Augusto Montaruli

Foravia

Ieri dopo aver letto che il gruppo PD del consiglio comunale di Milano chiedeva la sospensione del gemellaggio con la città di Tel Aviv ho scritto questo post su Facebook:

Il PD di Milano chiede di sospendere il gemellaggio con la città di Tel Aviv.  Una stupidaggine demagogica colossale. Tel Aviv è la città dove si svolgono da anni manifestazioni per la pace e contro Netanyahu. In questo modo si sospende il gemellaggio anche con la parte democratica di quella città. Immagino già il governo israeliano preoccupatissimo per questa decisione “coraggiosa”. A proposito Milano è anche gemellata con San Pietroburgo.

A fronte di qualche like ho ricevuto commenti tra l’indignato e il feroce, ne cito alcuni:

Ma non ha capito che il problema non e’ il governo Net***yu, ma l’esistenza di is**le come tale?

Tel Aviv è la città dove viene programmato il genocidio del popolo Palestinese

Sospendere subito il gemellaggio con tel aviv e lo stato genocida e terrorista di israele

L’unica cosa deplorevole è che ci si fermi a un gesto simbolico.

Ho provato a rispondere con il profilo democratico dell’attuale sindaco e della sua opposizione a Netanyahu e con il fatto che Tel Aviv è teatro abituale delle numerose manifestazioni contro il governo e per la pace. E ci va coraggio nell’organizzare e nel partecipare, sicuramente più di un postare odio su Facebook.

Potrei aggiungere le numerose organizzazioni che vedono insieme palestinesi ed israeliani, gli israeliani che difendono gli ulivi dei cisgiordani….

Potrei aggiungere che confondere popoli e governi è folle e non aiuta i percorsi di pace. 

Infine potrei dire che sarebbe da fare una cosa che in piemontese si dice “foravia”, cioè fare qualcosa di insolito, qualcosa che rompe gli schemi. Qualcosa che una volta si faceva: la solidarietà internazionale. 

Stare con gli oppressi e nello stesso tempo stare dalla parte di chi lotta contro l’oppressore a prescindere dalla residenza, dall’etnia, dal credo e dal colore della pelle.

Banale vero?  Talmente banale che non si fa più.

Ai prodi consiglieri del PD, partito al quale sono iscritto, consiglierei un viaggio a Tel Aviv per partecipare ad una manifestazione contro il governo israeliano.  Meglio se in compagnia dei leader progressisti europei.

Internazionale futura umanità!… Si diceva e si faceva.

Lettera aperta alla Segretaria del PD Elly Schlein

Lettera aperta alla Segretaria del PD Elly Schlein

Tel Aviv come Budapest

Carissima segretaria,

sono il presidente della sezione ANPI “Nicola Grosa” di Torino e iscritto al circolo PD “Giorgina Arian Levi” . Il quartiere dove vivo è una realtà dove convivono differenti fedi religiose e prima dell’inizio di questa maledetta guerra vedere insieme l’imam ed il rabbino era la quotidianità e il segno di una bellissima e collaborativa convivenza tra loro e con altre fedi religiose ed il mondo laico. Avrei moltissimo da raccontarti. 

Ora non succede più.

La guerra ha fermato tutto salvo la nostra ostinazione nel cercare tutte le occasioni possibili per parlare di pace e convivenza. Quel massacro del popolo palestinese, lo si chiami come si vuole, deve finire. Al massacro di un popolo inerme si aggiunge l’odio verso un popolo, indossare la kippah è visto come segno di complicità con l’attuale governo israeliano e suscita in alcuni odiosi comportamenti razzisti. 

Cara segretaria, una volta c’era un campo largo, anzi larghissimo, che valicava i confini e gli oceani. Del famoso inno che ha attraversato più generazioni il pezzo più bello è “internazionale futura umanità”. Tre parole che sembrano dimenticate, fuori moda: internazionale, futuro e umanità.

Metteranno i dazi sul futuro e sull’umanità.

Vedi, cara segretaria, la mia generazione, per niente perfetta, la solidarietà internazionale la praticava. La futura umanità l’auspicava. Ricordo l’accoglienza a chi scappava dalle dittature sudamericane e l’imparare a memoria le canzoni degli Inti Illimani. Ricordo la solidarietà verso quei giovani americani che rifiutavano la chiamata alle armi per combattere in Vietnam. Come fanno giovani israeliani ora.

La generazione precedente alla mia anticipò la Resistenza andando a combattere in Spagna.

Adesso stiamo forse vivendo il periodo peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale, soprattutto per la perdita di valori condivisi e il disinteresse dei cittadini unito alla sfiducia nei partiti e nelle istituzioni. 

Credo ci sia bisogno di azioni fortemente simboliche e  nello stesso tempo concrete.

Arrivo al punto: Gaza ed Israele.

Credo che solo una sconfitta di Netanyahu e un cambio di governo in Israele possa risolvere la drammatica crisi in atto e arrivare finalmente alla pace e alla soluzione due popoli due stati. 

Da qualche anno in Israele si scende in piazza per la pace e contro l’attuale governo, autorevoli voci si esprimono contro il governo israeliano.

La mia impressione però è che quelle voci siano lasciate sole, prive di solidarietà e del necessario supporto internazionale delle forze progressiste.

Allora ti chiedo perché non fare come a Budapest? 

Sei andata giustamente in Ungheria per partecipare al Pride a supporto del coraggioso sindaco della capitale ungherese.

Fai un altro viaggio democratico e solidale, vai a Tel Aviv e se riesci magari insieme ai leader dei movimenti progressisti e democratici europei. E intanto programma un viaggio a Kyiv. 

I cittadini israeliani e palestinesi te(ve) ne saranno grati. 

Io anche perchè la mia tessera al PD acquisterà più senso e valore.

Un caro e affettuoso saluto

Augusto M.

PS: prenditi il tempo, se non lo hai già fatto, di leggere Apeirogon di Colum McCain

 

Torno sui miei passi

Torno sui miei passi, sulla via del Rock and roll come cantava il molleggiato.

Torno sui miei passi dopo aver votato alle primarie al secondo turno, quelle aperte agli elettori, per Elly Schlein.

Torno sui miei passi dopo aver letto insulti e sottintesi sulla sua origine ebraica, di più  ashkenazita, sul voto inquinato, sulla sua famiglia borghese… 

Torno sui miei passi perché a questo punto non basta il beau geste del recarsi a votare alle primarie.

Torno sui miei passi che non è un grande sforzo atletico, giusto a due passi casa mia. 

Per dare una mano se serve, perché ora serve. Anche il rock and roll. 

Torno sui miei passi, se mi volete.

 

Che noia, che barba, che palle…

 

Massimo D’Alema in una riunione interna di Articolo UNO avrebbe detto che il PD è guarito dalla malattia del renzismo o qualcosa del genere.

Apriti cielo…

In molti si sono risentiti offesi e si è scatenata la polemica… 

Ma dico io…

Un minimo di calma, di comprensione del contesto, di riflessione sul resto dell’intervento di D’Alema… Perché D’Alema ha aggiunto che ora può iniziare un percorso politico (politico) di riavvicinamento, di ri-unione partecipando alle Agorà volute da Letta (segretario del PD). Il famoso campo largo tanto auspicato da Bersani.

Quindi esortava i militanti di Articolo UNO a partecipare a quel percorso: All togheter nowE’ questo è il fatto politico sui cui discutere e commentare. 

Cioè

Dove quel percorso deve portare, quali valori irrinunciabili deve contenere, quali obiettivi vuole raggiungere.

Invece

Si discute su una battuta, una affermazione. Forse pesante, può darsi. Io avrei detto: è passata l’infatuazione o a nuttata alla Eduardo. Più soft ma più o meno la stessa cosa. Ma ci sono quelli che “tu e altri siete usciti mentre noi eravamo qui a lottare dentro.” Onore ai resistenti. 

Però 

Ora c’è Enrico Cincinnato Letta che se ne era andato (anche lui) e poi è tornato. Perché Enrico Cincinnato Letta questa canzone della Piaf chissà quante volte l’avrà sentita:

Non… rien de rien – Non je ne regrette rien – Ni le bien… qu′on m’a fait – Ni le mal, tout ça m′est bien égale – C’est payé, balayé, oublié

(No… niente di niente – No… non rimpiango niente –  È pagato, spazzato, dimenticato – Non mi interessa del passato…)

Pertanto calma e gesso e non fate i permalosi altrimenti vado a spulciare su tutto quanto ci siamo e vi siete detti negli ultimi anni. 

E leggete questa intervista a Fornaro che fa chiarezza.

Le interviste urgenti: Giorgio Ardito, militante di sinistra

In fatto di emergenza anche i partiti di sinistra non scherzano, troppo presi dal presente per immaginare il futuro. Governo di emergenza è uno dei classici degli ultimi 30 anni (Dini, Monti, alleanze larghe, nazareni, giallo rossi…).  Governi e alleanze che nascono per “evitare che”. Il tempo o forse la predisposizione di governi e alleanze per costruire il futuro non ne abbiamo visti salvo qualche sofferto tentativo. Questa predisposizione un po’ masochista rischiamo di vederla anche nelle amministrazione locali.

Ne parliamo con Giorgio Ardito. Giorgio è stato segretario del PC di Torino, assessore provinciale, amministratore di aziende partecipate. E’ soprattutto, come lo definisco nel titolo certo di farlo felice, militante. Non ha mai smesso di esserlo. Vederlo volantinare è scuola di partito oltre che molto godibile.

Giorgio eccoci con la prima domanda, è lunga per colpa dell’elenco.

Proviamo a fare l’elenco, dal 2007, anno di fondazione, il Partito Democratico ha avuto Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi , Renzi bis, Martina, Zingaretti. Otto segretarie in 13 anni. Leader o aspiranti leader della sinistra allargata se ne contano in questi ultimi venti anni decine: i sette citati prima, Prodi, Rutelli, Bertinotti, Cuperlo, Civati, Letta, Vendola poi altri a furor di popolo che il popolo poi abbandona. Berlinguer fu segretario del Partito Comunista dal 1969 al 1983, anno della sua scomparsa: 13 anni mal contati. Poi ci sono le unioni e le scissioni, le apparizioni e le scomparse di partiti e movimenti. Insomma un gran guazzabuglio dove non capisci cosa è coda e cosa è testa.  E’ un segnale di continua emergenza politica? 

Le continue trasformazioni della politica italiana, dall’89 ai nostri giorni, (per fattori internazionali e interni), assieme alla sottovalutazione del fattore organizzazione (la democrazia senza un’organizzazione forte e trasparente è preda per i prepotenti), ha impedito il consolidamento di gruppi dirigenti stabili e, insieme, favorito la scalata dei Renzi e dei Calenda, espressioni di filiere poco chiare, che hanno usato il Partito come autobus per le proprie carriere personali. D’Alema non s’è occupato d’organizzazione, occupato a circondarsi di fedeli (che poi, in parte, da bravi pretoriani, gli hanno anche girato le spalle), Veltroni ha teorizzato il partito liquido fraintendendo Bauman: analizzare non significa teorizzare. L’unico segretario che s’è occupato del Partito è stato Fassino ma controvento: celebre la paginata di Staino su l’Unita con Fassino/Penelope che tesse la tela/partito e D’Alema che la disfa. I Segretari del PD han tentato di tenere insieme il Partito (tranne Renzi, com’è noto, che non ha rottamato solo la struttura di Partito ma ha contribuito a rottamare parti della grande stagione anni ’70 di riforme democratiche) ma con un Statuto che favoriva/favorisce i personalismi esasperati. Ma  ci torno più avanti. 

Per i nomi che citi, oltre ai segretari, dovrebbe essere normale che in un Partito si esprimano più voci: nei vecchi partiti era considerata una ricchezza. Oggi c’è una tendenza alla continua ricerca dell’uomo forte, alla citata personalizzazione favorita sia dai meccanismi elettorali istituzionali che da quelli di Partito. Avviene a livello internazionale. A mio avviso è insieme effetto e causa della crisi generale delle democrazie: non va assecondata, richiede interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture democratiche di partito (a quando una legge sui partiti?), Statuali e sovranazionali (questione che poneva Bobbio già tanti anni fa) anche a fronte degli imponenti processi di globalizzazione, prevalenza della finanza sulla politica, innovazione scientifica e tecnologica che hanno emarginato le politiche come arte della civile convivenza. Oggi i sondaggi danno la sfiducia nella politica dal 93 al 97%, in apparente contraddizione va a votare il circa 70% per contrapposizione di interessi, cordate, localismi, clientele, appartenenze varie nobili e meno, ideali residui. La stragrande maggioranza non considera la Politica un bene comune. Stesso fenomeno nel Partito. Uno dei pochi che si distingue per spirito di servizio e visione è Cuperlo, pur essendo stato del giro stretto di d’Alema è sopravvissuto molto bene

Come se ne esce? Sempre che se ne possa uscire.

Se ne esce, “a livello micro” smettendola di dileggiare i gruppi dirigenti ma spingendoli a lavorare in modo unitario e democratico, facendo funzionare i Circoli pretendendo che ogni riunione produca una posizione o una proposta politica che dev’essere portata agli organi superiori; superando gli andazzi per cui ogni dirigente tiene per sé il proprio sistema di relazioni invece di socializzarlo nel Partito, educando a una cultura politica per cui ci si impegna anche se si perdono o non si hanno ruoli pubblici o di partito, promuovendo temi/leggi/atti superando la cultura settaria che induce a non farlo per il timore che se li intesti qualche altro dirigente; “a livello macro” ascoltando ciò che pensano e chiedono cittadini e iscritti ma sapendo che le proposte politiche non ci si devono mai appiattire pena la corporativizzazione della società e devono invece avvalersi di una forte pedagogia politica, superando tutti i meccanismi istituzionali e di partito che esasperano i personalismi, assumendo la trasparenza a tutti i livelli come fondamento di una democrazia fondata sul suffragio universale e come condizione per recuperare la fiducia dei cittadini nella politica.

I partiti erano riferimenti culturali, adesso sono i nomi e cognomi riferimenti (del giro di, dell’area di, eccetera). Non credi che questo stia facendo danni dai quali è difficile uscirne?

In parte credo d’aver già risposto. Aggiungo che se nei nostri Circoli non si studia e si discute  di pace e di guerra, di globalizzazione, di recupero di una funzione alta della politica sopra la finanza e l’economia, dell’innovazione come strumento di liberazione ed emancipazione delle persone, della libertà come base primaria per avanzare verso maggior giustizia sociale eccetera, non ne usciamo. Le 8, otto! culture politiche che hanno fondato il PD dovrebbero, avrebbero dovuto, approfondire posizioni comuni e divergenti e lavorarci, trovare i punti di compromesso, trasformarli in proposte politiche.

A proposito di riferimenti culturali, io ricordo che i grandi temi della sinistra erano lavoro, scuola, sanità e poi la società civile portava la sinistra ad occuparsi dei diritti: il divorzio, l’aborto per dirne due.  Adesso il sindacato o il mondo della scuola sono quasi un corpo estraneo ai partiti della sinistra. Cosa abbiamo combinato?

Le sinistre, i progressisti, un pò in tutti i Paesi OCSE, hanno dato per acquisiti i fondamentali che citi tu (lavoro, sanità, istruzione, casa) che lo sono fattualmente, lo erano, per larga parte della popolazione, e certamente nelle Costituzioni. Una parte minoritaria ne era comumque ancora esclusa. I diritti civili sono diventati giustamente la nuova frontiera proprio nella fase in cui la globalizzazione toglieva dalla fame un miliardo e duecento milioni di persone nel mondo ma, contemporaneamente, a causa del suo intreccio con un neoliberismo sfrenato che ha contagiato anche le sinistre (Blair, Schroeder, un pezzo di PD), peggiorava e, in molti casi, precarizzava le condizioni di circa ottocentocinquanta milioni di persone dei Paesi sviluppati. A ciò  s’aggiunga il fatto d’aver lasciato alle destre la parola libertà.

Non volevo ma è obbligatorio parlarne: le primarie. Le prime furono accolte con grandissimo entusiasmo e partecipazione. Forse perché il vincitore già si conosceva? Non rischiano di diventare un rituale stanco e del tutto personalistico mettendo in secondo piano la visione, il programma, il futuro?

Non sono un fanatico delle primarie, credo che a questo punto andrebbero regolate per legge, tra l’altro come possibilità, non come obbligo. Però sono nello Statuto del Partito, ci sono più candidati, se non ci fosse di mezzo il virus sarebbero inevitabili. Credo che in questa situazione di precarietà si debba lavorare al programma e alla squadra di cui dovrebbero far parte tutti i candidati. Il gruppo dirigente (che a mio avviso ha lavorato bene, assieme alla coalizione), deve, con la squadra dei candidati, selezionare quello senza controindicazioni e con maggior potere di coalizione quale candidata/o a sindaco

In questi giorni ho letto interviste sulle prossime elezioni amministrative torinesi dove noti (a chi?) manager auspicano un sindaco amministratore delegato e cittadini clienti dell’amministrazione comunale. I 5 stelle han fatto scuola o, sotto sotto, c’è voglia di uomo forte al governo?

La mancanza di trasparenza, di risposte, induce certamente rabbia e disillusione e fa crescere la voglia dell’uomo forte. Salvini ci ha anche provato. Risposte concrete e pedagogia politica: non ci sono altre strade.

Facciamo un viaggio all’estero? Il PSE è scomparso, rapporti con i partiti democratici degli altri continenti anche. A me preoccupa, i temi della cooperazione, della pace, le migrazioni come fai ad affrontarli senza alleanze e confronti con partiti che dovrebbero avere un sentire comune?

Come sai sono fortemente impegnato, da anni, sui temi della pace e della politica internazionale: stiamo lavorando per creare un Forum dedicato, aperto a iscritti e non. Se ne occuperanno dei giovani molto bravi. C’è anche l’ambizione di provare a fondare a Torino una sezione del PSE, se sarà possibile. Tutto ciò fa parte del rapporto tra cultura e politica di cui tu giustamente auspichi il recupero. 

Come vedi la nascita di una federazione di sinistra che condivida valori imprescindibili e non tangibili? Oltre le unioni e gli ulivi. Qualcosa di strutturato e che possa durare.

E’ indispensabile e deve avere come base la ricerca e il confronto tra le culture politiche fondanti il PD e i Partiti e i movimenti che si vogliono federare. Ne accenno al fondo del punto 3. Un progetto politico di questo tipo richiede due condizioni: il riconoscimento che le diversità sono ricchezza, non disvalori e, cosa più difficile, una forte attenuazione dei personalismi (direi superamento ma poiché non sono un estremista mi accontento dell’attenuazione). Quindi dialogo, dialogo, ancora dialogo. Lo invoca anche Bergoglio..

Grazie Giorgio, spero che il tuo ruolo di militante e di politico appassionato non vada in estinzione, ed è anche per questo che ti dedico un libro che lessi qualche anno fa: In auto con Berlinguer di Alberto Menichelli (Wingsbert House Editore). Racconta un’era fa, ma qualcosa di quell’era dovremmo recuperare. Almeno la sobrietà e la generosità politica. Senza nostalgia, intristisce.


La foto sulla testata del post è mia, quella in evidenza sul sito è di Piero Chiariglione, militante fotografo di sinistra. Una bella persona che ci ha lasciati da pochissimo. Fai tante foto panoramiche Piero da lassù ora, noi cercheremo di migliorare il paesaggio da fotografare.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste possibili: Mimmo Carretta

Che noia mortale la musica andina, cantava Lucio Dalla. Che noia mortale gli articoli delle cronache torinesi sulle prossime elezioni amministrative, dico io che non sono Lucio Dalla e che la musica andina da ragazzo ascoltavo commuovendomi, ma questa è un’altra storia direbbe il famoso scrittore. La storia di adesso è un’intervista a Mimmo Carretta, segretario metropolitano del PD torinese, e di un mio commento su Facebook: “Si però che noia mortale queste interviste fotocopia quasi quasi te ne faccio una io”. E Daje, mi ha risposto Mimmo. E damose, dico io ed eccoci qua con qualche domanda.

Caro segretario, le domande che vi fanno girano intorno a due o tre questioni: le primarie, le alleanze e il tormentone con i 5 stelle sì oppure no? Le fanno a tutti sperando di sollevare polemiche e contrapposizioni. Non credi che le alleanze andrebbero cercate e fatte, soprattutto con gli elettori?

E’ interessante il tema che poni. La politica se vuole riconquistare quella centralità che ha smarrito deve sicuramente sforzarsi di cercare un rapporto più stretto, più sincero con gli elettori. Ma per farlo, per instaurare un legame di fiducia con i propri militanti, con i cittadini, con i partiti, con tutti quelli che decidono di dare un contributo è sempre  bene delineare il campo e definire  quelle che un tempo si sarebbero chiamate regole d’ingaggio. é sempre bene partire da un terreno comune fatto di valori, idee, speranze. un terreno comune che rende il percorso di cui parlavi, più chiaro, più semplice. In questo periodo, l’allargamento e il rapporto con la città passa attraverso il programma. Le facce le idee che dicono chi siamo, cosa vogliamo, dove vogliamo andare. Per fare questo lavoro bisogna ascoltare, raccogliere, mettersi in sintonia con i cittadini. Bisogna cioè saldare un’alleanza più intima con gli elettori e mettere in campo una squadra che non può essere solo il risultato di alleanze studiate a tavolino ma il risultato di qualcosa di più complesso. Detto questo la convergenza dei partiti, dei movimenti verso un progetto comune è sempre un bel segnale 

Agli elettori presenterete un programma che dirà ripartiamo da dove abbiamo lasciato o si immaginerà una città nuova, ripensata alla luce di cosa è successo in questi mesi e a quell’orologio che dice che restano pochi minuti alla fine? 

La città ha bocciato già una volta il “dove abbiamo lasciato”. la spinta propulsiva delle giunte Castellani, Chiamaprino Fassino si era esaurita e noi nel 2016 non l’abbiamo capito. Abbiamo cioè  riproposto una vecchia ricetta che non era più sostenibile, non era più digeribile da una città che dal punto di vista demografico, sociale, economico non era più quella di ventanni prima. Quella di oggi è diversa anche alla Torino del gennaio del 2020,  quindi ricette nuove, interventi strutturali per ridisegnare Torino. Dobbiamo trasformare il distanziamento fisico in opportunità, valorizzare quella prossimità di persone, di servizi, nei trasporti, nel lavoro che genEra appunto opportunità nuove. Una sfida complicata, ma la generazione covid, quella che ha visto cancellare un passato che non tornerà più, dovrà farsi trovare pronta. 

Mi dici una cosa positiva, non te ne chiedo di più perché tanto non le diresti, che lascerà l’amministrazione Appendino?

Sono sarcastico: spero, la consapevolezza nei cittadini che per governare ci vogliono competenza e capacità di ascolto e che uno non vale uno: aL lavoro, a scuola, in politica.  

Mimmo, cosa vuol dire candidato di sintesi? Uno buono per tutti o uno bravo a gestire una squadra e rappresentativo di un programma? Faccio un esempio, se la vocazione della città è diventare città universitaria e della cultura penso ad un certo profilo di candidato, se è la riqualificazione urbana e lo sviluppo tecnologico ad un altro. 

Innanzitutto  bravo a gestire una squadra. Una squadra di manovali che dovra ricostruire dalle fondamenta. Cultura, lavoro, vocazione universitaria, assistenza sono tessere di un puzzle complesso, articolato.  Quello che abbiamo davanti è uno sforzo collettivo, non servono primedonne o salvatori della Patria, servono persone umili consapevoli di avere davanti uno sforzo immane  C’è bisogno di equibrio, capacità di dirigere, interagire.  

La consiliatura in corso ha visto cose strane nel PD, persone elette nel PD fare campagna elettorale per Fratelli d’Italia, alcuni finirci proprio, passare dal PD a moderati e poi liste civiche. Io stesso ne sono uscito restando però, come dire, amico leale. In consiglio comunale c’è il caso Scanderebech. Cambierà il criterio di selezione dei futuri candidati?

La selezione della classe dirigente, o meglio la mancata selezione della classe dirigente è uno dei mali peggiori della politica. Dobbiamo imparare a dire no, a dispensare con più energia quei no che aiutano a crescere: i singoli, la comunità. Vuoi fare il consigliere regionale? Mi dispiace non sei pronto, matura e fai gavetta, ci vediamo tra qualche anno.  Invece abbiamo travolto, tutti,  i corpi intermedi di sì. Sì a chiunque, a prescindere e in tempi rapidi. Poi ci mancava la buriana dell’antipolitica che ha svilito ancora di più i percorsi virtuosi. Per rimetteresi in linea c’è bisogno di resituire autorevolezza ai gruppi dirigenti e di affidarsi alle loro scelte.  C’è bisogno di “premiare”. Strappiamo alle destre il valore della meritocrazia, che è un valore di sinistra nato nell’800 per scardinare il baronaggio. 

Questa è una città che soffre, ci sono gli ultimi e gli ultimissimi. Durante il lockdown è stato necessario portare cibo alle famiglie. Saranno, gli ultimi e gli ultimissimi, uno dei temi del programma elettorale?

La questione sociale deve attraversare come una lama tutte le riflessioni, le soluzioni  che penseremo dimettere in campo per ogni ambito. La situazione è allarmante, la città rischia di spaccarsi in due, in tre in quattro.  Bisogna proteggere, salvare il salvabile ricostruire un nuovo modo scusa la brutalità del termine di” assistere”, negli ultimi anni gli slogan si sono frantumati con la realtà. Quando dico ogni ambito, dico proprio ogni ambito. Pensiamo ad esempio a un tema che può sembrare anni luce distante dalla questione sociale: i trasporti. garantire a tutti la possibilità di spostarsi, di vivere, di respirare, di interagire, passa anche attraverso riflessioni strutturali sulla riorganizzazione del trasporto pubblico e non solo. Tutti dovranno godere del diritto di muoversi ……

Avrei tantissime altre domande da farti ma non ti disturbo oltre, fa ancora caldo e poi io sono in vacanza e sto (ri)leggendo Gianni Mura che racconta di ciclismo dove i campioni senza una squadra forte, capace di sacrificarsi, non sarebbero stati mai campioni.
Vado a finire di leggere Gianni Mura. Un abbraccio e ricordati di quella suora che racconta Bruce.

Ps: non ti ho chiesto dei 5 stelle… posso dirti cosa penso io: si facciano prima una bella scissione, alcuni di qua altri di la e poi ne parliamo. In fondo una scissione non si nega a nessuno.