Augusto Montaruli

Sono NOI

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Scusate se ci ritorno, ma la giornata di ieri che ha visto i musulmani in chiesa avrebbe potuto essere raccontata diversamente. Almeno per quanto riguarda San Salvario. Ma credo valga anche per altri luoghi della città.
Dal racconto giornalistico appare un caso isolato, un evento (l’incontro tra due fedi) spinto dall’emotività degli atti di terrore.
Non è così. Ho partecipato insieme ad altri, a molti altri, ad iniziative, eventi, feste, momenti religiosi da almeno 6 anni a questa parte. Ho centinaia di fotografie che lo dimostrano. In Moschea ci sono entrato molte volte, la prima per fotografare la realizzazione di un film. Ed era quella femminile, al primo piano in via Saluzzo. Ho giocato con i bambini della Moschea, li ho fotografati. Quando ci passo davanti, e ci passo spesso, c’è sempre qualcuno da salutare o da abbracciare.
Loro. Smettiamola di chiamarli “loro”. Sono NOI. Sono parte della cittadinanza.

Perché è così, se ne facciano una ragione i seminatori di odio. E se è così lo dobbiamo a chi in questi anni ha lavorato perché siano NOI. Lo dobbiamo alle istituzioni laiche (l’assessorato di Ilda, l’ANPI di Raffaele, la Casa del Quartiere, le associazioni, le persone, agli splendidi giovani musulmani), lo dobbiamo alle comunità religiose (valdesi, cattolici, ebrei e ovviamente musulmani). Lo dobbiamo alle persone, ai cittadini di questo splendido quartiere.

Lo scrivo non perché ci dicano bravi, lo scrivo perché si fa così. Perché è così. Perché raccontarlo è un dovere. Perché raccontarlo sia di esempio per farci stare meglio. Tutti.
ps: ieri non sono riuscito ad andare alla funzione religiosa in San Pietro Paolo, ci ero andato lo scorso Natale, alla messa di mezzanotte quando era ospite di don Mauro, Walid Dannawi, vicepresidente dell’Associazione Culturale Islamica San Salvario. Per ribadire ancora non è da ieri.

Da Sarajevo a San Salvario

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Di Sarajevo si diceva che è «Una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera. È raro. Un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo.» (Predrag Matvejević scrittore e accademico croato).

Non è proprio così, c’è un’altra parte del mondo dove questo accade. A Torino, e a esser precisi in quartiere di Torino, quello dove vivo: San Salvario. La fotografia che vedete ne è la testimonianza. Ariel Di Porto (rabbino capo della Comunità Ebraica), Maria Bonafede (pastora della Chiesa Valdese), Beppe Segre (presidente della Comunità Ebraica), Ibrahim Abou Ismail (Moschea di via Saluzzo), Don Mauro Merola (parrocchia Santi Pietro e Paolo) con Raffaele Scassellati (ANPI) in una foto di gruppo prima del momento conclusivo della Festa delle Cittadinanza. Una fotografia che ha un valore enorme considerato ciò che succede nel mondo. Una fotografia che testimonia il dialogo e la collaborazione tra realtà religiose, etniche e sociali. Io non so se esista da un’altra parte del mondo una fotografia così, di certo qui è possibile scattarla quella foto.

Io non so nemmeno da dove partire, come fare e con chi farlo, ma sono convinto che questo quartiere che è parte di una città e di un paese che “ha quattro luoghi di preghiera. È raro. Un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro” dovrebbe candidarsi a patrimonio dell’umanità. Non per avere un riconoscimento, direi per essere riconosciuti e perché diventi possibile in altre parti del mondo.

Chi sa da dove partire, come fare e con chi farlo sappia che avrà tutto il mio appoggio. Facciamolo.