruppi di medici generali e pediatri di libera scelta interagivano con figure infermieristiche, amministrative, di specialisti di primo livello, di psicologi, usufruendo anche di diagnostica strumentale e di laboratorio di base. 

Tutto ciò era stato immaginato, oltre che per aumentare l’offerta sanitaria del territorio, e così sgravare gli ospedali da incombenze ambulatoriali improprie e non gestibili al meglio, per la scarsa conoscenza del singolo paziente, proprio per sburocratizzare la figura del medico, per liberarla da competenze non sue  e restituirla ad un rapporto clinico e umano più moderno ed efficace con il proprio paziente. 

L’evoluzione di questo progetto, allora molto osteggiato a livello politico, amministrativo e devo dire purtroppo, anche professionale, ha portato ad innumerevoli nuove sigle di raggruppamenti medici fino alle case della salute. Ma non mi sembra proprio in questi giorni di crisi che questa evoluzione organizzativa abbia permesso alla medicina di territorio di espletare quel ruolo di “delega” nella pandemia, come dici tu, che avrebbe equilibrato maggiormente l’assistenza dei malati di COVID. 

Invece i medici di medicina primaria, e specialmente quelli di famiglia, sono rimasti, naturalmente in generale, travolti da un sistema che li ha lasciati solo virtualmente “al centro”, senza però fornire loro strumenti, risorse e percorsi culturali, che avrebbero permesso un’ evoluzione più armonica negli ormai quasi trent’anni trascorsi.

Comunque i medici di famiglia in questo ultimo tragico frangente, oltre a continuare l’assistenza a tutta la popolazione, stanno facendo il possibile: ora per praticare le vaccinazioni antinfluenzali, domani per eseguire, se sarà utile e necessario, tamponi e test rapidi e in un futuro, che speriamo prossimo, per svolgere la più grande campagna di vaccinazione che abbia mai visto la storia umana.

Restando ai medici di base, la mia impressione è che siano entità separate dal territorio in cui operano. Provo a spiegarmi, in un quartiere esistono realtà del terzo settore, culturali e sportive che potrebbero interagire con gli studi medici offrendo svago, supporto soprattutto ai pazienti di una certa età o fragili. Non pensi che sia necessaria una collaborazione stretta tra queste realtà e i medici di base?

Si potrebbe dire provocatoriamente che sarebbe già una bella cosa se ognuno facesse bene il proprio lavoro. Ma il problema a cui tu accenni ha il suo peso, specie nelle realtà di quartiere, e penso a quelli delle metropoli resi più complessi da crisi economica, immigrazione e ora da questa grave crisi sanitaria. Certamente bisognerebbe, mai come oggi, unire le forze. Nei Gruppi di Cure Primarie, e spero anche nelle case della salute di oggi, era prevista una stretta collaborazione con il settore dell’assistenza sociale, che ha portato a una nuova e più completa conoscenza delle necessità concrete dei cittadini. 

Proprio attraverso questo “ponte” tra sanità e assistenza, si potrebbe trovare la via per inserire molto proficuamente l’attività del terzo settore e del mondo della cultura e dello sport, inteso oltre che nella sua funzione ludica, già rilevante di per sé, anche in quella preventiva e di salvaguardia e miglioramento della salute. Sicuramente questa azione, sfruttando la profonda conoscenza della popolazione affidata al medico generale, potrebbe raggiungere ottimi risultati.

Il futuro Parco della Salute prevede una riduzione importante di posti letto, questo comporterà una gestione diversa e attenta della post acuzie e delle lungodegenze. Basteranno le case della salute e come dovranno essere strutturate?

Trascurando questo tragico e speriamo contingente momento, l’ospedale, e con lui le grandi eccellenze specialistiche e tecnologiche del nostro territorio, come la Città della Salute e della Scienza, devono poter lavorare in sicurezza, occupandosi esclusivamente della propria mission. 

La diagnostica di secondo livello, le terapie specialistiche, che necessitano di ricovero e l’acuzie sono  grandi campi dell’attività specialistica ospedaliera. 

Le emergenze minori, le definirei a basso carico tecnologico e terapeutico, il post acuzie, l’attività di controllo ambulatoriale nel tempo e le lungo-degenze, non sono compiti dell’ospedale, anche se le carenze di organizzazione hanno portato a sovraccaricarli sempre più di attività improprie.

Una profonda rivisitazione della medicina territoriale deve prevedere gli strumenti e l’organizzazione necessari per un controllo programmato delle patologie croniche: dal diabete, all’ipertensione, alla malattia neoplastica, soprattutto nei suoi periodi di stabilizzazione e cronicizzazione, alla broncopneumopatia cronica, alle malattia cronico-degenerative osteoarticolari. 

I followup di tali patologie debbono esser affidati al coordinamento della medicina primaria e alla specialistica ambulatoriale, con la tecnologia necessaria, mantenendo un contatto stretto con l’ospedale, qualora necessario. 

Per questi controlli occorrerà usufruire anche della telemedicina e degli strumenti diagnostici a distanza, come la visita in remoto, che in questo periodo di pandemia, raro elemento positivo, sono stati sperimentati con soddisfazione dei malati. 

Anche la distribuzione dei farmaci, avendo come obiettivo la qualità di vita dei pazienti, dovrà prevedere confezioni adeguate al medio-lungo periodo con invio al domicilio soprattutto per le categorie svantaggiate e le zone rurali e montane.

Questi nuovi processi dovranno prevedere il potenziamento della Assistenza Domiciliare Integrata e dell’Ospedale a Domicilio, due istituzioni che dovranno imparare a collaborare sempre di più, se si vuole veramente decongestionare il settore ospedaliero. Le case della salute, soprattutto nelle zone periferiche dovranno prevedere Punti di Primo Intervento che possano gestire l’emergenza territoriale, per intenderci quella in codice verde e giallo. Per i codici bianchi, che spesso intasano il Pronto Soccorso occorrerà, invece, un grosso lavoro, anche in termini culturali, sulla popolazione perché accetti di essere curata sempre sul territorio dalle strutture, che dovranno essere migliorate, ma che già ci sono: medicina primaria e continuità assistenziale. 

Anche il concetto di RSA e case di riposo dovrà essere rivisto sia dal punto di vista residenziale, sia da quello dell’assistenza sanitaria e sociale, che dovranno essere potenziati, non abbandonando mai più gli anziani, anche in caso di emergenza, ad un’assistenza improvvisata e insufficiente. Per rimanere nell’ambito della città di Torino penso alle strutture ospedaliere dismesse, ad esempio Maria Adelaide, Ospedale Valdese, Astanteria Martini e al pieno recupero dell’ospedale Oftalmico,  che dovrebbero essere rivalutate alla luce dei bisogni territoriali ed eventualmente anche di future emergenze, per poter far fronte con calma e ponderatezza ad ogni evenienza, in modo che non si ripetano scelte, magari rese necessarie da tumultuosi avvenimenti, ma non prive di punti di debolezza, come quella delle OGR della prima ondata COVID o quella attuale del V padiglione del Valentino, già giudicato inadatto ad ospitare un parcheggio (ricerca Politecnico 2019).

Altro che vorresti aggiungere?

In questo periodo di ansia per il diffondersi della seconda ondata di COV2, vorrei spendere due parole sul vaccini che tutti stiamo attendendo con impazienza e che saranno sicuramente il migliore strumento per una soluzione di questa pandemia.

Il primo vaccino sembra che sarà in distribuzione già alla fine di dicembre o nella prima metà di gennaio. Probabilmente la sua efficacia e la sua tollerabilità sono buone. Ma da medico, mi  preoccupa la necessità di conservarlo a meno settanta gradi. Le difficoltà di stoccaggio e distribuzione sono, al di fuori di ogni disfattismo, realmente molto complesse e in periferia può essere molto difficile dotarsi di una rete così capillare di refrigeratori molto potenti. Inoltre, più è complessa la rete di distribuzione di un farmaco e più è facile che si commettano errori e in questo caso gli errori si potrebbero pagare cari.

Quindi prima di gettarci a capofitto nell’acquisto di milioni di dosi di un farmaco, potenzialmente efficace e sicuro, ma con questo grosso e innegabile problema pratico, proverei a ragionare su altri vaccini e a considerare quanto tempo passerà per poterne disporre. 

Credo che la sicurezza dei cittadini valga l’attesa ancora di pochi mesi prima di iniziare campagne di massa. Inoltre i protocolli terapeutici ormai consolidati e l’arrivo sul mercato internazionale degli anticorpi monoclonali, oltre all’abitudine, ormai acquisita, delle procedure di distanziamento e isolamento, che questa seconda ondata ci ha spinto, finalmente, a rispettare, potranno permettere di resistere in nome della sicurezza.

Invece non preoccupa affatto la possibilità che non si abbia con i vaccini attuali una immunità permanente al COV2. Da più di trent’anni il vaccino antiinfluenzale viene praticato ogni anno, perché la sua efficacia con i mesi diminuisce e il virus muta,senza che nessuno mai si sia lamentato di ciò.

Grazie dottore, spero che le tue riflessioni e la tua esperienza siano stimolo per chi ha il compito e il dovere di immaginare il futuro e “aggiustare” il presente.

Anche questa serie di interviste la concludo dedicando un libro al mio ospite. Gli anziani sono di gran moda (si fa per dire) ultimamente, e sono un’emergenza, tanto per cambiare. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson (ed. Bompiani) dimostra che gli anziani sono anche pieni di risorse e passando da una finestra capaci di avventure incredibili. Trattateli(ci) con cura e sarete ricambiati. A prescindere dal Covid 19.

Se siete interessati ai romanzi di Mario Nejrotti vi elenco la sua bibliografia. Consiglio la lettura.

Ha pubblicato con Edizioni Tripla E, in cartaceo ed ebook:

  • Fino all’ultima bugia (2013 romanzo)
  • Il piede sopra il cuore (2014 romanzo)
  • Tutta la vita per morire (2016 romanzo)
  • Viva Garibaldi! (2017 bookshot)
  • Guardati le spalle(2018 romanzo)
  • Operazione Genesi (2019 romanzo)
  • La vita è una guerra e altri racconti (2020 racconti)
  • Malafonte e il segreto di Garibaldi (2020 romanzo)


Qui le altre interviste: elenco

Le interviste possibili: Mauro Berruto

 

Quando ho iniziato con le interviste avevo immaginato un’alternanza tra un politico e un cittadino/elettore, poi la sequenza è saltata perché ho ritenuto meglio limitare le interviste ai politici per dare più spazio e più voce ai cittadini elettori. Oggi incontriamo Mauro Berruto, di cui confesso sono ammiratore non fosse altro perché mi ricorda una bella pagina, grazie alle sue di belle pagine, della mia attività istituzionale. La lettura di un suo libro, Independiente sporting, diede il via all’unica iniziativa culturale nel corso di Torino capitale dello sport organizzata insieme dalla circoscrizione, dal Salone del libro e dalle biblioteche civiche. Leggetelo quel libro.  

Mauro le 5 stelle del Movimento stanno a significare: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. Secondo te, e come chiedo ad altri, a prescindere dalla brillantezza delle stelle, non credi ne manchino di stelle?

Uno dei problemi (paradossalmente non il principale) sono certamente le “stelle” che mancano (come il lavoro, la cultura, lo sport, il turismo e così via), ma il problema tragico è il modo in cui le “stelle” di cui sopra sono state trattate. Come si fa a non essere d’accordo che ci si debba occupare di ambiente, di trasporti, per dire? Il fatto è che questi temi sono stati affrontati con il folle orgoglio del valore dell’incompetenza, dell’assurda pretesa che chiunque potesse occuparsi di qualunque cosa. La stagione politica Cinquestelle è stato il peggior disastro immaginabile, più pericoloso dell’avanzare delle destre estreme (che peraltro proprio il populismo Cinquestelle ha contribuito a sdoganare). Potrei parlarti per ore di ciò che penso dell’attuale maggioranza di Governo, non lo faccio. Ti dico soltanto che il Movimento Cinquestelle voleva uno tsunami: lo ha ottenuto. E tutti noi ci siamo affogati dentro.

Faccio anche a te la domanda che ho rivolto ad altri ospiti delle mie interviste: Chiara Appendino la ricorderemo con una statua dedicata al monopattino o resterà altro?

Credo che, purtroppo per lei, Chiara Appendino non verrà ricordata. Oppure verrà ricordata per le cose non fatte, per le occasioni perse, per aver tenuto il pedale del freno costantemente schiacciato sullo sviluppo della città (a fronte del paradossale #torinoriparte) oppure per aver sbandierato risultati farlocchi proprio su temi diventati bandiere di questa amministrazione (mi vengono in mente l’innovazione, obiettivo non solo fallito clamorosamente in città, ma che ha visto la protagonista di quei disastri diventare Ministro della Repubblica! oppure le recenti vicende dello sgombero del campo Rom di Via Germagnano, esemplare esempio di inesistenza di una visione, di un progetto). Purtroppo anche in quest’ultimo caso la soluzione che passa attraverso la distribuzione di un po’ di denaro, quasi come si fa con le paghette agli adolescenti, non solo non funziona, non solo è un danno erariale, non solo è, mi verrebbe da dire, anti-educativo, ma  un modello che abbiamo tragicamente visto applicare anche su scala nazionale.

E Chiara Appendino sarà ricordata anche per la rinuncia ai Giochi Olimpici… 
 
Già e “‘il modo ancor m’offende” direbbe Dante. In questo caso sono veramente arrabbiato, sia come sportivo che come cittadino. Quella rinuncia è stata l’apoteosi del pensare in piccolo, del non volersi mettere alla prova di fronte a una grande sfida, del timore di non essere all’altezza. È stata anche la rinuncia alla possibilità di dimostrare che si possono fare le cose bene e magari in un modo diverso. Sono solo una manciata, nel mondo intero, le città che hanno ospitato i Giochi Olimpici due volte: Torino poteva essere una di queste, forte della straordinaria accelerazione che il 2006 le aveva regalato, cambiando la città, ma soprattutto i cittadini, la loro mentalità, la percezione di se stessi, l’orgoglio di appartenere a qualcosa di straordinario. Beh, ci è stato tolto tutto questo, senza neppure chiedercelo, in virtù di quella decrescita che, nei fatti, si è dimostrata infelice e basta.

Bene (si fa per dire), adesso parliamo di aspettative. Non ti chiedo per chi voterai, è anche prematuro forse, però ti chiedo tre cose (fai tu se vuoi togliere o aggiungere) sulle quali la prossima amministrazione dovrebbe concentrarsi.

Ti dico una premessa e poi quattro cose, che credo rappresentino un po’ i punti cardinali di un’ipotetica bussola in mano al nuovo/a Sindaco/a:

0. Ovvero la premessa: una totale discontinuità (di fatto e di pensiero) con l’attuale amministrazione. Ringraziamo (per dover di cortesia) la Sindaca Appendino e procediamo senza nessun tipo di relazione con ciò che è stato prima. La sfida (che risiede nei quattro punti che seguono) è semmai quella di convincere gli elettori che hanno affidato la città ai Cinquestelle nel 2016 a cambiare la loro scelta dentro alla cabina elettorale, non quello di apparentarsi a chi ha ampiamente dimostrato la propria inefficacia. Detto questo, i quattro punti:

1. Spingere Torino a investire su stessa e mettere al centro delle proprie politiche la capacità di generare un mercato del lavoro moderno. 

2. Accorciare le distanze in città (sociali, culturali, chilometriche, mentali)

3. Ricollocare Torino in un contesto nazionale ed internazionale capace di attrarre investitori e di includere (non solo integrare… c’è una sostanziale differenza!) chiunque desideri venire a lavorare o a vivere qui.

4. Far diventare Torino una healthy city: una città dove la qualità della vita, la cultura del movimento, il rispetto dell’ambiente, incidano sulla salute fisica e mentale dei cittadini, generino risparmio al Servizio Sanitario Regionale. Una città dove sia bello vivere, in sostanza. E qui lo sport (inteso come cultura del movimento, appunto) c’entra eccome.

Secondo me in politica prevalgono più i destini personali rispetto a quelli collettivi, la causa si diceva una volta. Tu che sei allenatore e avendo letto il tuo “Capolavori” avresti conseguito successi sportivi solo concentrandoti sul tuo destino personale? 

Perdonami Augusto, ma da quando il cognome di un politico è entrato nel simbolo di un partito (il primo fu Berlusconi negli anni ’90) fino a diventarne la parte più visibile, il processo è diventato tragicamente irreversibile. È successo a tutti, da destra a sinistra. Metto in relazione questo fatto al momento in cui sul retro delle maglie dei club calcistici è comparso il cognome dei calciatori: nulla è stato più come prima.  Io sono romanticamente legato all’idea che il proprietario di quel cognome debba essere al servizio di quella maglia e non il contrario. Ho allenato in quel modo la nazionale italiana di pallavolo e ho tenuto fede a quell’idea fino a quando è stato possibile difenderla. Quando non è stato più possibile, nonostante cinque anni meravigliosi e sette medaglie di cui una olimpica, a Londra, ho dato le dimissioni. 

Anche questa è una domanda che faccio quasi a tutti: mi dici tre (se poi sono cinque va bene lo stesso) qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco?

Essere capace di costruire una squadra.  Essere capace di scegliere le migliori competenze e saperle far lavorare insieme, creando senso di appartenenza. Dare una propria visione e poi affidarsi alla qualità del lavoro delle persone scelte.  Sarà fondamentale questa squadra, non il nome del/la Sindaco/a. 

Tu fai parte, in modo molto impegnato e schierato (nel senso di da una parte e non dall’altra) della società civile. Io personalmente credo che sia un termine abusato e anche un po’ inflazionato. Sa un po’ di non mi sporco le mani con i partiti o i partiti non sono più così attrattivi?

Da sempre rigetto l’idea che si debba gareggiare circa la supremazia fra politica e società civile. Mi verrebbe da dire che dovremmo essere tutti politici, nel senso letterale del termine, ovvero tentare di migliorare quel pezzo di mondo (la polis) che ci è stata affidata al fine di restituirlo un po’ migliore a chi verrà dopo di noi. Questo vale per la città, per la qualità dei rapporti sociali e vale per il rispetto del territorio e dell’ambiente. Quest’ultimo tema deve essere centrale per il presente e per il futuro della nostra città e del nostro Paese. È incredibile come, a differenza di tanti altre nazioni in Europa e nel mondo, in Italia il tema ambientale continui a non essere presidiato da nessun partito politico di quelli strutturati e, diciamo così, tradizionali. Guardo con grande speranza al movimento Fridays For Future, tanto del destino di questo pianeta è nelle mani (fortunatamente!) di ragazzi e adolescenti che hanno già ripetutamente dimostrato di avere le idee molto più chiare di noi adulti.

Lo faresti l’assessore allo sport? E se sì con quali presupposti?

Vedi Augusto, mi hanno fatto sorridere il fiorire di auto-candidature e di fantasiose ipotesi per ruoli ancor più fantasiosi. Non cado in questa tua (simpatica) trappola… Mi appassiona di più la riflessione sui temi, sui contenuti, sulla visione, sulle azioni da mettere in campo e poi… su quell’affascinante momento che è la  composizione di una squadra. 

Se vuoi puoi anche dirmi cosa voterai il 20 di settembre e perché? 

Te lo dico, eccome! Voterò un gigantesco e convintissimo NO! 

“NO” al quesito referendario (e ci sono almeno una mezza dozzina di importantissime ragioni per farlo) e soprattutto “NO” all’ennesima concessione al populismo, “NO” all’ennesimo tentativo di nascondere la spazzatura sotto al tappeto, “NO” all’ennesima polpetta data in pasto da sbranare per tenere a bada frustrazione e rabbia. Non voglio affatto meno rappresentanti, li voglio profondamente migliori. Questo referendum è un pericolo per la democrazia, prelude a qualcosa di ancora peggio (ti ricordi di Grillo e dei suoi deputati estratti a sorte o di Casaleggio e della sua profezia sul fatto che in futuro il Parlamento diventerà inutile?). Abbiamo già visto la grottesca realtà della piattaforma Rousseau, io spero che questo Paese voglia difendere la propria Costituzione e fare delle riforme vere, non tagli lineari (peraltro dall’esito economico marginale) da sepolcri imbiancati.

Anche questa “intervista” le concludo citando un libro. No meglio, non cito un libro ma cito un autore che conosci e che scrive anche di sport: Marco Ballestracci (Gianni Mura già citato). Sai perché? Perché Marco racconta lo sport come mi piacerebbe facesse la politica: ti emoziona e ti appassiona. Vero?

Facciamo così: tu citi Marco Ballestracci, l’emozione e la passione per lo sport come della politica.  Io cito Philippe Noiret, Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, che dice all’ormai cresciuto Totò: “Qualunque cosa farai, amala come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu”. 

È quel tipo di amore per le cose che siamo chiamati a fare che migliorerà il mondo. 

Grazie per la chiacchierata. Davvero.

 

Le interviste già uscite:
Mimmo CarrettaNicola Bellaccicco (il mio barbiere)Luigi Matteoda  – Enrico Pandiani