Augusto Montaruli

I pensieri della domenica

Domenica 25 maggio 2025

Calenda e pompe funebri

Calenda comprende le motivazione del referendum sulla sicurezza sul lavoro, ma è preoccupato per il rischio di perdita di occupazione.

Forse si riferisce alle imprese di pompe funebri?

Il Salone del Libro e Terra Madre

Tantissimi i visitatori al Salone del Libro, un edizione record quella del 2025. Ma le librerie indipendenti?

Io la butto lì: perché non fare come il Salone del Gusto che prevede un’area dedicata a Terra Madre dove espongono i presidi? Un’area dove a costi ridottissimi, meglio nessun costo, possano esporre le librerie indipendenti?

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Cittadinanza alla memoria

I lavoratori stranieri hanno un’incidenza più che doppia rispetto agli italiani: 11,9 morti ogni milione di occupati, contro 5,6. In termini assoluti, sono 30 le vittime di origine straniera su 150 totali in occasione di lavoro. (Fonte: https://www.vegaengineering.com/)

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

La sanità privata copre il 30% del totale. Il settore si compone di migliaia di operatori frammentati e questo rappresenta per chi investe un’opportunità di consolidamento, soprattutto nei servizi diagnostici e ambulatoriali. Nel 2023, la rete privata contava 546 strutture accreditate, inclusi 500 ospedali privati. (Fonte: https://www.innlifes.com/business/primo-healthcare-report-finanza-2025/)

Dr. Google: come sfruttare le Google Ads nel marketing sanitario - LUMA AI  Healthcare

E’ morto Salgado

La bellezza è la dignità di una persona, diceva. 
Mostra di Sebastião Salgado a Milano: Amazônia arriva alla Fabbrica del  Vapore.

Fatevene una ragione

Una ragazzina di origini filippine in perfetto italiano chiede di cantare una canzone. La canta in giapponese.

Le fanno da coro una varietà di colori e di voci con un’armonia che commuove.

Fatevene una ragione, l’Italia è così. 

Ed è bellissima.

Se andassero via

Se gli “stranieri” andassero via, di colpo, dal giorno alla notte non avremmo le badanti, dovremmo fare lavori che non noi non facciamo più, chiuderebbero le scuole, la sanità e le pensioni sarebbero a rischio, i pomodori marcirebbero…

Insomma ci estingueremmo, come forse è giusto che sia visto come qualcuno è diventato.
Sparare perché lo dice Salvini | il manifesto

L’8 e il 9 di giugno, per non estinguervi, andate a votare! SI! 

E gli “stranieri”?

 

Qualche anno fa una delegazione di sindaci di una regione del sud del Senegal accompagnata da un ministro di quel paese arrivò a Torino. Lo scopo della missione era stabilire una relazione con i cittadini senegalesi immigrati a Torino anche per informarli sulle opportunità di lavoro nel loro paese di origine. La delegazione fu accolta, a dir la verità più per cortesia che altro, in regione e ignorata dall’amministrazione cittadina. Li ospitammo in circoscrizione per ascoltarli e verificare la possibilità di una collaborazione estendendo l’invito anche ad altre comunità africane. Avremmo voluto aprire uno sportello informativo rivolto alle comunità africane gestito da loro ma purtroppo non se ne fece niente.

Gli “stranieri” a Torino, dati del 2019, sono 132.000 (il 15,2% dei residenti) e così si distribuiscono nelle circoscrizioni: 1 – 6,4% ; 2 – 11,0% ; 3 – 11,0% ; 4 – 10,6% ; 5 – 16,1% ; 6 – 19,5% ; 7 – 12,8% ; 8 – 12,7%.

Il 40,6% dei cittadini di provenienza da altri paese arriva dall’Unione Europea (37,3% rumeni); il 9,1% da altri paesi europei (2,5% Moldavia); dall’Asia proviene il 13,3% (5,6% dalla Cina); dal Sudamerica il 9,6% (Perù il 5,4%); dall’Africa il 27,3% (12,7% dal Marocco). Numerose e più o meno attive le associazioni che li rappresentano.

Fonte dati: comune di Torino 

Perché ho elencato questi dati? Perché credo che nel programma del futuro sindaco debba essere inserito, sviluppato e proposto un nuovo approccio con il 15% della popolazione della città. Provando a cambiarlo l’approccio  e partendo dalla constatazione che questi cittadini possono essere “facilitatori” di relazioni tra la nostra città e i loro paesi d’origine. Relazioni culturali, commerciali e politiche in generale e abbandonando quelle politiche di integrazione ormai datate e non più, a mio parere, efficaci e rispolverando la memoria: ciò che succede in barriera di Milano succedeva alla Falchera negli anni 60 e 70.  Già visto.

Insomma si dovrebbe provare a fare quello che non si fece con la delegazione senegalese che venne a trovarci qualche anno fa. E non chiamiamoli più nuovi cittadini, son qui da tempo ormai. Anzi qualcuno sta pure andando via, è non un bello.

Cosa ne pensano gli aspiranti sindaci?

Era il 1968

Questo episodio della mia vita l’avevo scritto per una raccolta di racconti dedicata all’infanzia e all’adolescenza. E’ sempre attuale, come sempre attuale è quella cosa infida e drammatica che mette poveri contro poveri. A vantaggio dei pochi ricchissimi e dei pezzi di merda. 
Era il 1968, le cose sarebbero poi migliorate. Poi qualcosa è successo e dovremmo capire cosa. 

 

images-2A quattordici anni smetti di essere piccolo: ti cambia la voce, provi il rasoio di papà, pretendi un rapporto da pari a pari con i tuoi fratelli più grandi, esprimi opinioni anche se non ti è richiesto, aiuti il papà nelle cose dei grandi.

A quattordici anni ti capita che da sud vai a nord, ci sei abituato, lo hai fatto chissà quante volte.

Questa volta è per sempre però.

A me al sud non mancava niente, avevamo quello che ci serviva. Avevamo tutte le comodità: tv, frigo, bagno. Avevo tanti amici, a piedi andavi ovunque.

Cos’altro mi serviva?

Non ti piace che i tuoi fratelli più grandi siano entusiasti: la città con i cinema, i tram, le opportunità. A te viene la nostalgia ancora prima di arrivarci in città, che ancora sei sul treno.

In città ci arrivammo in agosto, mio padre trovò casa in affitto in un quartiere del centro vicino alla scuola dove avrebbe insegnato. La casa la trovò girando per agenzie immobiliari:

“Cosa le serve?”

“Una casa in affitto.”

“Da dove viene?”

“?”

“Da dove arriva?”

“Vengo dalla Puglia.”

“Ah! Meridionale? Difficile, neh. Sa com’è?”

“No, com’è?”

“E’ che se arrivi dal sud non la danno la casa in affitto. Famiglie numerose, rumorose, piantate i pomodori nella vasca da bagno, fate i turni e disturbate.”

“Io nella vasca ho l’abitudine di lavarmi, i pomodori hanno bisogno del sole per maturare e in bagno il sole non c’è. Non faccio i turni, faccio il maestro elementare.”

“Oh signur, non poteva dirlo subito … abbiamo un bell’appartamento: piano nobile, tre stanze, bagno ….”

Il dialogo è inventato, ma la sostanza fu quella. A mio padre diedero casa in affitto grazie alla sua professione altrimenti sarebbe stata dura. La città era piena di cartelli con su scritto “non si affitta a meridionali”.

Era il 1968, si proprio quell’anno li, e arrivato in città avevo cominciato a capire che il razzismo non dipende dal colore della pelle conta di più lo spessore del portafogli.
Il colore della pelle o la tua provenienza colpiscono le menti deboli o certi deputati e vice ministri che soffiano sul fuoco.
Era il 1968 e cominciavo a crescere.

Lettera aperta ad una comunità

17629685_10210733520686672_4821440805156319777_n-2Lo so, lo immagino, lo sento da cosa dite e scrivete. Siete arrabbiati e delusi. State vivendo la fine dell’esperienza a Cavoretto del centro di accoglienza come una sconfitta. Non è così. Avete vinto voi. Avete vinto voi perché avete dimostrato che un altro modo, e quindi un altro mondo, è possibile.
Siete entrati da una porta aperta e avete iniziato un percorso. Entrare in quella porta aperta fu già un atto di coraggio.
Avete accolto facendovi accogliere.
Avete festeggiato insieme.
Avete volato verso un luogo dove forse non avreste mai immaginato di andare.
Avete condiviso il cibo, le risate, i problemi.
Avete creato, insegnato e imparato.
Avete letto gli stessi libri.
Siete diventati comunità.
Quella comunità, la vostra comunità, deve continuare a vivere.
Gli “ospiti” si sono trasferiti a qualche collina più in la: andate a trovarli, verrano a trovarvi.
E se dovessero arrivare altri da voi, son certo saprete cosa fare e come fare.
Avete vinto voi.
Grazie.

Una mail dalla Cornell University per Cavoretto

cavoretto cornellUn bel messaggio di solidarietà e vicinanza è arrivato oggi dal professor Matthew Hall, docente della Cornell University. Matthew Hall lo scorso luglio aveva accompagnato un gruppo di studenti a Cavoretto facendone una tappa del loro percorso di studi e di approfondimento a Torino. Già allora dichiarò che la visita a Cavoretto è stato “l’incontro più bello in sei anni di stage a Torino”.

Alla dichiarazione di Hall si unisce la sua collega, professoressa Kora von Wittelsbach che con aveva ideato e organizzato la visita: “Still remembering our incredible day in the Cavoretto Center! This place simply has to remain open” (ricordiamo ancora il nostro incredibile giorno al centro di Cavoretto! Quel luogo deve semplicemente restare aperto).

Ecco il testo del messaggio ricevuto:

“There is considerable evidence that migrant centers, like Cavoretto, play an important role in integrating refugees in their new homes. This is critical not just for the many migrants who come through or settle in Italy, but for ensuring that migrants can contribute to Italian social and economic life. The center in Cavoretto, that I visited last summer with a group of American students, is truly a remarkable place. In addition to providing a community for a group of young, educated men in search of a better life, the center required them to immerse themselves in Italian life – learning the language and the culture – and to give back to the local community. It would be truly tragic if Cavoretto were to close its doors.”

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Articolo di Giulia Ricci sulla visita al centro di Cavoretto

I centri d’accoglienza per migranti come quello di Cavoretto, hanno un ruolo importante nel processo di integrazione dei rifugiati nella loro nuova “casa”, per molte evidenti ragioni. Il centro ha un ruolo fondamentale per i molti migranti cheattraversano o si stabiliscono in Italia, perché garantisce loro una partecipazione alla vita sociale ed economica del paese. Il centro di Cavoretto, che ho visitato la scorsa estate con un gruppo di studenti americani, è davvero un luogo straordinario: non solo riesce a far sentire parte di una comunità un gruppo di giovani uomini in cerca di una vita migliore, ma pretende che essi si immergano nella vita italiana imparandone la lingua e la cultura, permettendogli così di restituire e contribuire alla comunità locale. Sarebbe davvero tragico se il centro di Cavoretto chiudesse le sue porte.

La Cornell University è una delle università più prestigiose degli Stati Uniti, organizza uno stage formativo a Torino ogni anno in collaborazione con la Fondazione Einaudi. Nel corso degli ultimi anni ha visitato la Casa del Quartiere, il Polo Lombroso, il Mondo di Joele e le madri di quartiere.