Augusto Montaruli

Il Pero e la Comunità

Comunità (da Treccani)

Il termine viene dal latino communitas, derivato di communis, “che è comune a molti o a tutti, condiviso”. Indica, in senso astratto, l’essere comune, la comunanza e, in particolare, un insieme di persone unite da relazioni o vincoli, che formano un tutto. Strettamente connesso alla presenza di valori condivisi […] la nozione di comunità è oggi utilizzata anche nel senso più limitato di comunità locale o in riferimento a istituzioni particolari nate per scopi definiti, come le comunità terapeutiche, caratterizzate dall’obiettivo di favorire il libero svolgimento delle relazioni interpersonali, riducendo l’incidenza di stratificazioni gerarchiche e di rigidità burocratiche.

Ecco al consigliere coordinatore direi di uscire da una comunità e provare con una, diciamo così, più terapeutica.

Aiuta a non “deperire”.

Tutta la mia solidarietà Noemi Petracin e bravo il PD torinese a coinvolgere la Commissione di Garanzia.

La prossima però volta usate il setaccio prima di candidare qualcuno. Giusto per non cascare poi dal Pero.

Per saperne di più qui

Fossi Vendola

Fossi Nichi (Nicola) Vendola mi candiderei a sindaco di Terlizzi. Altro che regione Puglia.

Terlizzi è la sua città natale nota per i vivai e per le ceramiche. E’ tra Molfetta e Ruvo di Puglia (dove Vendola ha frequentato il liceo Tedone) ad una trentina di chilometri da Bari.

Ricomincio da tre diceva l’attore che ci manca molto. 

Ricominciare da Terlizzi (magari è un tre anche questo) non è male, anzi sarebbe una cosa bella.

Non devi nemmeno prendere il treno o l’auto, esci di casa, due passi e c’è il municipio. E mentre li fai i due passi incontri i tuoi concittadini ti prendi un caffè, un pezzo di focaccia barese, due taralli.  E magari ti scappa l’invito a cena che in Puglia è sempre un pranzo di nozze.

E’ la bellezza della politica, almeno quella che piace a me,

E cosa vuoi di più dalla vita.

Perissinotto e la toponomastica

Caro professor Alessandro Perissinotto, esimio docente universitario di storytelling, sto leggendo con molto interesse e curiosità il suo recentissimo libro (prima edizione maggio 2024) La guerra dei Traversa (Mondadori).

Lei dirà grazie, bene, mi fa piacere. 

Aspetti un momento: le dicevo lo sto leggendo con interesse, ma mancava un però.

Eh sì, perché nel primo capitolo “Sul valore della toponomastica – Torino, 20 marzo 2023” lei scrive del percorso in metropolitana e si chiede passando da piazza 18 dicembre se i passeggeri sappiano cosa successe quel giorno e quale significato abbia per la città. Poi si lancia in considerazioni che farebbero furore nel qualunquismo diffuso dei social network, cito testuale:

“Eppure abbiamo, in comune, un “Ufficio toponomastica” e una “Commissione toponomastica” che succhiano soldi ai cittadini solo per decidere quali nomi di cose, persone, paesi, dire, fare baciare lettera testamento vadano incisi sulle targhe di marmo da porre agli angoli delle strade. Cosa ne facciamo di tutto questo lavoro se quei nomi non ricordano nulla a nessuno?…”
Eccetera, eccetera…

Io non ho capito se questo primo capitolo è una prefazione o un’introduzione: di certo è brutto.

Brutto perché è un pochetto livoroso e non si capisce perché.
Brutto perché magari dovrebbe informarsi sul lavoro della toponomastica. Brutto perché, forse non lo sa, ma anche un comune cittadino o una realtà associativa può chiedere l’intitolazione di un luogo pubblico.
Ed infatti la commissione serve proprio per valutare la proposta.

Ma mi faccia tornare al “se quei nomi non ricordano nessuno”.
Premesso che lei docente di storytelling potrebbe dirci come fare a ricordare quei nomi, le ricordo che in piazza 18 dicembre c’è una lapide molto evidente. E se guarda bene sotto la lapide (prima era a fianco, ma è stato spostato) c’è un QrCode che ti rimanda alla cronaca di quei fatti.

Aggiungo che in alcuni quartieri se butta un occhio, anche due và, alle lapidi dei caduti troverà molti di quei QrCode. 

Quindi caro professore facciamo così: io continuo a leggere il suo libro, lei si faccia un giro tra le lapidi dei caduti per la Resistenza,

Poi se ha qualche idea da suggerire in quanto docente di storytelling ne sarei molto felice.
Pensi che io lo storytelling con un semplice QrCode lo farei per tutte le vie, ci sarebbe molto da imparare, da stupirsi e anche in alcuni casi da indignarsi. 

Però la prego non alimenti il qualunquismo, che ad un docente e scrittore non fa proprio onore.

Proseguo con la lettura del libro. A prescindere.

ps: l’idea di quei Qr Code è della sezione ANPI Nicola Grosa che dopo una mappatura su google map sta curando il progetto. Per saperne di più: anpinicolagrosa.it

Scanzati che è meglio

Cosa fa un giornalista quando legge una “notizia” su un sito “improbabile”? Verifica la fonte, fa una telefonata… insomma fa quelle cose che un giornalista serio dovrebbe fare prima di pubblicare.

Invece no, Andrea Scanzi non lo fa e “accumula” 37.596 commenti e 9.061 condivisioni su una notizia falsa. 

Andrea Scanzi è uno di quelli che ha un’opinione su tutto… anche sulle notizie false.

Ma vuoi mettere la verità a fronte di 9.061 condivisioni?

Ma la cosa davvero ridicola è che Scanzi in un commento riporta un link dove viene smentito fragorosamente il suo post:
“In sintesi, la notizia di un “passaggio di consegne” tra Barbero e Sechi appare infondata e alimentata più da rumor che da prove. I fatti confermano che Sechi ha debuttato con un programma su Rai Storia, ma Barbero non è stato rimosso e non risulta alcuna sostituzione in atto.”

Insomma l’autorevole Scanzi non legge, si limita a leggere le figure come fanno i bambini in età prescolare.

E pensare che scrive sul Fatto Quotidiano. Fatto, boh? Su cosa e di cosa sarebbe carino saperlo.

Siamo messi male e questa non è una bufala.

Per saperne di più

https://www.wired.it/article/mario-sechi-alessandro-barbero-rai-storia-fake-news/

https://www.bufale.net/mario-sechi-ha-sostituito-barbero-per-davvero-a-rai-storia-no/

Per verificare consiglio prima di postare di andare qui: https://www.bufale.net

E comunque avesse chiesto a Google (come dice mio nipote di 5 anni: nonno chiedi a google) avrebbe verificato che il responsabile di Rai Storia è Giuseppe Gianotti. Essendo giornalista avrebbe potuto intervistarlo.

La torre di Babele il primo social della storia

Genesi: 11 – La torre di Babele 

 

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 

Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 

Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». 

l Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 

Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Ecco, sui social siamo messi così. Ed a questo servono, a privarci di riferimenti sociali, politici e culturali. Ad essere un insieme invece di individualità. Ridatemi il Bar Sport, almeno lì un caffè in compagnia lo puoi sempre prendere.

Babele, in ebraico “balal” – letteralmente confondere, creare scompiglio.

Lunga vita all’Ambrosio

Come sapete il cinema Ambrosio è chiuso da un po’. La Stampa ha dedicato due articoli di cronaca e uno di approfondimento culturale e storico sul cinema.

Il primo articolo sembrava uno spiare dal buco della serratura, evito commenti che sarebbero sgradevoli. Un articolo acchiappa like e commenti alla … sui social.

Il secondo, un’intervista che sembrava un interrogatorio in questura. Va bene che Sergio Troiano ha interpretato un commissario, ma qua il questurino era il giornalista.  Un altro articolo acchiappa like e commenti alla … sui social.

Per fortuna è arrivato il contributo di Steve Della Casa che sempre sullo stesso giornale, non tutte le pagine del quotidiano sono uguali, raconta il cinema Ambrosio e cosa significa a Torino la cinematografia.

Ambrosio è la storia del cinema a Torino e in Italia. Cabiria per dirne uno è stato prodotto e girato nella nostra città. 

Pensate che gli americani vennero a Torino per capire come mai le pellicole Ambrosio non si bruciavano durante la proiezione. Facevamo scuola.

Il cinema è anche, oltre Ambrosio, Gualino che si è inventato nel dopoguerra produttore cinematografico realizzando film come I soliti Ignoti, Riso amaro, Divorzio all’italiana e altri.

Pertanto lunga vita al cinema Ambrosio e a Sergio Troiano a cui va anche riconoscenza per aver ospitato gratuitamente proiezioni e dibattiti. Anche un congresso della sezione ANPI Nicola Grosa.

A prorposito di dibattiti, ricordo con piacere quando mostrai a Pierluigi Bersani il “salotto di Cabiria” che Raffaele Scassellati, nipote di Alfredo Gandolfi socio di Ambrosio, donò al cinema. Quella fu anche un’occasione per apprezzare l’uomo Bersani, dopo avergli raccontato quella storia lui mi disse che non conosceva il ruolo che Torino ebbe nella storia del cinema italiano. Altri avrebbero commentato con un “certo, lo sapevo, grande storia”.

Adesso credo che qualcuno debba supportare Sergio Troiano affinché il cinema Ambrosio, insieme ad un pezzo importante della storia della città, possa riaprire. Fossi il sindaco o l’assessore alla cultura lo chiamerei. 

Nel frattempo grazie Sergio per il tuo impegno civile e non demordere.