Augusto Montaruli

Uniformati, che brutta cosa.

Ma perchè? E’ la domanda che mi faccio sulla decisione del comune di Bologna di “riformare” l’intitolazione delle targhe quando dedicate ai partigiani.

Leggo su Sky TG24:

Con la nuova revisione della toponomastica la nuova delibera prevede che i sottotitoli “vengano uniformati con l’utilizzo del termine ‘partigiano’ o ‘partigiana’, specificando inoltre l’eventuale onorificenza al merito”, scrive Palazzo D’Accursio. Piazza Scaravilli e le richieste dell’Anpi. “Tutto nasce dalle tante segnalazioni dei cittadini che chiedevano lumi su questi sottotitoli. Ci abbiamo lavorato un anno arrivando alla conclusione che uniformare era la cosa migliore”, ha detto al Corriere l’assessore alla Toponomastica Simone Borsari. “Continuiamo a prenderci cura delle radici antifasciste della città e preservare la memoria di coloro che persero la vita per ridare dignità all’Italia”.

Quindi non ci sarà più il termine patriota e le “segnalazioni dei cittadini che chiedevano lumi su questi sottotitoli” resteranno comunque inevase. Perché se uno chiede lumi e perché vuol saperne di più. Quindi a prescindere da partigiano o patriota ciò che deve fare una buona amministrazione è raccontare il nome, altrimenti quel nome sarà buono solo per google map. Lo si può fare semplicemente con un Qr Code con il quale, chi vuole, possa leggere la storia di quel nome. 

Io credo, la dico così, che questa decisione abbia un sapore tutto burocratico, per snellire le procedure e risparmiare sui costi delle targhe. 

E comunque ha ragione Gramellini quando nel corsivo di oggi scrive: “E poi: perché consegnare ad altri una parola bella e piena come patriota?”

E infine, ci sarà pure una ragione per la quale la rivista dell’ANPI si chiama Patria. O no? 

Il 25 Aprile e la scatola delle scarpe

 

Un giorno con un amico, ridevamo tra noi mentre andavamo in bici, e ci ha fermati un soldato: “ ma cosa avete da ridere?” E il mio amico che rideva più di me l’hanno portato in caserma. Il padre quando l’ha saputo è andato a tirarlo fuori, ma io poi non sono più andato a Torino. Quando avevo 17 anni e mezzo mi è arrivata la cartolina e ho detto a mia mamma che non mi presentavo: andavo in montagna.

Giovanni Tonello lo avevo conosciuto qualche anno fa quando Raffaele Scassellati mi chiese di andare a prendere un partigiano per portarlo a Cavoretto per le celebrazioni del 25 Aprile.  A Cavoretto Giovanni era con le autorità insieme ad un altro partigiano a rappresentare la storia.

Quando lo riaccompagnai a casa mi chiese di andarlo a trovare perché voleva farmi vedere una scatola che conservava.

Feci passare qualche giorno e poi gli telefonai dicendogli che quella scatola la volevo proprio vedere. 

Era una scatola che aveva contenuto delle scarpe e ora conservava ricordi. 

Una vita di ricordi fatta di tessere e fotografie. Le tessere del PCI e dell’ANPI, le fotografie del Giovanni ciclista nella squadra dell’ANPI, le fotografie del Giovanni partigiano e militante. Delle sfilate al Primo Maggio subito dopo la guerra. 

Ora Giovanni non c’è più e quella scatola non so dove sia, a me è rimasta qualche fotografia e qualche frammento di video che doveva raccontare una storia. Una storia quella di Giovanni che sarebbe un romanzo. Molto popolare. Figlio di mezzadri veneti costretti a trasferirsi in Piemonte durante la guerra per trovare altri padroni,  magari più umani. Giovanissimo lavora da muratore a riparare case e fabbriche bombardate in San Salvario: da Lombardore a Torino, andata e ritorno in bicicletta, di corsa per arrivare prima del coprifuoco e con l’ansia al posto di blocco. La scelta di andare in montagna a “fare il partigiano” tra la Francia e il Piemonte perché non voleva arruolarsi nella brigate della repubblica sociale.

Finita la guerra il lavoro in fabbrica, alle Ferriere. Licenziato perché comunista si improvvisa gelataio ambulante: “ho dovuto smettere, erano più quelli che regalavo ai bambini che non potevano comprarlo di quelli che vendevo”. Infine gestisce un negozio di frutta e verdura alla Falchera. Poi la pensione, quel minimo per tirare avanti e aiutare la sorella.

Una storia quella di Giovanni che è comune a tanti protagonisti “minori” della Resistenza senza i quali non sarebbe stata Storia. Grazie Giovanni per aver aperto quella scatola.