Augusto Montaruli

Pensieri di inizio anno

Auguri Presidente Cirio

Il presidente della Regione Piemonte le vacanze le ha trascorse in Kenia, ecco i suoi auguri:

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Quest’anno gli auguri di buon anno voglio farveli così, con la piccola Melody, una bimba bellissima curata ed amata nell’ospedale pediatrico di North Kinangop nel cuore del Kenya, grazie al lavoro di tanti volontari Italiani. Melody non ha nulla, ma sorride. E sorride anche la sua mamma. Sorridono alla vita.
Che sia un 2026 sereno e di gioia in cui proviamo tutti a sorridere un po’ di più per ciò che conta davvero.

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Bellissimo ciò che ha scritto Presidente, ma lei ricorderà quel detto: ciò che conta davvero è la salute, quando c’è la salute c’è tutto. Ma lei questo lo capisce evidentemente solo altrove, qua la salute è un terno al lotto. C’è chi rinuncia a curarsi. Allora si dia da fare affinché sia un 2026 sereno e di gioia in cui proviamo tutti a sorridere un po’ di più per ciò che conta davvero. Ma non ci spero e andrà a finire che sarà il presidente del Kenia a venire a trovarci.


I cani sono cani

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A qualcuno sfugge che i cani sono cani. I gatti sono gatti. I pappagalli sono pappagalli… Se li trattiamo da umani si offendono. Si sentono presi per i fondelli. Anche se regaliamo loro il calendario dell’avvento.

Ma forse siamo noi umani che ci prendiamo per i fondelli. Nel caso un cane si avventasse su chi glielo regala, il calendario dell’avvento, non venite a lamentarvi. Umano avvisato…

 


 

L’album delle figurine

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Ti svegli al mattino e la prima  notizia che leggi è Trump che bombarda il Venezuela e arresta il suo presidente. Complicato poi dire a Putin di non bombardare l’Ucraina. Anzi, viene il sospetto che faccia parte di un piano: tu fai quello che cacchio vuoi in Ucraina e tu lasciami fare in Venezuela. La Cina adesso si sentirà autorizzata a bombardare Formosa. L’Africa se la giocano ai dadi. La Palestina? Hanno aspettato duemila anni possono attendere ancora.

A ciascuno il suo album della figurine.

E pensare che a noi bastava quella di Pizzaballa per completare l’album delle figurine. Pizzaballa come il Sol dell’Avvenire che è tramontato senza che ce ne accorgessimo. 

Ps: La Palestina? Hanno aspettato duemila anni possono attendere ancora. Come Pizzaballa. Portiere o cardinale è uguale.

A prescindere Buon Anno

 

 

Se io fossi

Un bel po’ di anni fa chiesi ad un mio caro amico se si sentisse più di sinistra o più ebreo. 

Mi guardò sorridendomi pensando forse che la domanda era inopportuna o forse stupida, e forse lo era. Ma mi rispose così:

Sai siamo sui 30/35 mila in Italia e nel mondo pochissimi. Non posso definirmi un credente ma celebro tutte le feste ebraiche. E’ un modo per appartenere a quei 30/35 mila.

In tutto il mondo, fonte Gad Lerner, gli ebrei sono sui 18 milioni.

Mi vergognai un po’ per quella domanda che certamente non gli rifarei adesso sapendo la sua sofferenza per ciò che sta succedendo laggiù.

L’avessi fatta ad un palestinese penso mi avrebbe dato la stessa risposta, con un grado di sofferenza legato al dramma di quel popolo. E forse alla mancanza di speranza.

I palestinesi sono sui 12 milioni (fonte ambasciata palestinese in Italia), la metà tra Gaza e Cisgiordania, gli altri in Giordania Israele e Libano.

Ma la domanda, se io fossi, dovremmo farcela tutti e tutte a noi stessi perchè non riusciamo ad essere più uomini e donne che hanno gli stessi ideali e le stesse speranze. Anzi moltissimi ideali e speranze li hanno persi del tutto. 

Se provassimo a ritrovarle quelle speranze e quegli ideali farebbe bene ai miei amici ebrei o palestinesi (e russi ucraini sudanesi…) e a noi naturalmente. 

Post nostalgico, velleitario… boh forse. Certo non tifoso, ma almeno a San Silvestro lasciatemelo fare.

Buon anno!

 

Una bella guida per turisti però

Ho visto Una notte a Torino di Alberto Angela su RaiPlay, evitando così le interruzioni della pubblicità,  spinto dall’essere torinese e dalla curiosità.

Il lavoro di Angela lo definirei una bella guida turistica per i non torinesi con qualche manchevolezza e qualche presenza di troppo. 

Un accenno allo Statuto Albertino lo avrei fatto, sarebbe stata l’occasione per almeno accennare alla comunità valdese e a quella ebraica e cosa queste realtà hanno significato e significano per Torino. E anche come collaborano ora con cattolici, islamici e società civile. Oppure, e pochi lo sanno, che lo Statuto Albertino conteneva una tassa patrimoniale, forse l’unica mai promulgata in questo paese.  

E mancava Porta Palazzo. E mancavano le piole. E mancava Terra Madre. E mancava Gualino…

Però c’era Litizzetto che è sempre uguale a se stessa e passa dalla bagna cauda ai santi sociali con la stessa espressione. Avrei preferito Gambarotta.

Detto questo va bin parej come si dice qui. Se queste due ore e passa ci porteranno più turisti va benissimo. Starà poi a noi torinesi raccontare quello che in Una notte a Torino mancava. 

E quello che mancava lo si dovrebbe raccontare soprattutto ai torinesi.

Io credo serva un racconto di questa città rivolto ai torinesi perchè ritrovino l’orgoglio di esserlo torinesi e soprattutto cosa ha voluto dire essere torinesi. Perchè i torinesi comprendano, comprendiamo, che la storia di questa città è una storia di tutti, costruita anno dopo anno dai suoi abitanti. Anche dal coraggio dei suoi abitanti, il nonno di Alberto Angela era uno dei coraggiosi.

Serve raccontare la Torino che è mix culturale e di origini (Torino è sicuramente la città più grande della Puglia). Torino è la città della Resistenza prima durante e dopo il fascismo. Torino è la città dove convivono religioni diverse (c’è un quartiere che altrove chiamano la Piccola Gerusalemme). Torino è la città dove giovani operai venuti dal sud sono poi diventati classe dirigente. Torino è la città di Calvino, Pavese, Levi, Ginzburg, Gramsci…

Torino è la città della Storia e delle Storie. 

Storia (e Storie) che continuerà se chi abita questa città ritroverà la consapevolezza e l’orgoglio di farne parte. E la città sarebbe più pulita, più partecipata, più gente andrà a votare.

Pensate che bellezza un museo, anche virtuale, che attraverso le storie e i ricordi dei torinesi racconti la città. Cioè noi.

La storia siamo noi diceva la canzone.

L’obiettivo è Torino

Un indizio è un indizio, due una coincidenza, ma tre sono una prova. Lo affermava Agatha Christie. 

Non c’è bisogno però del terzo indizio, che certamente arriverà, per capire che l’obiettivo di Giorgia Meloni e soci è la conquista di Torino.

Dopo il caso imam ecco il caso Askatasuna, entrambi con lo scopo di spianare la strada al loro candidato sindaco.

Usano armi di distrazione di massa indicando nemici al popolo mentre il popolo fatica ad arrivare a fine mese, non riesce a curarsi e vede allontanarsi ogni anno l’età pensionabile. 

Tutta colpa dell’imam e di Askatasuna. 

E’ in questo gioco hanno anche l’appoggio di utili idioti che stanno in sala rossa a fare i puri e non vedono l’ora di tornare a fare le giunte on line (solo una volta però).

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Quando la paura diventa odio

Grazie Roberto per averlo scritto, ma soprattutto per aver sopportato la lettura di quei commenti.  Perchè vedi caro Roberto questi son tempi brutti, ma brutti davvero e non si sa da dove occorre ripartire.
Che dici cantiamo Lucio Dalla tutti insieme
Vedi, caro amico, cosa si deve inventare
Per poter riderci sopraPer continuare a sperare

Ma è difficile inventare, riderci sopra non se ne parla… continuare a sperare? Proviamo a resistere almeno un po’…
 
Testo, sofferto, ma utilissimo ed efficace, di Roberto Arnaudo. Leggetelo.
 
Quando la paura diventa odio: riflessioni (lunghe, lo so) sui commenti a una mobilitazione per Mohamed Shahin
 
“Io mi mobiliterei per allontanarlo il più possibile”
“Basta islamofobi! Scopriamo insieme i preziosi doni dell’islam: pedofilia, stupri, decapitazioni, mutilazione genitale femminile, omicidi in strada, schiavitù, esecuzioni, rapimenti”. “Che brutta persona, basta guardarlo in faccia e osservare il suo atteggiamento per capire che è colpevole!”.
“Una mattina mi son svegliato e ho aiutato lo sgozzator, o laici, ciao laici, da oggi mi sottometto all’islam”.
“Povera Italia, i vostri nonni a vedervi stanno piangendo. Che futuro che state regalando alle vostre donne e ai vostri figli”.
“Remigrazione subito”
“Fate l’occhiolino a questi sciagurati pensando di acquisire consenso politico quando loro istituiranno i loro movimenti e partiti politici e imporranno le proprie leggi, regole e cultura! E sarà la fine!”
“Fuori dall’Italia subito”
“A casa sua si troverà benissimo”
“Perché non vanno a predicare a casa loro”
“No via subito, spero che diluvi quel giorno”
“Ho sempre detto che quelli neanche fra 100 anni si integrano coi nostri usi e costumi, loro vogliono che noi diventiamo stupidi come loro”
“Libero di tornarsene a casa sua”
“Il diritto fondamentale è il rispetto della casa che ti accoglie”
“Fuori dall’Italia questi ingrati”
“A casa il mao mao”
“Invece di pensare all’Italia, pensate a questi trogloditi che al vostro paese vi farebbero fuori subito perché infedeli”
“Via anche quelli che vanno a manifestare”
“Si però libero di andare affancu…”
“Fuori dal loro paese, non ci interessa la loro cultura malata”
“Deficienti vi legate il cappio da soli”
“Basta con questi nazi-comunisti radical chic che dimenticano le battaglie della sinistra”.
“Io ho i soldi per il biglietto”
“Ancora qui sta questo individuo?”
“Sempre contro l’Italia e gli italiani”
“Fuori subito questo maiale”
“Tutti sti buonisti del cazzo non hanno ancora capito che vogliono cambiare la religione cristiana con l’islam!”
“Prima si difendevano le persone per bene, ora i criminali”
“Fuori insieme a tutte le associazioni che lo sostengono”
“Ma andate a lavorare!”
“Mobilitatevi per i bimbi che vengono abbandonati dalle loro famiglie, questo tizio nel suo paese rischia una pena esemplare perché non è uno stinco di santo”
“Si si, libero su una barchetta in mezzo al mare, fuori dalle balle!”
 
Questi sono solo alcuni tra i tantissimi commenti apparsi sotto un post di Arci Firenze che pubblicizzava un’iniziativa di solidarietà per Mohamed Shahin, l’imam della moschea di San Salvario arrestato e trasferito al CPR con decreto di espulsione.
Tantissimi commenti. Un fiume di rabbia razzista. Una ansia sorda e ottusa di perdita della propria identità. Un coro urlante di persone in fondo sole e impaurite.
E’ un quadro allarmante: l’islamofobia non più un fenomeno marginale, ma una narrazione diffusa che mescola tutto in un unico calderone indistinto. Il caso specifico di Mohamed Shahin scompare, inghiottito da una rappresentazione dell’islam come mondo univoco di “sgozzatori e violentatori”. La criminalità, il terrorismo, presunte minacce culturali: tutto viene proiettato su una singola persona e, per estensione, su un’intera comunità.
I peggiori pregiudizi si susseguono uno dopo l’altro, alimentando una narrativa apocalittica: “loro” vogliono imporci le loro leggi, “loro” non si integreranno mai, “loro” stanno cambiando il nostro paese. La paura dell’invasione, della sostituzione culturale, della perdita delle proprie radici si trasforma in disprezzo e richiesta di esclusione.
Da dove viene tutta questa rabbia? Mi verrebbe da rispondergli usando i loro stessi argomenti: “ma è l’invasione islamica il vero i problema dell’Italia? Non le povertà, non i bassi salari e pensioni, non la stagnazione economica, non l’inefficienza della sanità pubblica, non il costo delle abitazioni o il funzionamento dei mezzi di traporto pubblici, eccetera, eccetera?” e anche “ma lo sai che Mohamed si impegnava insieme a servizi pubblici, associazioni e forze dell’ordine per il contrasto allo spaccio e alla devianza? E come mai lui è stato arrestato, mentre gli spacciatori continuano a girare liberi sotto le nostre case?”
Ma quello che mi getta nella tristezza più profonda è la sensazione che questi commentatori intercettino paure e chiusure molto più diffuse. Paure reali, manipolate e amplificate, ma che esistono, arrivano dal profondo e attraversano ampie fasce della popolazione.
Certo, si può bollare tutto come razzismo, fascismo, ignoranza, perché certamente è così: la violenza verbale, la disinformazione e l’ignoranza sono troppo evidenti. Ma fermarsi qui sarebbe troppo facile e forse controproducente.
Mi chiedo che fare per reagire o anche solo lenire il vuoto depressivo che mi produce la lettura di queste commenti? Costruire un “noi contro loro”, radicalizzarci in posizioni altrettanto estremistiche? O chiuderci nelle nostre “bolle” relazionali, inutilmente autoreferenziali? Manifestare la nostra rabbia? Sarebbe comprensibile, forse anche inevitabile in certi momenti. Ma a che serve concretamente?
Dobbiamo forse provare a fare con più forza un altro lavoro: quotidiano, diffuso, dentro le nostre vite e relazioni personali e professionali, nelle strade, scuole, uffici. Un lavoro che mostri, nella pratica, come la convivenza sia possibile e soprattutto necessaria. Una ostinata volontà di dialogo reale, anche con chi non ci piace. Che non neghi i conflitti e le contraddizioni, ma che provi a farne qualcosa di meno malato
Perché questa roba qui – l’odio, la chiusura, la paura trasformata in disprezzo che tanto ricorda il nazismo e la shoah – non ci porterà niente di buono. Niente di buono per noi, per le nostre libertà costituzionali, per il futuro che vogliamo costruire. Niente di buono neanche per quelli che invocano la remigrazione.
La domanda rimane aperta: quale società vogliamo essere? Una che espelle chi non ci piace, che costruisce capri espiatori, che si chiude nella paura? O una che sa difendere principi di libertà e convivenza anche quando è difficile, anche quando richiede di confrontarsi con posizioni che non condividiamo?

L’ultimo taglio

Nico, che sarebbe Nicola e di cognome Bellacicco, ha appeso forbici e pettine al chiodo. Non sventolerà più come un torero andaluso, che la sua Puglia è più o meno uguale, quella specie di lenzuolo che raccoglie peli e capelli. 

Niente più rito per lui e per noi. Dall’ingresso all’uscita di quello che una volta si chiamava salone. Le sedie in fila e le chiacchiere di sport, politica e “altro” non ci sono ormai più da tempo. Forse al sud qualcosa c’è ancora di quel rito.

Ma da Nico, che sarebbe Nicola e di cognome Bellacicco, nonostante la prenotazione il rito c’era ancora. La chiacchiera eccome, l’argomento spesso lo sceglieva lui e se tu ne introducevi un altro…”vabbè vabbè” e continuava nel suo discorso. Non potevi o dovevi interromperlo.

Lui ti parlava dell’ultimo libro letto, tra i tantissimi che leggeva; del film appena visto, tra i tantissimi che vedeva; dell’ultima mostra, tra le tantissime che visitava. E con la dovuta discrezione di un medico chirurgo di un cliente particolare o noto. Senza fare nomi e cognomi.

Nico è quello del punctus. Succede che lui ti presta un libro di Roland Barthes e ti spiega, ti insegna meglio, che dopo aver scattato una fotografia ti accorgi che la cosa più importante è ciò che non inquadravi. Un soggetto nascosto o in secondo piano che ti appare in camera oscura o sullo schermo del computer.

Ti appare se te ne accorgi ovviamente.

Ecco il punctus. Nico mi ha insegnato a soffermarmi, a riflettere, ad osservare e, soprattutto, ad ascoltare gli altri. 

Grazie Nico per il punctus, le chiacchierate e per essere stato il tuo ultimo cliente…. E senza farmi pagare per giunta.

Ci vediamo al bar e altrove. Un abbraccio.

La foto che accompagna il post è di Cristiamo