Augusto Montaruli

Un signore di una certa età

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Un personaggio di Enzo Lunari

Tutte le mattine lo incontro. Un signore di una certa età, alto, magro, sempre con una cartella. D’inverno ha il collo avvolto da una grande sciarpa di lana ed il cappello. Attraversa il fiume con la sua utilitaria per arrivare in San Salvario a fare colazione. Comincia dal Cortile, in via Saluzzo, dove si siede e consuma la sua colazione leggendo il giornale da solo. Quando mi vede mi saluta e mi dice “se vuole le passo il giornale”.
Poi passa da Zichella, caffè pasticceria e anche un po’ centro d’incontro, sempre in via Saluzzo. Lì comincia a predisporsi alla chiacchiera. Il luogo devo dire aiuta.
Infine prima di “riguadare” il Po, si ferma al Caffè Raffaello dove incontra gente quando l’ora è più facile a lunghi discorsi e storie da raccontare.
Qualche giorno fa mi ha raccontato, non chiedetemi dove, di un portafogli smarrito.
Sono uscito di casa è l’ho visto, era lì proprio vicino al marciapiede. L’ho raccolto, era bello gonfio sa… ho guardato dentro: c’erano tante tessere e documenti. E tanti soldi sa, 750 euro! Secondo me lo aveva nella tasca di dietro e uscendo dalla macchina, perché era bello gonfio, gli è caduto. Comunque io sono andato subito dai carabinieri sa, quelli di corso Moncalieri, ha presente? Qualche giorno dopo mi hanno telefonato i carabinieri sa, hanno rintracciato il proprietario e restituito il portafogli. Credo sia un avvocato. Ma lo sa che mi lasciato trecento euro di mancia? Non li volevo sa, ma con la mia pensione fanno proprio comodo.

Questo signore, che vedevo frequentare la zona, l’avevo conosciuto quando qualche mese mi ha fermato per chiedermi se ero quello del santino con il gatto.

Mohamad Khorzom, che tutti chiamiamo Mido

mido2Mohamad Khorzom, che tutti chiamiamo Mido, è un giovane profugo siriano che frequenta l’ultimo anno del liceo Spinelli, è il figlio di Hassan Khorzom, di cui scrivemmo con Giulia su Ottoinforma, guida turistica in Siria e amico personale di Khaled al Asaad, l’archeologo barbaramente ucciso dal’Isis a Palmira. Mido è stato il primo a raggiungere il papà a Torino quando era ospite di amici torinesi. Ora la famiglia Khorzom è finalmente riunita dopo gli arrivi della mamma, delle sorelle e della nipotina. Una famiglia che ha messo radici in città, ha amici e relazioni e partecipa alla vita sociale soprattutto in San Salvario, ma la Siria resta il luogo dove tornare.
A Damasco. A casa. E Mido ci vuole tornare correndo.

Leggete cosa mi dice:

mido3Ho cominciato a correre appena arrivato qua perché non avevo tanto da fare, volevo vedere la città e conoscerla bene. Poi ho continuato perché mi piaceva e perché mi sentivo libero. Correndo sentivo una libertà che non avevo in Siria. In Siria non si può correre perché ci sono talmente tanti posti di blocco che non c’è più posto per farlo, forse è voluto per limitare al popolo la libertà di muoversi. Corro anche perché la Siria è sinonimo, sui media e sui social network, di guerra, violenza e gente disperata che scappa. Alcuni ci accusano, noi che cerchiamo un rifugio, di non amare il nostro paese. Per questo corro, per dare qualcosa al mio paese, proprio perché amo il mio paese. Corro per dimostrare che la Siria non è solo guerra e violenza. Perché non siamo solo un popolo aggressivo, senza cultura e senza talenti. Corro, e studio anche, per queste ragioni. Correndo ho vinto il campionato regionale 2016 di corsa podistica… io che correvo per conoscere la città che mi ospita. Ma il mio sogno è rappresentare la Siria alle prossime olimpiadi di Tokio. Perché la Siria è anche un paese dove nascono atleti appassionati e lì voglio tornare a correre. In pace e senza posti di blocco che lo impediscano.”

Mohamad Khorzom, che tutti chiamiamo Mido, che ha la Siria nel cuore e nelle gambe.

L’albero, il nonno, il nipotino e Jean Giono

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Una storia di quartiere mi ha ricordato “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. Narra di un uomo che aveva perso tutto, salvo il desiderio di rivedere, in un luogo ormai desertificato, crescere gli alberi. Senza dirlo a nessuno comincia a seminare querce, betulle, faggi. Quel luogo diventa una foresta, i ruscelli si riempiono d’acqua, il villaggio si ripopola. La vita riprende. A molti sembrò un miracolo. Invece fu solo la tenacia di un uomo del quale non sapranno mai.


La storia di quartiere riguarda un albero. In un via di San Salvario, proprio dove una targa ricorda una grande scrittrice, c’è un cortile con un albero. Come tanti nel quartiere. Ma c’è anche un signore che abita nella casa di fianco, quel signore ha un nipotino che abita nella casa dell’albero. Quel signore ama il nipotino ma non l’albero. Perché l’albero oscura il nipotino dalla sua vista. Lo vuole abbattere l’albero. Da fastidio. Si sa come succede nei condomini, chi è favorevole al taglio e chi è contrario. I contrari sono tanti, la maggioranza, ma quel signore minaccia denunce e richieste di danni. Allora si chiamano i tecnici del comune. I tecnici del comune, si sa son tecnici, danno l’autorizzazione ad abbatterlo: non è un albero di pregio. Il signore che ha il nipotino ora è più contento, gli altri no perché un albero in meno è cemento in più. Magari basterebbe una buona potatura per dirimere questa storia? Magari un accordo su cosa piantare se quell’albero è proprio così invasivo e tende montarsi le fronde? Forse sì. Magari se i tecnici, si sa son tecnici, fossero anche consulenti e pacificatori? Magari.

Lasciatemi però dire una cosa al nonno apprensivo. Caro nonno, non stia a guardare da lontano il nipotino. Faccia una cosa, prenda quel libro, “L’Uomo che piantava gli alberi”, lo legga insieme a suo nipote. Anche ad alta voce, da un balcone all’altro coinvolgendo tutti i condomini. Poi prenda dei semi e vada a seminare con suo nipote. Vi divertirete un sacco. E quando suo nipote vedrà crescere alberi dirà con orgoglio: “quelli li ho seminati con mio nonno”. Vuoi mettere? 

Una storia di Hugo

HugoTrova 11Hugo è uno che racconta poco della sua vita, non è facile, anzi a volte è doloroso raccontarla, mi dice.  Lo conosco da quattro anni, da quando un giorno di agosto sono andato ad accoglierlo alla stazione di Porta Nuova, ad aiutarmi a riconoscerlo, nella mia testa una sua fotografia, nelle orecchie e nel cuore una sua canzone trovata in rete e la certezza che oltre al trolley avesse una chitarra a tracolla. In questi quattro anni ho ascoltato brani della sua vita bevendo un caffè o un bicchiere di vino o preparando un suo concerto.

Questa che vi racconto è una storia dei suoi concerti durante la dittatura, concerti in giro per l’Uruguay. Andavano in quattro a cantare perché dovevano resistere alla censura, non sempre potevano cantare tutti e non sempre tutte le canzoni. Questa volta tocca a te, cantava uno solo perché agli altri era proibito. Proibito cantare. A volte dell’elenco restavano pochissime canzoni, proibivano anche le canzoni d’amore. Perché amore e dittatura sono incompatibili. Cantavano in luoghi di confine per poi uscire dal paese e rientrare da una frontiera più sicura. Rischiando sempre il carcere, il ritorno in carcere.

La città di Rivera è una città di confine, al confine con il Brasile e il confine è una via che la separa da Santana do Livramento. Quella sera nella città di Rivera avevano proibito di cantare, a tutti, ma decisero di esibirsi comunque. Il palco oltre la strada, in Brasile, il pubblico in Uruguay. Il coraggio in entrambi i paesi.

Per tornare dal nord scesero a sud, verso l’atlantico. Per poi ricominciare a cantare.

C’è un bravo regista in sala? Sarebbe un bel film.

Potete ascoltare Hugo Trova qui:

Playlist concerto al Baretti

Concerto dedicato ai 40 anni dal colpo di stato in Cile e Uruguay

Nino

Questa mattina ho costatato che i miei capelli stavano peggio della maggioranza di Berlusconi e prima che decidessero di passare all’UDC sulle orme della Carlucci ho deciso che una sistemata fosse proprio necessaria. Avevo però il problema del parrucchiere, il mio solito ha lasciato l’attività, il più vicino è in via Calvo e non mi sembrava il caso. Ho telefonato a Raffaele chiedendo consiglio e lui, che tutto sa sul quartiere, mi ha consigliato Nino.
Fidandomi, perché di Raffaele bisogna fidarsi, ci sono andato. E ho fatto bene riuscita del taglio a prescindere.
Nino è un parrucchiere, o barbiere come piace dire a me, vecchio stile, come al Sud. Gentilezza e racconto.
Abbiamo cominciato con le origini calabresi di Nino che mi ha raccontato della pesca al pesce spada che si fa a Palmi, sua città natale. Proprio a Palmi, racconta, avvenne la storia del pesce spada innamorato che ispirò la canzone di Modugno. E come un gioco a seguire, tra un colpo di forbice e l’altro, mi ha raccontato gli inizi torinesi, anzi sansalvariesi, di Domenico Modugno, barista al caffè dell’Università di corso Marconi angolo via Madama. Molti dei suoi successi Modugno li compose dopo il lavoro nel retro di una sartoria di San Salvario dove dormiva ospite di un amico di suo padre. Mi ha raccontato della sorpresa di vederlo vincitore a Sanremo e dei tre giorni di festa che aveva offerto agli amici torinesi dopo il successo internazionale. “Ma”, mi dice Nino, “io non sono un esperto di musica leggera: io sono un melomane”. E parte una conferenza vera e propria sulla lirica: Tebaldi, Callas, Domingo, Pavarotti … mi ha aperto il cassetto con i suoi cd rari … mi ha raccontato del dramma di Anita Cerquetti, cantante dal grande avvenire che aveva abusato della sua voce tanto da rimanere senza e finire in clinica abbandonando un futuro da nuova Callas. Una bella mattinata, mi sono rilassato, ho appreso storie che non conoscevo e ho conosciuto una piacevole persona. Io da Nino ci torno, grazie del suggerimento Raffaele.

Tutto questo per dire che territorio è dove abiti, dove fai la spesa, dove i figli vanno a scuola e dove ti dai anche una sistemata ai capelli.

Dimenticavo, anche il taglio niente male.

Buone vacanze da San Salvario a trecentosessanta gradi (nel senso ampio)

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Vieni vieni, vai

Vengo o vado?

Vai nel senso del retro che tu li lavi al contrario

Hai ragione

La ragione si da ai fessi

O a chi ha ragione

Hai ragione

Tutto bene?

Devo dire si, che poi tu mi dici ecco il solito, si lamenta è sempre incazzato e  poi tu sei comunista

Comunista? Cosa c’entra? I comunisti non ci sono più!

Allora dobbiamo parlare della Juve? Non ne parliamo. Tu col tuo Milan.

Una volta, una volta

Non ti piace Berlusconi e non ti piace il Milan

Berlusconi … quello passa, ma leggi cosa combina?

Nel senso di uomo lui …

Lui?

Troppa paglia vicino al fuoco

Speriamo bruci

Siete invidiosi, i comunisti sono tutti invidiosi

Di Berlusconi?

Certamente, lui, a trecentosessanta gradi, lo può fare

Ma neanche a quarantacinque

Non so se siete più comunisti o più invidiosi

Se lo dici tu

Che io non sono di Berlusconi, ci tengo per la precisazione

Meno male …

Fossi di Fini

Sei di Fini?

No

Vabbè, di che sei?

Io vorrei essere di un socialismo …. 

A trecentosessantagradi

Vedi che mi hai capito

Non proprio

Nel senso ampio

Ampio in che senso?

Non mi hai capito

Stai facendo tutto tu, io ho chiesto solo se mi tagliavi i capelli.

Sono parrucchiere e te li taglio, anche se …

Se …

Sai come sono le donne … 

No… cosa c’entrano le donne adesso?

Comandano loro e allora continuo a tagliare i capelli

Non tanto corti

Sarai servito

Mi siedo qui?

No, quella in mezzo

Ok

Togli gli occhiali

E’ vero, scusa

Non ti devi scusare, tu sei il cliente

L’educazione ….

A trecentosessanta  gradi

Cioè?

Nel senso ampio

Non ho capito

Allora mi devo spiegare?

E se vuoi farmi capire …

Ma io ti ho sempre pensato una persona istruita

Che non vuol dire che capisci sempre tutto, guarda Gasparri

La metti sempre in politica che poi sono tutti uguali

Io? Era una … metafora … un esempio vivente e poi c’è chi è più uguale

Paritariamente parlando a trecentosessanta gradi

No, a centottanta gradi

Come vuoi tu

Dicevi?

Al mare, vado al mare

Bello!

Mah, vado perché devo andare

Dove?

Non te lo dico

Cosa?

Dove vorrei andare

A trecentosessanta gradi?

In che senso?

Ampio

Aspetta, ti devo spazzolare

Grazie

Non mi devi dire grazie

Grazie

Prego, ti puoi alzare

Quando riapri?

Al primo settembre

Io non ci sarò

Allora mi metti le corna

Eh?

Vai da un altro parrucchiere

E se non ci sei

E’ giusto

Beh, buone vacanze

A trecentossantagradi, magari all’ombra.