Augusto Montaruli

La lettera al prefetto e il restauratore di lampadari

Scrive Francesco Panacciulli, restauratore di lampadari artistici, dopo aver saputo della situazione complicata e difficile che si sta vivendo a Cavoretto:

IMG-0259“Lui è Moussa, un ragazzo della comunità di Cavoretto, lavora con me da 6 mesi con un progetto d’integrazione. In lui sto vivendo la drammaticità di questo momento che sta vivendo la comunita’ dove vive. Nel mio percorso imprenditoriale ho avuto molti dipendenti, ma lui per me è un figlio arrivato da lontano. Il suo sogno è di diventare un buon restauratore e tornare nel suo Senegal dove portare questo suo saper fare. E’ un ragazzo pieno di volontà con grande spirito d’iniziativa, sempre puntuale. Mettero del mio per far si che il sogno di Moussa si avveri. Forza amico mio venuto da lontano se la vita o il destino ha voluto che ci incontrassimo un motivo “reale” ci sarà.”

Anche la comunità di Cavoretto non è stata a guardare e si è fatta sentire con questa è la lettera che è stata inviata al Prefetto e per conoscenza alle istituzioni e al vescovo Nosiglia dove si chiede continuità di “modello” e di luogo.

La lettera è scritta dal gruppo di volontari che hanno prestato la loro opera al Centro di accoglienza di Cavoretto.

I motivi del successo del modello di accoglienza dei richiedenti asilo sperimentato a Cavoretto sono diversi. In primo luogo la scelta, controcorrente ma, l’esperienza stessa lo dimostra, ragionevolissima di istituire un centro di accoglienza in un quartiere mediamente non disagiato economicamente, ha permesso, dopo i primi episodi di diffidenza, di smorzare le tensioni sociali fra gli ospiti e la popolazione che, in altre condizioni, a causa della perdurante crisi che colpisce in modo particolare l’area di Torino, sarebbero state  di gran lunga più ostative.
Poi le modalità stesse del progetto di accoglienza, basato sulla responsabilizzazione e cooperazione dei giovani ospitati (per esempio turni di pulizia e di cucina), sull’attivazione di corsi per il conseguimento del titolo di studio e sull’apertura al quartiere. Non solo un’attitudine, ma eventi concreti.  Basti pensare agli incontri con gli abitanti, avvenuti appena gli ospiti sono arrivati, che hanno visto la partecipazione anche di rappresentanti della Prefettura, della Questura e della Circoscrizione, che hanno chiarito i percorsi dei richiedenti asilo, sgombrando il campo da pregiudizi e disinformazione, ma anche agli spettacoli e alle feste, una consuetudine il venerdì sera, che hanno avvicinato culture e tradizioni tanto diverse.

Si è così spontaneamente costituita una rete, informale ma solida, di volontari, che ha coinvolto anche degli studenti delle scuole limitrofe in progetti di alternanza scuola-lavoro, dedicati all’insegnamento agli ospiti della lingua italiana e di altre materie per il conseguimento della licenza di terza media, a laboratori d’arte,  di lettura, di cucina e di panificazione.

Volontari mossi non solo da un impeto di solidarietà, ma dall’esigenza di sentirsi parte di una comunità aperta, accogliente e vitale.

I risultati sono notevoli: acquisizione del titolo di studio per 24 ragazzi con conseguente impegno in tirocini e stage  lavorativi, partecipazione alle iniziative artistiche del Salone del Libro e a Terra Madre. Ricordiamo anche il contributo dato dai ragazzi all’agibilità della storica scalinata di Cavoretto e alla pulizia di piazza Freguglia all’interno del progetto ”Torino spazio pubblico” in occasione della Giornata del Rifugiato.

Quello di Cavoretto si può ormai definire un modello per il legame che si è a poco a poco creato fra ospiti e cittadini, in un processo di fattiva integrazione, che ha consentito di mobilitare risorse e canali  altrimenti impensabili.
La ricaduta sul quartiere è stata sorprendente. Cavoretto, abbarbicato sulla collina, destinato a diventare un dormitorio, privilegiato ma pur sempre un dormitorio, è stato vivificato dall’arrivo dei nuovi abitanti.

Ora veniamo a sapere che, per vicende di cui non entriamo nel merito in questa sede, questo progetto di accoglienza potrebbe essere a breve interrotto. Mentre esprimiamo la  nostra vicinanza e solidarietà agli ospiti e agli operatori che li seguono, in quanto volontari e cittadini vogliamo con forza affermare che la fine di questo esperimento, del “Modello Cavoretto”, sarebbe una incomprensibile sconfitta per tutti, non solo per gli ospiti, ma anche per i cittadini e per le Istituzioni, perché l’accoglienza, seppur gestita da privati, è un progetto pubblico. Chiediamo quindi alle Istituzioni di attivare ogni mezzo per evitare questa sconfitta, in modo che i ragazzi possano continuare INSIEME, A CAVORETTO i percorsi intrapresi, potendo contare sul sostegno delle risorse del territorio.

Per parte nostra, appena in possesso di informazioni più precise, saremo in grado di definire le iniziative che riterremo utili alla continuazione di questo progetto e modello collettivo,  per evitare il disperdersi del patrimonio di esperienze accumulate.

Segue l’elenco delle persone che hanno operato concretamente all’interno del centro, sostenute da un folto gruppo di residenti che hanno partecipato assiduamente ai momenti di festa il venerdì sera presso la struttura o nel salone parrocchiale.  Ragazzi dell’oratorio, scout, vicini di casa, studenti hanno sempre trovato le porte del Cas aperte. Un numero potente al quale, se necessario, ricorreremo per dare più vigore alla nostra richiesta di non annullare un progetto di inclusione sociale che funziona.

 

Je suis Cavoretto


14705643_10209169149098360_4029665423893506166_nNon sapevo cosa rispondere quando una prestigiosa università americana mi ha chiesto: “Stiamo valutando di attivare un tirocinio di una nostra studentessa al centro di accoglienza di Cavoretto, pensi sia possibile?” Loro, come molti, apprezzano quello che viene ormai definito il “modello Cavoretto”, la gestione di un centro di accoglienza che sarebbe da replicare. Unico. Adesso è il momento di dimostrare che l’apprezzamento non è solo una dichiarazione buona per la stampa e i dibattiti (o per i selfie che servono solo a chi se li fa) ma è azioni concrete da mettere in campo subito.

Cosa è successo

La cooperativa che aveva in appalto il servizio non ha partecipato al bando che rinnovava l’affidamento, questo dopo aver preso in affitto nuovi locali, senza comunicare in tempo utile la decisione e con ritardi nel pagamento degli stipendi agli operatori e la diaria agli ospiti. La decisione da un punto di vista economico può anche essere comprensibile, in effetti lamentano ritardi di quanto loro dovuto dalla prefettura e un bando che richiede requisiti complicati da mettere in atto, ciò che colpisce è la mancanza di rispetto (e anche di gratitudine) verso chi collaborando ha reso possibile che il centro diventasse un modello. Mi riferisco agli operatori, ai cittadini di Cavoretto (splendidi), agli imprenditori che hanno attivato tirocini e collaborazioni, alle istituzioni di prossimità.

Le conseguenze

Quella più temuta è la dispersione degli ospiti e la chiusura di un progetto (il “modello Cavoretto”). Sarebbe drammatico, una resa a logiche di business che non dovrebbero coesistere con progetti di accoglienza. Sarebbe un problema in più in tempi in cui le risorse e gli sforzi devono andare a risolvere la questione MOI.

Cosa si può fare

I volontari che hanno collaborato con il centro sicuramente faranno sentire la loro voce nelle sedi istituzionali e non solo. L’istituzione di prossimità, la circoscrizione, deve prendere una posizione chiara e netta affinché questa esperienza possa avere continuità di gestione e di luogo. Il vescovo che recentemente ha visitato il centro apprezzandone, indovinate, il modello di gestione, deve intervenire con tutta la sua autorevolezza.  Non lasciamo che questa esperienza si concluda qui.
Non lasciamo che a essere felici siano quelli che srotolavano striscioni nella piazza di Cavoretto a luglio 2016.
Io ero sono e sarò a vostra disposizione. Con il cuore e la ragione.

Francesco e Moussa stanno bene insieme

 

Questa mattina son passato in via Ormea a trovare Francesco e Moussa, per fare due chiacchiere e sapere come andava il tirocinio di Moussa. Tirocinio attivato grazie al contributo di “Bottega Scuola”progetto sostenuto dalle associazioni imprenditoriali, CNA e Casartigiani e finanziato dalla Regione Piemonte. 

IMG-0259Francesco è contento: “con Moussa si lavora bene, impara e in fretta. Gli insegni e va da solo come un treno“. Moussa sorride e intanto le sue mani sono sul pezzo da restaurare.

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Francesco è contento: “non mi sono mai trovato così bene con un collaboratore, adesso andiamo a prendere un caffè, noi, lui prende sempre un bicchiere di latte

Francesco è appena tornato dalla Turchia dove aveva lampadari da restaurare a casa Garibaldi e per prendere ordini per altri lavori da fare: “Mi piacerebbe portarci Moussa, ma non può ancora espatriare. Intanto lo porto in trasferta a Villa D’Este che ci sono restauri da completare.”

IMG-0263Francesco è proprio contento: “Devo parlare con altri artigiani per replicare questa esperienza e poi da quando c’è lui le cose vanno meglio.

Moussa sorride come sorridono quelli felici, Moussa che vuol poi tornare in Senegal e fare lì il lavoro di Francesco.

E magari Francesco lo accompagna. 

L’articolo sul tirocinio di Moussa da Francesco:

moussa francesco torino cronaca

Cavoretto e la memoria

13781811_1247155418650613_7365774515357261203_nPer rinfrescare la memoria (rinfrescare fa comunque bene, con questo caldo poi) sono andato a rileggermi un articolo dello scorso anno sull’arrivo dei richiedenti asilo a Cavoretto. Ricordavo l’allarmismo, il pericolo legato alla vicinanza della scuola, il luogo non adatto, le manifestazioni di protesta minacciate. Ricordavo i commenti su Facebook sulla virilità repressa dei giovani africani e altro ancora dello stesso tenore.

Riporto, sempre per rinfrescare la memoria, alcune dichiarazione apparse su quell’articolo :
«Cavoretto non ha le caratteristiche per favorire l’integrazione di profughi»
Sergio Ruffoni, residente, si dice pronto a «organizzare manifestazioni di protesta se le cose non saranno gestite al meglio» e ancora Fabrizio Ricca (consigliere lega nord nda) si rivolge alla sindaca Appendino: «Vogliamo sapere perché si è scelta una struttura vicina a una scuola e chi è il responsabile di questa follia: si rischia di destabilizzare gli equilibri del quartiere». E aggiungiamo Casa Pound che dichiarava su Torino Today: “Non tollereremo che una realtà così pacifica e così cara ai torinesi che frequentano i parchi sopra Cavoretto nella bella stagione possa divenire un ghetto a pochi metri da dove i nostri figli vanno a scuola.“

Questo anno di vita dei richiedenti asilo a Cavoretto ha raccontato un’altra storia, una bella storia. Storia di un centro di accoglienza che è diventato un modello di gestione. Storia di incontri, di collaborazione, di solidarietà. Storia di un borgo che invece ha reagito con l’accoglienza e messo a tacere i profeti di sciagure e violenza.  Storia di un centro di accoglienza che è diventato un modello di gestione. Quei profeti di sciagure che non diranno mai che l’arrivo dei richiedenti asilo a quel borgo ha fatto bene.

Sciogliersi e ricominciare daccapo?

Da Internazionale
Da Internazionale

Leggo sul Venerdì di Repubblica un’intervista a Jacques Juilliard, studioso francese dei socialismi (così è definito). Il titolo dell’articolo – “Il futuro della sinistra? Sciogliersi e ricominciare daccapo” – è tutto un programma, anzi un riprogramma. Dell’articolo riporto due passi che trovo interessanti e, secondo me, da discutere.

“Marx ha avuto il colpo di genio di fare della classe sofferente una classe eletta, redentrice dell’umanità. Davanti al posto sempre più grande assunto dagli immigrati nell’immaginario della sofferenza sociale, il proletariato si è trovato in qualche modo declassato, imborghesito. Fine, dunque, del proletariato e ritorno del povero classico! La classe dominante si giova grandemente di questo cambiamento. A differenza del proletariato, l’immigrato non rimette in causa il suo dominio. Fine dell’idea rivoluzionaria di giustizia, ritorno all’idea conservatrice di assistenza.”

E poi una chicca sugli intellettuali, parla della Francia ma l’Italia è messa peggio:

“In Francia, più che in Italia e nel resto d’Europa, gli intellettuali continuano ad avere un ruolo importante: sono loro a dare il tono al dibattito politico e sociale. … il loro carrierismo, drogato dalla televisione, è diventato pericoloso. Nel passato l’impegno significava mettere la loro notorietà al servizio di nobili cause; oggi vuol dire mettere delle nobili cause al servizio della loro notorietà.”

Auguri!

Da Il venerdì di Repubblica del 7 novembre 2014, pagg. 114 e 115 Jacques Juilliard su Wikipedia