Augusto Montaruli

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La Treccani conclude così la definizione di etichetta “le regole di etichetta si assimilano vieppiù a quelle di buon gusto e di educazione”.

Buon gusto che ultimamente sta venendo decisamente a mancare.

Facciamo un esempio: c’è una birra che ha un nome sull’etichetta decisamente privo di buon gusto. Stronza. Proprio così, la birra si chiama Stronza. 

Brutto, volgare, inopportuno in tempi di femminicidi. 

Stronzi, si propio stronzi.

Ma non solo la birra, anche il vino ci si mette.

Fontanafredda ha lanciato sul mercato un vino con le bollicine che ha chiamato Bolla Ciao. “Ottimo per tutte le portate” dice la scheda. Una specie di vino qualunquista che si adatta a tutti. 

La zona di produzione astigiano e albese. Zone partigiane doc.

Comunque ci mancava Bolla Ciao e complimenti al creativo dell’azienda vinicola che gioca furbescamente con Bella Ciao riducendo la Resistenza ad una sorta di bevanda che si adatta a tutte le portate.

In fondo cosa è stata la Resistenza? Una scampagnata, un picnic chic sulle colline astigiane  e langarole. Basti ascoltare la canzone Paralup scritta da quel gitante buongustaio di Nuto Revelli:

Quand ca j eru  a Paralup i dürmiu suta i cup e sensa paja
A fasiu  tirè i cinghin, a s’fasiu  j tajarin cun ël tritolo
E  Albèrt per risparmiè a fasia finda mangè l’pan ‘d merda

Sì qualcuno è morto, vabbè sarà stata un’indigestione di bolle di piombo. Capita.

Chissà Beppe Fenoglio scrittore e partigiano che lavorava per un’azienda vinicola cosa ne avrebbe pensato.

Il 25 Aprile e la scatola delle scarpe

 

Un giorno con un amico, ridevamo tra noi mentre andavamo in bici, e ci ha fermati un soldato: “ ma cosa avete da ridere?” E il mio amico che rideva più di me l’hanno portato in caserma. Il padre quando l’ha saputo è andato a tirarlo fuori, ma io poi non sono più andato a Torino. Quando avevo 17 anni e mezzo mi è arrivata la cartolina e ho detto a mia mamma che non mi presentavo: andavo in montagna.

Giovanni Tonello lo avevo conosciuto qualche anno fa quando Raffaele Scassellati mi chiese di andare a prendere un partigiano per portarlo a Cavoretto per le celebrazioni del 25 Aprile.  A Cavoretto Giovanni era con le autorità insieme ad un altro partigiano a rappresentare la storia.

Quando lo riaccompagnai a casa mi chiese di andarlo a trovare perché voleva farmi vedere una scatola che conservava.

Feci passare qualche giorno e poi gli telefonai dicendogli che quella scatola la volevo proprio vedere. 

Era una scatola che aveva contenuto delle scarpe e ora conservava ricordi. 

Una vita di ricordi fatta di tessere e fotografie. Le tessere del PCI e dell’ANPI, le fotografie del Giovanni ciclista nella squadra dell’ANPI, le fotografie del Giovanni partigiano e militante. Delle sfilate al Primo Maggio subito dopo la guerra. 

Ora Giovanni non c’è più e quella scatola non so dove sia, a me è rimasta qualche fotografia e qualche frammento di video che doveva raccontare una storia. Una storia quella di Giovanni che sarebbe un romanzo. Molto popolare. Figlio di mezzadri veneti costretti a trasferirsi in Piemonte durante la guerra per trovare altri padroni,  magari più umani. Giovanissimo lavora da muratore a riparare case e fabbriche bombardate in San Salvario: da Lombardore a Torino, andata e ritorno in bicicletta, di corsa per arrivare prima del coprifuoco e con l’ansia al posto di blocco. La scelta di andare in montagna a “fare il partigiano” tra la Francia e il Piemonte perché non voleva arruolarsi nella brigate della repubblica sociale.

Finita la guerra il lavoro in fabbrica, alle Ferriere. Licenziato perché comunista si improvvisa gelataio ambulante: “ho dovuto smettere, erano più quelli che regalavo ai bambini che non potevano comprarlo di quelli che vendevo”. Infine gestisce un negozio di frutta e verdura alla Falchera. Poi la pensione, quel minimo per tirare avanti e aiutare la sorella.

Una storia quella di Giovanni che è comune a tanti protagonisti “minori” della Resistenza senza i quali non sarebbe stata Storia. Grazie Giovanni per aver aperto quella scatola.

 

 

 

Levio Bottazzi e il CLN della SIP

levioLevio Bottazzi mi ha inviato un secondo racconto legato ai suoi ricordi di giovanissimo partigiano. Il primo, che potete leggere qui, raccontava di Luciano Gruppi. Mi piace, con il suo consenso, condividerlo con chi passa dal mio blog. Grazie Levio!

CONTRIBUTO DELLA RETE TELEFONICA SIP (Soc. Idroelettrica Piemonte) ALLA LIBERAZIONE DI TORINO

6629f53bbc584caa904895babc1a373f-1Con le seguenti note intendo ricordare un aspetto poco conosciuto della liberazione di Torino che ebbi occasione di vivere personalmente (non avevo ancora compiuto 15 anni) in alcune sue fasi. Si tratta del contributo della rete telefonica SIP e di quanto avvenuto in quei giorni nella sua sede di via Bertola 40, compreso il doloroso episodio dell’uccisione del partigiano Gimmy (Guinet Oliver), medaglia d’oro della Resistenza. Ruolo poco conosciuto anche se restano precise testimonianze negli scritti di Massimo Rendina (Max), del comandante Barbato e di Mario Quazza (1), del CLN SIP, che ne descrive dettagliatamente i singoli episodi.

Quazza ricorda che nel pomeriggio del 25/4 si iniziò il montaggio, sul terrazzo del palazzo di Via Bertola 40, della stazione radio “munita di ampia antenna” che, sull’onda di 47 metri, inizialmente trasmise in tedesco (2) tentando di fornire notizie false quali la morte di Hitler e la capitolazione della Germania ed alle nove del mattino del 28/4, come “Qui parla Radio Torino Libertà”,annunciò la liberazione della città. Prosegue poi: nella notte del 26/4 “da parte nemica si ha ormai la certezza della battaglia imminente ed ecco il primo atto: blocco della rete telefonica Stipel… In Torino non si parla più” . Resta, però, la rete Sip con la quale è possibile parlare “sino a Milano e oltre… Bloccate le linee Stipel i nemici …ricorrono alle nostre linee interne.”

A questo proposito Rendina ricorda: “la rete telefonica SIP divenne, nei giorni della Liberazione, la rete dei collegamenti tra i comandi partigiani….Lydia Bongiovanni, segretaria del direttore Pacces ed ex olimpionica del 1932, riceveva ufficiali italiani e tedeschi che dovevano trasmettere messaggi offrendo loro bevande per consentire a noi ragazzi di portare i fonogrammi nel centralino del seminterrato, presidiato dai partigiani.” Tra questi “ragazzi” anche l’estensore di queste note. Con la scusa di portare biancheria di ricambio a mio padre Vezio responsabile, con il nome di battaglia “Barale”, del distaccamento partigiano Arduino (3) operante all’interno della SIP, mi ero trattenuto nel palazzo. Anche Barbato ricorda “L’attacco finale è caratterizzato dalla lotta contro i mezzi corazzati e da enormi difficoltà nei collegamenti. Ma i centralinisti della SIP si mobilitano, i capi cabina si trasformano in staffette e stabiliscono collegamenti rapidi coi reparti operanti.” (4) In questa fase finale della battaglia per liberare Torino Quazza ricorda ancora che il C.L.N. SIP era entrato in contatto con il Capitano Schmidt della Polizia tedesca per una eventuale “tregua d’armi”. “Barbato” su questo episodio scrive:”nel pomeriggio dal CLN della SIP vengo informato che il famigerato capitano Schimdt della Polizia di sicurezza germanica è stato autorizzato dall’ambasciatore Von Rahn a trattare con i reparti partigiani una tregua d’armi. Faccio sapere – e in questo senso si esprime pure il comando del IV settore – che io ho poteri non per trattare delle tregue, ma per combattere. Il capitano Schmidt replica alla comunicazione del CLN minacciando per Torino la fine di Varsavia.”
Quazza prosegue il suo racconto affermando che “inizia così un vertiginoso periodo della durata di 36 ore consecutive in cui non ci è dato un attimo di respiro. Venuto a mancare per le vicende della battaglia il collegamento col Comando Piazza militare regionale piemontese, il C.L.N. S.I.P. si sostituì ad essi per la durata dell’azione per quanto riguardava ordini e comunicazioni alle varie formazioni del Piemonte. I Comandi partigiani periferici privi di notizie dirette attingevano notizie e richiedevano ordini al centralino S.I.P., come se questo fosse la voce del C.M.R.P..
D’altra parte, chiarire questo equivoco ai vari comandi partigiani che domandavano una linea di condotta anche in casi particolarmente gravi nei quali la prontezza della risoluzione era assolutamente necessaria, avrebbe avuto la conseguenza di disunire l’azione e ingenerare sfiducia.”
Per queste ragioni si trasferirono nel palazzo S.I.P. il comando della VIII zona, quello del IV settore ed una sezione del tribunale del popolo e la prima commissione alleata, che giunse a Torino alle ore 14,40 del 30 aprile, si diresse subito verso questa zona
Il contributo della rete telefonica SIP e di quanto avvenuto nel Palazzo di via Bertola 40 è assente in quasi tutte le ricostruzioni della liberazione di Torino, salvo quanto scritto da Barbato, Rendina e Quazza perché direttamente coinvolti assieme al CLN SIP. Probabilmente può aver influito la decisione, riportata da Quazza, di non aver voluto informare i vari comandi dell’interruzione dei collegamenti con il Comando Piazza causa gli attacchi allo stabilimento Lancia.
Purtroppo il movimento di armati e di truppe alleate richiamò nell’area di via Bertola molti cecchini e questo provocò la morte del Vice-Comandante della 48° Brigata Garibaldi “Gimmy”, il francese Guinet Oliver, medaglia d’oro della Resistenza.
Il giorno 30 “Gimmy” ci chiese una foto (vedi) da portare in Francia che lo riprendesse di fronte al palazzo S.I.P. che aveva contribuito a difendere.
Poco dopo, sentimmo alcuni spari provenienti dalle soffitte di un vecchio palazzo di via Stampatori angolo via Bertola e lui, armato come si vede nella foto allegata, dopo avermi ordinato di rientrare nel palazzo, iniziò la caccia al cecchino, ma venne colpito.
Lo trascinammo rapidamente all’interno del palazzo, ma ormai era morto. Era nato a Soulac-Sur-Mer (Gironde) il 01/01/1920 e si era unito ai partigiani nel 1944 dopo essere fuggito dalla prigionia in Germania.
Oggi proprio sulla parete dell’edificio che si vede nella sua ultima foto, in via Bertola angolo via Stampatori, è murata la lapide che ricorda il suo sacrificio.
Il cecchino venne arrestato poco dopo, processato in via Bertola e fucilato. Se ben ricordo era un cameriere del bar della stazione di Porta Nuova che aveva chiesto numerosi permessi per assentarsi dal posto di lavoro in coincidenza con le diverse azioni di cecchinaggio.
L’importante ruolo assunto dal Palazzo SIP di via Bertola 40 nei giorni della liberazione della Città è confermata dal fatto che non solo, come già accennato, la prima Commissione Alleata giunta a Torino il 30 aprile si recò subito in quella sede, ma anche quando qualche settimana dopo una prima Delegazione Militare Sovietica visitò la Città, venne organizzato una sorta di “saluto alla popolazione” proprio dal terrazzo di quel Palazzo con molti cittadini presenti nei giardini La Marmora. (5), nella stessa area ove, qualche giorno prima, avevamo fotografato Gimmy.

Torino 25 aprile 2019 Levio Bottazzi

Note bibliografiche
1 – Mario Quazza “Storia di un centro di collegamento” in “25 Aprile” ristampa anastatica
del 1985 a cura ANPI Torino – pag. 59 – 65
2 – Trasmissioni in tedesco effettuate da Leyda Bottazzi, allora impiegata al Museo del
Risorgimento, ed inserita nel distaccamento Arduino per la collaborazione fornita nelle
fasi della liberazione di Torino.
3 – La formazione “Arduino” era un distaccamento della 32° Brigata “Mingione”- F. Ferro nel suo
“I nostri Sappisti nella Liberazione di Torino” Ed. SAN – Torino a pag. 107 ricorda: “anche alla SIP
un nostro gruppo di sappisti, al comando del compagno Bottazzi, rintuzza ogni tentativo nemico di
compiere sensibili distruzioni.”
4 – “Barbato” “La liberazione di Torino” in “Rivista Municipale” Torino aprile 1955 p.39
5 – episodio ricordatomi da Gisella Giambone, figlia della Medaglia d’Oro Eusebio, che
allora, giovanissima, svolse il ruolo di interprete dal francese per la delegazione Sovietica.

Senza titolo

Guinet Oliver – “Gimmy” – Medaglia d’oro della Resistenza
Sullo sfondo il Palazzo SIP di via Bertola 40.
La foto fu scatta pochi minuti prima che un cecchino uccida “Gimmy”. Sul lato destro della foto si intravede la “garitta” posta allora nel giardino La Marmora a protezione dell’uscita di sicurezza del rifugio antiaereo esistente nei sotterranei del palazzo e utilizzata dalle SAP nelle fasi della Liberazione.

Ovidio e il giovanissimo partigiano

levio bottazziAl Polo del Novecento prima che iniziasse l’evento che annunciava l’apertura della sezione centro dell’ANPI dedicata ad Eusebio Giambone, mi hanno dato uno foglio A4 dove Levio Bottazzi racconta un episodio della sua vita durante la resistenza. Levio, che non aveva ancora quindici anni quando fu fermato a casa di Luciano Gruppi e portato in via Asti, racconta l’episodio in occasione del bimillenario dalla morte di Ovidio, Ovidio che lo salvò dal carcere, dalle torture e da una probabile fucilazione.
E’ una storia, forse minima perché non finì in tragedia, ma è una storia importante, significativa, di coraggio e gioventù. Una storia che se con la cultura non si mangia a volte ti salva la vita. Una storia che mi fa piacere riportare qui.

Su memoro.org trovate le testimonianze di Levio Bottazzi


Ovidio e il mio arresto in via Asti nel gennaio 1945

In occasione delle celebrazioni del bimillenario della morte di Ovidio ritengo opportuno ricordare il grande poeta latino per il contributo che due versi del terzo libro del suo “Tristia” ha fornito nel favorire il mio rilascio dopo un arresto e relativo interrogatorio nella caserma di Via Asti nel gennaio 1945. Versi che non dimenticherò mai.

“Frigora iam Zephyri minuunt; annoque peracto
 longior antiquis visa Maeotis hiems” (1)

Da oltre un anno mi recavo, saltuariamente, in un alloggio di Corso Vittorio Emanuele angolo via Parini ove viveva, in clandestinità, Luciano Gruppi.

Questo per prelevare volantini di propaganda o portare dispense per corsi di formazione, credo per il Fronte della Gioventù, che battevo a macchina in casa. Nelle vacanze di Natale avevo dattiloscritto copie del “Materialismo storico e dialettico” di Stalin.

Il materiale, a volte, veniva custodito all’interno di confezioni di carta fotosensibile AGFA che riportavano con molta evidenza ed in lingua tedesca la raccomandazione di aprire esclusivamente in camera oscura. Confezioni procurate dal titolare della Pathè Babi, signor Sesia con negozio in via Volta sperando così, in caso di un fermo, di avere una probabilità in più per evitare di essere scoperti.

Una mattina dell’inizio gennaio ‘45 mi recai a prelevare del materiale, mi aprì la porta un militare con pistola in pugno, Gruppi era stato arrestato la notte prima. Due agenti in borghese mi portarono immediatamente in via Asti.

Dopo avermi fatto girare per vari corridori dell’edificio principale della caserma strattonandomi con vigore e facendomi anche vedere alcuni interrogatori ove venivano malmenate alcune persone mi portarono dal tenente Iannelli.

Avevo con me la cartella con alcuni libri di latino che utilizzavo frequentando la terza media e che dovevano servire, come concordato con Gruppi, a giustificare la mia presenza come dovuta a ripetizioni di latino.

Spiegai questo al Iannelli che, aprendo un libro, si trovò due stelle alpine che utilizzavo come segnalibro alla pagina ove si spiegava la metrica latina utilizzando versi di Ovidio.

Probabilmente per verificare l’esattezza della mia versione mi chiese di spiegare cosa conteneva quella pagina ed a memoria citai i versi di Ovidio ripetendoli anche con la cadenza metrica.

Grottescamente la prima parte dell’interrogatorio fu così dedicata alla lingua latina, alla sua importanza e necessità di essere mantenuta viva per caratterizzare la storia di noi italiani, quasi che, pensai giorni dopo, il Iannelli volesse distinguerla da quella dei “teutonici”.

Seguì poi la parte vera e propria dell’interrogatorio riguardante il perché conoscevo Gruppi, cosa sapevo di lui, se conoscevo l’eventuale sua azione politica al chè risposi che l’avevamo casualmente incontrato al Caffè Platti una domenica pomeriggio e che si era offerto, come neo laureato in filosofia, a fornirmi ripetizioni.

Terminato l’interrogatorio Iannelli si prese una stella alpina e ordinò che fossi riaccompagnato a casa.

Questo mi preoccupò molto perchè avevamo in casa alcune macchine da scrivere “Invicta” sequestrate in fabbrica nei giorni di Natale e destinate, credo, al CMRP (Comando Militare Regionale Piemontese) ed alle formazioni partigiane.

Era ormai pomeriggio e spiegai allora che in casa non vi era nessuno mentre mio padre si trovava al lavoro presso il Laboratorio Contatori SIP di via Arsenale 19, in un’area presidiata dalle Brigate Nere con posto di blocco per difendere l’Arsenale e gli uffici EIAR di via Arsenale 21.

Così avvenne e, incontrando mio padre, prevenni i due agenti dicendo di essere stato fermato a casa del “professor Gruppi”.

L’avventura finì così nel migliore dei modi consentendo di informare immediatamente il CLN dell’arrestro di Gruppi bloccando così ogni frequentazione di quell’alloggio compresa una riunione del CLN Centro prevista due giorni dopo.

Ricordo che Gruppi, appena uscito dalle carceri “Nuove”, venne immediatamente e trovarci in Via Vincenzo Vela 36 raccontandoci che vedeva casa nostra, dove spesso veniva a cena durante la clandestinità, dalla sua cella.

Avendogli io raccontato l’episodio del mio fermo, capì solo allora perché non avessero arrestato nessuno nel suo alloggio alleggerendo così la sua posizione di imputato.

Levio Bottazzi

Torino 12/1/2019

(1) "Già gli zefiri riduconono i freddi
trascorso un anno l'inverno meotico mi è sembrato
più lungo degli antichi (di quelli passati)"

La signora e “l’occupazione” della caserma

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Aggiungo un aggiornamento che modifica in parte quanto scritto sotto.

La situazione non è così “pacifica”, in realtà ci sarebbe un esposto da parte di Cassa Depositi e Prestiti. Le chiavi non sono state date. Resta però la signora e gli altri che son contenti di visitare la caserma e il lavoro di cura del luogo. Direi però che si potrebbe cambiare la serratura e  fare una tregua fino al Primo Maggio.

“Io abito qui vicino, ma non ci ero mai entrata. Sono contenta che abbiano aperto la caserma, che si possa entrare e visitare questo luogo di sofferenza”. Ci dice una signora anziana che è tornata indietro con la memoria e ci ha raccontato il suo vissuto, la sua adolescenza a Siracusa, i bombardamenti, i rifugi, i soldati neri e la cioccolata. Poi un ragazzo che “occupa” le ha offerto una sedia perché potesse riposarsi un po’. Uno di quei ragazzi che avrebbero occupato la caserma, dico avrebbero perché a leggere occupare si pensa ad azioni violente, contro la proprietà pubblica e privata. Non è proprio così. E per capire bene cosa sia questa “occupazione” di via Asti ci sono andato questa mattina insieme a Raffaele Scassellati, il Presidente dell’ANPI della Otto. Raffaele Scassellati che quel luogo lo conosce molto bene.

Il racconto è questo. I volontari di Terra del Fuoco hanno telefonato a Cassa Depositi e Prestiti, la proprietà dell’immobile, e han detto loro che avrebbero “occupato per occuparsi” della caserma, in questo periodo di celebrazioni della Resistenza. Fate pure, la risposta. Poi è passata la Digos. Tutto ok. Poi ha telefonato il sindaco. Mi raccomando, non esagerate. O qualcosa del genere. La panda della sicurezza, gira per il piazzale e si ferma a chiacchierare. E adesso gli “occupanti” hanno le chiavi. L’intenzione è restarci fino al Primo Maggio o giù di lì.

Intanto han fatto un po’ di pulizia, han dipinto dei murales. Belli. Han portato dei fiori.

E tengono aperto in modo che la cittadinanza possa entrare, per capire e ricordare, per sapere. Una lezione di storia a porte aperte.

Tutto qui. Da parte mia, grazie. Ci vediamo questa sera alla fiaccolata.