Grazie Roberto per averlo scritto, ma soprattutto per aver sopportato la lettura di quei commenti. Perchè vedi caro Roberto questi son tempi brutti, ma brutti davvero e non si sa da dove occorre ripartire.
Che dici cantiamo Lucio Dalla tutti insieme
Vedi, caro amico, cosa si deve inventare
Per poter riderci sopra
Per continuare a sperare
Ma è difficile inventare, riderci sopra non se ne parla… continuare a sperare? Proviamo a resistere almeno un po’…
Testo, sofferto, ma utilissimo ed efficace, di Roberto Arnaudo. Leggetelo.
Quando la paura diventa odio: riflessioni (lunghe, lo so) sui commenti a una mobilitazione per Mohamed Shahin
“Io mi mobiliterei per allontanarlo il più possibile”
“Basta islamofobi! Scopriamo insieme i preziosi doni dell’islam: pedofilia, stupri, decapitazioni, mutilazione genitale femminile, omicidi in strada, schiavitù, esecuzioni, rapimenti”. “Che brutta persona, basta guardarlo in faccia e osservare il suo atteggiamento per capire che è colpevole!”.
“Una mattina mi son svegliato e ho aiutato lo sgozzator, o laici, ciao laici, da oggi mi sottometto all’islam”.
“Povera Italia, i vostri nonni a vedervi stanno piangendo. Che futuro che state regalando alle vostre donne e ai vostri figli”.
“Remigrazione subito”
“Fate l’occhiolino a questi sciagurati pensando di acquisire consenso politico quando loro istituiranno i loro movimenti e partiti politici e imporranno le proprie leggi, regole e cultura! E sarà la fine!”
“Fuori dall’Italia subito”
“A casa sua si troverà benissimo”
“Perché non vanno a predicare a casa loro”
“No via subito, spero che diluvi quel giorno”
“Ho sempre detto che quelli neanche fra 100 anni si integrano coi nostri usi e costumi, loro vogliono che noi diventiamo stupidi come loro”
“Libero di tornarsene a casa sua”
“Il diritto fondamentale è il rispetto della casa che ti accoglie”
“Fuori dall’Italia questi ingrati”
“A casa il mao mao”
“Invece di pensare all’Italia, pensate a questi trogloditi che al vostro paese vi farebbero fuori subito perché infedeli”
“Via anche quelli che vanno a manifestare”
“Si però libero di andare affancu…”
“Fuori dal loro paese, non ci interessa la loro cultura malata”
“Deficienti vi legate il cappio da soli”
“Basta con questi nazi-comunisti radical chic che dimenticano le battaglie della sinistra”.
“Io ho i soldi per il biglietto”
“Ancora qui sta questo individuo?”
“Sempre contro l’Italia e gli italiani”
“Fuori subito questo maiale”
“Tutti sti buonisti del cazzo non hanno ancora capito che vogliono cambiare la religione cristiana con l’islam!”
“Prima si difendevano le persone per bene, ora i criminali”
“Fuori insieme a tutte le associazioni che lo sostengono”
“Ma andate a lavorare!”
“Mobilitatevi per i bimbi che vengono abbandonati dalle loro famiglie, questo tizio nel suo paese rischia una pena esemplare perché non è uno stinco di santo”
“Si si, libero su una barchetta in mezzo al mare, fuori dalle balle!”
Questi sono solo alcuni tra i tantissimi commenti apparsi sotto un post di Arci Firenze che pubblicizzava un’iniziativa di solidarietà per Mohamed Shahin, l’imam della moschea di San Salvario arrestato e trasferito al CPR con decreto di espulsione.
Tantissimi commenti. Un fiume di rabbia razzista. Una ansia sorda e ottusa di perdita della propria identità. Un coro urlante di persone in fondo sole e impaurite.
E’ un quadro allarmante: l’islamofobia non più un fenomeno marginale, ma una narrazione diffusa che mescola tutto in un unico calderone indistinto. Il caso specifico di Mohamed Shahin scompare, inghiottito da una rappresentazione dell’islam come mondo univoco di “sgozzatori e violentatori”. La criminalità, il terrorismo, presunte minacce culturali: tutto viene proiettato su una singola persona e, per estensione, su un’intera comunità.
I peggiori pregiudizi si susseguono uno dopo l’altro, alimentando una narrativa apocalittica: “loro” vogliono imporci le loro leggi, “loro” non si integreranno mai, “loro” stanno cambiando il nostro paese. La paura dell’invasione, della sostituzione culturale, della perdita delle proprie radici si trasforma in disprezzo e richiesta di esclusione.
Da dove viene tutta questa rabbia? Mi verrebbe da rispondergli usando i loro stessi argomenti: “ma è l’invasione islamica il vero i problema dell’Italia? Non le povertà, non i bassi salari e pensioni, non la stagnazione economica, non l’inefficienza della sanità pubblica, non il costo delle abitazioni o il funzionamento dei mezzi di traporto pubblici, eccetera, eccetera?” e anche “ma lo sai che Mohamed si impegnava insieme a servizi pubblici, associazioni e forze dell’ordine per il contrasto allo spaccio e alla devianza? E come mai lui è stato arrestato, mentre gli spacciatori continuano a girare liberi sotto le nostre case?”
Ma quello che mi getta nella tristezza più profonda è la sensazione che questi commentatori intercettino paure e chiusure molto più diffuse. Paure reali, manipolate e amplificate, ma che esistono, arrivano dal profondo e attraversano ampie fasce della popolazione.
Certo, si può bollare tutto come razzismo, fascismo, ignoranza, perché certamente è così: la violenza verbale, la disinformazione e l’ignoranza sono troppo evidenti. Ma fermarsi qui sarebbe troppo facile e forse controproducente.
Mi chiedo che fare per reagire o anche solo lenire il vuoto depressivo che mi produce la lettura di queste commenti? Costruire un “noi contro loro”, radicalizzarci in posizioni altrettanto estremistiche? O chiuderci nelle nostre “bolle” relazionali, inutilmente autoreferenziali? Manifestare la nostra rabbia? Sarebbe comprensibile, forse anche inevitabile in certi momenti. Ma a che serve concretamente?
Dobbiamo forse provare a fare con più forza un altro lavoro: quotidiano, diffuso, dentro le nostre vite e relazioni personali e professionali, nelle strade, scuole, uffici. Un lavoro che mostri, nella pratica, come la convivenza sia possibile e soprattutto necessaria. Una ostinata volontà di dialogo reale, anche con chi non ci piace. Che non neghi i conflitti e le contraddizioni, ma che provi a farne qualcosa di meno malato
Perché questa roba qui – l’odio, la chiusura, la paura trasformata in disprezzo che tanto ricorda il nazismo e la shoah – non ci porterà niente di buono. Niente di buono per noi, per le nostre libertà costituzionali, per il futuro che vogliamo costruire. Niente di buono neanche per quelli che invocano la remigrazione.
La domanda rimane aperta: quale società vogliamo essere? Una che espelle chi non ci piace, che costruisce capri espiatori, che si chiude nella paura? O una che sa difendere principi di libertà e convivenza anche quando è difficile, anche quando richiede di confrontarsi con posizioni che non condividiamo?