Augusto Montaruli

Asso di bastoni

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Questa sera mentre ero al riparo dalla grandine si è avvicinato una ragazzo con l’accento napoletano molto marcato e mi ha chiesto una sigaretta.
Gli ho chiesto se fosse di Napoli.
Torre Annunziata, mi ha risposto mostrandomi la carta di indentità facendomi leggere i suoi diciannove anni.
Gli ho detto che gli avrei dato la sigaretta se mi avesse detto la cosa più bella di Napoli.
La gente, mi ha risposto.
Bravo, ecco la sigaretta.
Che fai qua?
Sono appena uscito dal Ferrante Aporti. Spaccio.
E adesso?
Non lo so.
Sei simpatico, hai la faccia intelligente. Non farti fottere.
Io appena so leggere, ho imparato in carcere, che devo fare.
E mi ha fatto vedere uno dei suoi tatuaggi, l’asso di bastone.
Io ero una specie di boss e guadagnavo.
Fatti furbo, la vita è una. Non la bruciare.
E dove vado?

E non sapevo cosa dirgli. l’ho salutato e gli ho ripetuto “sei simpatico, hai la faccia intelligente. Non farti fottere.”
Grazie zio, e se ne è andato.

In via Principe Tommaso, oggi, grandinava.

Torino, 10 agosto 2017, in un via di San Salvario.

Non finisce di succedere (a Cavoretto)

carlo bassiQuesta mattina ho incontrato Carlo Bassi in San Salvario. Carlo è il presidente del Centro di Incontro di Cavoretto, un centro di incontro che ha la bella “anomalia” di avere, unico in città, un’età media di iscritti inferiore ai sessanta anni. Sapevo però che qualcosa di buono stava ancora succedendo lassù (scusate se mi ripeto con il verbo succedere parlando di Cavoretto, ma “succede” e quindi…) e incontrandolo ho chiesto se ci fossero novità.
Lassù succede, mi dice Carlo, che il gruppo di residenti (splendidi!) che si sono stretti intorno al centro di accoglienza richiedenti asilo, con iniziative collaborazioni progetti e altro ancora, si sta iscrivendo al centro di incontro.
L’affrontare una potenziale crisi di una comunità (l’arrivo degli “stranieri”) in un rafforzamento della comunità stessa trasformando ancor di più il centro, solitamente riservato agli anziani che giocano a briscola, in luogo di incontro tra generazioni, idee e bisogni da soddisfare. Un luogo aperto ai ragazzi oltre che ai loro nonni. Dove stare insieme. Dove fare insieme.
L’istituzione ha il dovere di accompagnare l’evoluzione del centro di incontro di Cavoretto dando tutto il supporto necessario e di abbracciare con un sentito grazie Carlo perché lui c’è sempre, perché tenere aperte le porte del centro di incontro era il suo obiettivo. Ci è riuscito.

PS: se sul sito cercate “Cavoretto” potrete leggere i “succede” di cui ho scritto (i venerdì, il pane, i grissini, Adramet..)

Quelle giovani coppie (che han fatto l’Italia)

DSC_6569Quando ero bambino, l’Italia ne aveva un centinaio di anni e mio padre mi raccontava dell’ultima guerra mondiale, del gelo russo, delle sponde del Don e di una ferita che gli consentì di ritornare a casa prima della disfatta. Tornò in una casa che non era proprio casa sua ma casa di una giovane e bella donna che diventò la mia mamma. Perché mio padre, che era pugliese, il periodo più bello della sua vita lo trascorse comandando la difesa dell’isola Gallinara da improbabili attacchi nemici. E fu dalle parti del molo di Alassio che mio papà conobbe mia mamma, amore a prima vista e origini taciute, perché alla mia mamma quelli di laggiù non piacevano e il giovane sergente con i baffi non aveva il coraggio di dirle che arrivava dalle parti di Bari. Ma si sa che il vero successo di un uomo è piacere alla suocera. Infatti, fu la futura nonna a risolvere il problema quando mio padre, non sapendo cosa fare, si confidò con lei e le raccontò il suo dilemma. La nonna consigliò di dirle di essere parmigiano, nel senso di Parma, città appena un po’ a sud. Ci sarebbe stato tempo per dichiarare la verità. E fu così che andò. Prima di sposarsi mio padre disse tutto a mia mamma, e l’amore sconfisse il pregiudizio. Dopo il matrimonio, i giovani sposi cominciarono, a guerra appena finita, un avventuroso viaggio che avrebbe riportato mio padre a sud e mia madre a esplorare un altro mondo.
Ricordo che la mia mamma, che nel frattempo aveva imparato a fare le orecchiette, mi raccontava che al sud usavano l’olio invece del burro e non trovava da comprare il parmigiano. Chissà forse fu proprio la passione per il parmigiano che ispirò mia nonna. 
Io nacqui dopo qualche anno in Liguria, durante una vacanza estiva, ultimo di tre figli e in Puglia, dove noi abitavamo, finalmente arrivò il parmigiano, per la felicità della mia mamma che lo poteva grattugiare sulle orecchiette con il pesto. Un pasto multietnico che vi consiglio.
Riassumendo mio papà era pugliese, la mia mamma ligure, io e i miei fratelli per una metà liguri e per l’altra metà pugliesi. Italiani interi. Come il parmigiano all’estero, appunto. 
La storia di questo paese non è fatta solo di Cavour, Garibaldi e Mazzini, anche mia madre e mio padre han fatto l’unità d’Italia, come tante altre coppie di questo paese, e non saranno dei tristi e blasfemi fazzoletti verdi a smontare ciò che tanti giovani innamorati hanno contribuito a unire.
Oggi, che gli anni sono centocinquanta, quelle giovani coppie andrebbero ricordate.

Leggeteci la metafora, se volete

FullSizeRenderL’altro giorno cercando altro ci è venuta agli occhi una bellissima fotografia che risale a prima della seconda guerra mondiale, 1938 o ’39. Due giovani atleti: uno alla sbarra, in una perfetta verticale; l’altro sotto che lo guarda come ad aiutarlo con lo sguardo nell’esercizio. Quello in alto che vola è il papà di mia moglie, quello alla base che lo cura con lo sguardo è uno dei fratelli Rosenkrantz. Giorgio e Daniele Rosenkrantz noti alpinisti torinesi, entrambi con un fisico possente, inadatto a quello sport, che si erano dedicati alla ginnastica perché quella disciplina sportiva era un ottimo esercizio che aiutava nella scalata alpina. A mio suocero invece quello sport piaceva ed era anche molto bravo, non fosse scoppiata la guerra sarebbe stato tra i selezionati per la squadra italiana alle olimpiadi di Londra, poi annullate a causa del conflitto. Invece della nebbia londinese lo avrebbe aspettato il gelo della steppa, ma questa è un’altra storia che è raccontata qui.
Questa è la storia di una fotografia. Un fotografia che il papà di mia moglie mi aveva raccontato così: “Avrei fatto qualsiasi esercizio, anche nuovo o difficile, ma sotto, alla base, volevo un Rosenkratz. Meglio se tutti e due. Avessi sbagliato, loro mi avrebbero certamente salvato.”
L’altezza, il volo, il coraggio di volare e di osare.
La base, la protezione, la certezza di avere qualcuno su cui contare.
E’ una bella fotografia. Leggeteci la metafora, se volete.

Il mio barbiere, editore del libro che non c’è

nicoA me piacciono i barbieri, quelli all’antica senza fronzoli: giusto tre poltrone al massimo, qualche sedia dove aspettare e il tavolino per i giornali. Quelli dove c’è da aspettare che mentre aspetto ascolto e se il caso m’intrufolo nella conversazione facendo attenzione a non rovinare il flusso del parlare. Anzi per allungarlo ancora un po’. Quelli che anche quando non c’è nessuno entro per chiacchierare. Dal mio barbiere è così.
Dal mio barbiere sul tavolino dei giornali trovi Repubblica, L’Espresso e una rivista di fotografia. Alle pareti un quadro con messicani che fan la siesta e fotografie dove è sempre citato l’autore, perché lui ci tiene. La prima volta ci andai perché sull’insegna il nome era lo stesso del mio vecchio barbiere che era andato in pensione: un nome del sud. “Qui capisco la povertà. – mi dice del suo arrivo a Torino – Sei in due stanze con gabinetto sul ballatoio. In Puglia non sapevo di essere povero.” In Puglia a due passi da Matera, dove basta un gradino per vedere il mare.
Con lui facciamo lunghe chiacchierate su tutto dilungandoci soprattutto sulla fotografia, una passione che condividiamo. Io lo chiamo maestro, mi dice: “leggi! vai alle mostre!”. Mi racconta del punctum e mi presta Roland Barthes. A volte mi regala dei libri speciali perché lui è un editore di libri che non esistono. Il mio barbiere, editore del libro che non c’è, quando una fotografia fa breccia nei suoi pensieri la trasforma in copertina di un libro: inventato il titolo, la casa editrice e l’autore. “Perché le fotografie bisogna leggerle e non guardarle”.
Il mio barbiere è davvero un tipo speciale.

Louis, la rana ed il PD

louis-armstrongIo lo chiamo Louis. Louis Armstrong. Lo ricorda nel fisico, tarchiato con la faccia rotonda, il labbro da trombettista e una bombetta in testa. Arriva dal Ghana (credo) e racconta in modo un po’ confuso di un padre ambasciatore e di un dittatore che lo ha destituito. E a proposito di Armstrong mi racconta di una sua foto con Miles Davis: “la prima volta che vado a Pinerolo la prendo e te la porto”. A Pinerolo? Sta a vedere che Miles Davis faceva il trombettiere nel Nizza Cavalleria.
Questa estate lo incontro in via Belfiore, lo riconosco da lontano per l’andatura e il solito cappello. Ha un braccio fasciato, dal gomito in su. Gli chiedo cosa gli fosse capitato, anche perché la faccia era davvero sofferente e in questi casi, sarà il pregiudizio che non sparisce mai del tutto, viene da pensare al risultato di una rissa o qualcosa del genere. Invece no, la cosa è banalissima e anche divertente. Leggete qua. 

Che ti è capitato?
Una rana!
Una rana?
Sì, una rana!
Una rana che ti ha morso?
Sì una rana che mi ha morso o punto, non so.
Una rana che ti ha morso o punto? Ma punto non credo!
Punto non credo, ma fa male. Sono stato in ospedale due giorni. Il braccio era gonfio gonfio e duro.
Ma scusa, stavi facendo il bagno in uno lago? In uno stagno?
No, no. stavo dormendo.
Sulla riva di un lago?
No (e ride come rideva Louis), a casa nel letto.
Fammi capire, eri a casa, dormivi nel tuo letto e una rana ti ha morso. Da dove arrivava ‘sta rana?
Dal soffitto, forse.
Dal soffitto. Una rana.
Sì. 

Una rana, magari sul lampadario con un kris malese in bocca che si avventa sul letto e zac sul braccio di Louis… Ma non è una rana! Le rane non stanno sul soffitto. Stanno nell’acqua. Non sarà per caso un ragno?
Cos è il ragno?
Spider, quello che fa la tela. 
Sì, sì. La spider.
No la spider è l’automobile sportiva. Spider in inglese, ragno in italiano.
Sì sì ho capito, ragno. Tela. Però senti… Questo PD?
Eh, dimmi, questo PD?
L’altro giorno sono passato dal circolo, era chiuso.
E tu ripassa, oppure chiedi, telefona. Non è mica un negozio.
Sta a vedere che Louis da musicista mi diventa giornalista di Repubblica.