Augusto Montaruli

Più partito meno leader

Non si fa in tempo a festeggiare che a sinistra arriva il tormentone delle primarie. 

Eppure il voto al referendum ha dimostrato quanto contino i contenuti. Soprattutto il voto dei giovani lo ha dimostrato, giovani che di solito non votano ma questa volta sono andati alle urne e sono stati determinanti.

Eppure la storia recente dovrebbe aver dimostrato che i presunti leader salvatori della patria e della causa dopo un picco di gradimento altissimo (Renzi, Salvini, Grillo and co., fra un po Meloni) arriva la picchiata in basso.

Allora santo cielo, le primarie si facciano, se proprio si devono fare, sui contenuti. Si trovi la sintesi e il leader, o meglio il candidato presidente del consiglio, lo scelgano gli elettori con il voto.

E i contenuti che tengono insieme una coalizione non è così complicato trovarli. Li conosco persino io e pure quei giovani che, magari, forse, torneranno a votare.

E non è nostalgia dei partiti che furono ma è voglia di partiti che saranno.
Comunque e per forza di cose, i partiti, meglio più europei che più italiani. 


L’analisi delle sconfitte

– Un consigliere della circoscrizione eletto con i 5 stelle spesso arriva in consiglio con una felpa della FIOM (sindacato metalmeccanici CGIL), da poco quel consigliere ha abbandonato il movimento per aderire a VOX Italia. Vox Italia è il partito il cui slogan è “valori di destra, idee di sinistra” e il cui fondatore e ispiratore è Diego Fusaro.  

– Erano gli anni 90 quando un mio collega in trasferta con me a Roma si lamentava perché non veniva considerato dai colleghi romani. Lui a Roma ci andava “arredato” da vero leghista: spillette, sfondo del pc, tappetino del mouse. Della Lega era sindaco in un comune della Brianza. Oltre ai gadget leghisti aveva sempre con se le sue numerose tessere del PC (aveva ragione D’Alema). Credo che oggi quel collega sarebbe invitato a pranzo dai suoi colleghi romani.

– Un giornalista de La Stampa, Guido Tiberga che stimo, tutti i giorni pubblica un post su Facebook dedicandolo ai commenti che legge sugli articoli del giornale per il quale lavora: negazionisti, populisti eccetera eccetera. 

Consigliere con la felpa FIOM, collega con le tessere del PC in tasca, commentatori vari erano parte dell’ormai lontano e mitico popolo della sinistra. Quello vero e non quello del centro aulico e dei quartieri bene.

Qualcosa è successo, ma abbiamo fatto finta di niente. Anzi abbiamo fatto di peggio, quelle persone le abbiamo prese per il culo sentendoci superiori. E non ci siamo mai fermati a riflettere su cosa stesse succedendo e cioè la vera sconfitta della sinistra. Una sconfitta culturale prima che politica alle elezioni. 

E’ la sconfitta dei partiti, dei sindacati, delle istituzioni che hanno perso autorevolezza e credibilità. 

Analisi delle sconfitte riguarda anche i giornali, caro Tiberga, che qualche titolone sparato a caso potrebbero risparmiarselo.

Nessuno si senta escluso.

Un bel po’ di segnali li abbiamo avuti, quello che è successo a Washington può succedere anche qui. 

Le interviste urgenti: Federico Fornaro, deputato

La pandemia è una sorta di cartina di tornasole che ha evidenziato e aumentato i drammi sociali, un sistema economico e ambientale che non regge più da tempo ormai. I poveri stanno aumentando drammaticamente e non si può vivere di pacchi alimentari che decine e decine di volontari del mondo laico e confessionale stanno distribuendo. L’ascensore sociale è come il treno dei desideri della canzone di Conte (avvocato anche lui ma artista e non primo ministro). Il commercio di prossimità in crisi rischia di desertificare i quartieri delle città. La politica regge l’emergenza, ma non mi sembra si assuma la responsabilità di progettare il futuro. Se lo fa non si percepisce.

Giro queste mie considerazioni a Federico Fornaro, capogruppo LeU in Parlamento, con il quale condivido una tessera di partito (Articolo 1), un passato nella stessa azienda (la Giulio Einaudi editore) e un luogo tra il Piemonte e la Liguria che fu dimora di Terracini.

Federico cominciamo con l’ascensore sociale. Le possibilità che un figlio di operai possa laurearsi ed aspirare ad una professione diversa da quella dei genitori stanno drammaticamente diminuendo. Non pensi sia il dato più preoccupante?

Insieme al drammatico allargamento dell’area della povertà a partire dalla crisi del 2008, il blocco del cosiddetto “ascensore sociale” è certamente uno dei fattori di diseguaglianza maggiori e più preoccupanti della nostra società. È inaccettabile che se entrassimo oggi in un reparto maternità e trovassimo due mamme, sulla base del livello di reddito e di percorso scolastico loro e del marito, saremmo in grado di stimare, con buona approssimazione, quale sarà il futuro lavorativo e il reddito dei due neonati. Far ripartire l’ascensore sociale dovrebbe essere il primo punto dell’agenda di una moderna sinistra.

I fondi europei oltre che a rimettere in piedi la sanità dovrebbero creare lavoro innanzitutto, ma non pensi che il lavoro sia da ripensare? Nel senso che non può essere come prima.

Dopo il Covid 19 nulla sarà come prima, perché questa pandemia ha messo in discussione le nostre (false) certezze e esasperato tutti i nodi irrisolti a cominciare proprio dalla frammentazione dei contratti che regolano il mercato del lavoro e dalla farraginosità del sistema degli ammortizzatori sociali. In troppi settori precarietà è sinonimo di una parola che dovremmo ricominciare ad usare maggiormente perché fotografa purtroppo la realtà. Questa parola é sfruttamento. La rivoluzione digitale, poi, torna a riportare nell’agenda politica il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e stipendio. Ripartire dal lavoro è quindi assolutamente urgente e necessario: un lavoro giusto ed equo.

Alla luce della pandemia, non pensi debbano essere riviste le competenze delle regioni a partire dalla sanità?

Non bisogna dimenticare, come invece avviene nell’odierno dibattito pubblico, che la competenza delle Regioni in materia sanitaria risale alla legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale del 1978 e non alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001. L’emergenza sanitaria Covid 19 ci dice che non possiamo permetterci il lusso di avere 21 sistemi sanitari con differenti modelli e differenti standard di qualità dei servizi erogati ai cittadini. La soluzione è quella di un un ruolo forte dello Stato negli indirizzi, nei protocolli e nei controlli fermo restando la competenza regionale. Credo invece che si debba fare un bilancio critico della scelta di aziendalizzazione, ovvero del modello fondato sulle Aziende sanitarie locali che hanno favorito la competizione a danno della collaborazione cooperativa.

A proposito di lavoro, le città possono essere volano di sviluppo provando a ripensarle partendo dalla sostenibilità e dai servizi di prossimità (commercio compreso)

Da tempo le città sono il motore dello sviluppo e dell’innovazione. La politica deve però lavorare a “ricucire” la frattura crescente con le aree periferiche e marginali. La sfida della sostenibilità non può che partire dalle città e in questa prospettiva, legata anche all’invecchiamento della popolazione, i servizi di prossimità (commercio compreso) possono e devono svolgere un ruolo fondamentale e strategico, a condizione di accettare la sfida dell’innovazione e della centralità del cliente consumatore responsabile.

Tornando nei tuoi luoghi, quella zona del Piemonte (bellissima per inciso) è stata oggetto di frane ed esondazioni. Riusciremo con i fondi europei ad iniziare finalmente a mettere in sicurezza il territorio?

Non abbiamo alternative. Senza un grande piano di cura del nostro territorio fragile e malato ad ogni pioggia saremo a contare danni materiali e non solo. I fondi del Recovery plan devono servire anche a finanziare questi investimenti per la messa in sicurezza di rii, torrenti, fiumi, colline e montagne. 

A proposito di frane ed esondazioni, se il PD è un pullman dove si sale e si scende, a sinistra del PD se non è un pullman è un pulmino. Serve più generosità politica e, soprattutto, come vedi una federazione di sinistra che condivida valori irrinunciabili?

Nel passato le federazioni a sinistra (e non solo) non hanno mai funzionato. La questione su cui interrogarsi è un’altra: qual è la dimensione organizzativa e politica ottimale per affrontare le questioni epocali evidenziate anche in questa intervista. Non credo che la frammentazione attuale sia la risposta migliore e più efficace, così come lo stesso Pd non ha certo raggiunto gli obiettivi che si era dato alla sua fondazione nel 2007. Sarebbero necessari umiltà e generosità: merci rare di questi tempi.

Infine ti ricordo la questione degli irreperibili, gli ultimi degli ultimi. Cancellate quella legge, diamo la possibilità di rifarsi una vita a chi adesso dorme sotto i ponti. 

La riscrittura dei decreti sicurezza rappresenta un passaggio fondamentale per un cambio nella gestione delle politiche d’accoglienza, superando una logica, quella della Lega di Salvini, interessata ad alimentare le paure e non certo dare risposte a una sfida epocale come quella dei flussi migratori. All’interno di questa nuova cornice è necessario affrontare anche il problema degli irriperibili: è una questione di civiltà non semplicemente politica.

Tu hai scritto un libro su un giovanissimo partigiano: “Aria di Libertà – Storia di un partigiano bambino” (Le Mani editore). Un libro commovente e che racconta la scelta di un giovanissimo partigiano.

 

Per restare in argomento ti dedico un’altra scelta, quella raccontata da Tierno Monénembo con il suo romanzo “Il terrorista nero” (Nuova Editrice Berti). E’ la storia Addi Bâ Mamadou, guineano che fu tra i primi maquisards dei Vosgi. Come sai le scelte giuste non hanno età e nemmeno colore.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste urgenti: Giorgio Ardito, militante di sinistra

In fatto di emergenza anche i partiti di sinistra non scherzano, troppo presi dal presente per immaginare il futuro. Governo di emergenza è uno dei classici degli ultimi 30 anni (Dini, Monti, alleanze larghe, nazareni, giallo rossi…).  Governi e alleanze che nascono per “evitare che”. Il tempo o forse la predisposizione di governi e alleanze per costruire il futuro non ne abbiamo visti salvo qualche sofferto tentativo. Questa predisposizione un po’ masochista rischiamo di vederla anche nelle amministrazione locali.

Ne parliamo con Giorgio Ardito. Giorgio è stato segretario del PC di Torino, assessore provinciale, amministratore di aziende partecipate. E’ soprattutto, come lo definisco nel titolo certo di farlo felice, militante. Non ha mai smesso di esserlo. Vederlo volantinare è scuola di partito oltre che molto godibile.

Giorgio eccoci con la prima domanda, è lunga per colpa dell’elenco.

Proviamo a fare l’elenco, dal 2007, anno di fondazione, il Partito Democratico ha avuto Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi , Renzi bis, Martina, Zingaretti. Otto segretarie in 13 anni. Leader o aspiranti leader della sinistra allargata se ne contano in questi ultimi venti anni decine: i sette citati prima, Prodi, Rutelli, Bertinotti, Cuperlo, Civati, Letta, Vendola poi altri a furor di popolo che il popolo poi abbandona. Berlinguer fu segretario del Partito Comunista dal 1969 al 1983, anno della sua scomparsa: 13 anni mal contati. Poi ci sono le unioni e le scissioni, le apparizioni e le scomparse di partiti e movimenti. Insomma un gran guazzabuglio dove non capisci cosa è coda e cosa è testa.  E’ un segnale di continua emergenza politica? 

Le continue trasformazioni della politica italiana, dall’89 ai nostri giorni, (per fattori internazionali e interni), assieme alla sottovalutazione del fattore organizzazione (la democrazia senza un’organizzazione forte e trasparente è preda per i prepotenti), ha impedito il consolidamento di gruppi dirigenti stabili e, insieme, favorito la scalata dei Renzi e dei Calenda, espressioni di filiere poco chiare, che hanno usato il Partito come autobus per le proprie carriere personali. D’Alema non s’è occupato d’organizzazione, occupato a circondarsi di fedeli (che poi, in parte, da bravi pretoriani, gli hanno anche girato le spalle), Veltroni ha teorizzato il partito liquido fraintendendo Bauman: analizzare non significa teorizzare. L’unico segretario che s’è occupato del Partito è stato Fassino ma controvento: celebre la paginata di Staino su l’Unita con Fassino/Penelope che tesse la tela/partito e D’Alema che la disfa. I Segretari del PD han tentato di tenere insieme il Partito (tranne Renzi, com’è noto, che non ha rottamato solo la struttura di Partito ma ha contribuito a rottamare parti della grande stagione anni ’70 di riforme democratiche) ma con un Statuto che favoriva/favorisce i personalismi esasperati. Ma  ci torno più avanti. 

Per i nomi che citi, oltre ai segretari, dovrebbe essere normale che in un Partito si esprimano più voci: nei vecchi partiti era considerata una ricchezza. Oggi c’è una tendenza alla continua ricerca dell’uomo forte, alla citata personalizzazione favorita sia dai meccanismi elettorali istituzionali che da quelli di Partito. Avviene a livello internazionale. A mio avviso è insieme effetto e causa della crisi generale delle democrazie: non va assecondata, richiede interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture democratiche di partito (a quando una legge sui partiti?), Statuali e sovranazionali (questione che poneva Bobbio già tanti anni fa) anche a fronte degli imponenti processi di globalizzazione, prevalenza della finanza sulla politica, innovazione scientifica e tecnologica che hanno emarginato le politiche come arte della civile convivenza. Oggi i sondaggi danno la sfiducia nella politica dal 93 al 97%, in apparente contraddizione va a votare il circa 70% per contrapposizione di interessi, cordate, localismi, clientele, appartenenze varie nobili e meno, ideali residui. La stragrande maggioranza non considera la Politica un bene comune. Stesso fenomeno nel Partito. Uno dei pochi che si distingue per spirito di servizio e visione è Cuperlo, pur essendo stato del giro stretto di d’Alema è sopravvissuto molto bene

Come se ne esce? Sempre che se ne possa uscire.

Se ne esce, “a livello micro” smettendola di dileggiare i gruppi dirigenti ma spingendoli a lavorare in modo unitario e democratico, facendo funzionare i Circoli pretendendo che ogni riunione produca una posizione o una proposta politica che dev’essere portata agli organi superiori; superando gli andazzi per cui ogni dirigente tiene per sé il proprio sistema di relazioni invece di socializzarlo nel Partito, educando a una cultura politica per cui ci si impegna anche se si perdono o non si hanno ruoli pubblici o di partito, promuovendo temi/leggi/atti superando la cultura settaria che induce a non farlo per il timore che se li intesti qualche altro dirigente; “a livello macro” ascoltando ciò che pensano e chiedono cittadini e iscritti ma sapendo che le proposte politiche non ci si devono mai appiattire pena la corporativizzazione della società e devono invece avvalersi di una forte pedagogia politica, superando tutti i meccanismi istituzionali e di partito che esasperano i personalismi, assumendo la trasparenza a tutti i livelli come fondamento di una democrazia fondata sul suffragio universale e come condizione per recuperare la fiducia dei cittadini nella politica.

I partiti erano riferimenti culturali, adesso sono i nomi e cognomi riferimenti (del giro di, dell’area di, eccetera). Non credi che questo stia facendo danni dai quali è difficile uscirne?

In parte credo d’aver già risposto. Aggiungo che se nei nostri Circoli non si studia e si discute  di pace e di guerra, di globalizzazione, di recupero di una funzione alta della politica sopra la finanza e l’economia, dell’innovazione come strumento di liberazione ed emancipazione delle persone, della libertà come base primaria per avanzare verso maggior giustizia sociale eccetera, non ne usciamo. Le 8, otto! culture politiche che hanno fondato il PD dovrebbero, avrebbero dovuto, approfondire posizioni comuni e divergenti e lavorarci, trovare i punti di compromesso, trasformarli in proposte politiche.

A proposito di riferimenti culturali, io ricordo che i grandi temi della sinistra erano lavoro, scuola, sanità e poi la società civile portava la sinistra ad occuparsi dei diritti: il divorzio, l’aborto per dirne due.  Adesso il sindacato o il mondo della scuola sono quasi un corpo estraneo ai partiti della sinistra. Cosa abbiamo combinato?

Le sinistre, i progressisti, un pò in tutti i Paesi OCSE, hanno dato per acquisiti i fondamentali che citi tu (lavoro, sanità, istruzione, casa) che lo sono fattualmente, lo erano, per larga parte della popolazione, e certamente nelle Costituzioni. Una parte minoritaria ne era comumque ancora esclusa. I diritti civili sono diventati giustamente la nuova frontiera proprio nella fase in cui la globalizzazione toglieva dalla fame un miliardo e duecento milioni di persone nel mondo ma, contemporaneamente, a causa del suo intreccio con un neoliberismo sfrenato che ha contagiato anche le sinistre (Blair, Schroeder, un pezzo di PD), peggiorava e, in molti casi, precarizzava le condizioni di circa ottocentocinquanta milioni di persone dei Paesi sviluppati. A ciò  s’aggiunga il fatto d’aver lasciato alle destre la parola libertà.

Non volevo ma è obbligatorio parlarne: le primarie. Le prime furono accolte con grandissimo entusiasmo e partecipazione. Forse perché il vincitore già si conosceva? Non rischiano di diventare un rituale stanco e del tutto personalistico mettendo in secondo piano la visione, il programma, il futuro?

Non sono un fanatico delle primarie, credo che a questo punto andrebbero regolate per legge, tra l’altro come possibilità, non come obbligo. Però sono nello Statuto del Partito, ci sono più candidati, se non ci fosse di mezzo il virus sarebbero inevitabili. Credo che in questa situazione di precarietà si debba lavorare al programma e alla squadra di cui dovrebbero far parte tutti i candidati. Il gruppo dirigente (che a mio avviso ha lavorato bene, assieme alla coalizione), deve, con la squadra dei candidati, selezionare quello senza controindicazioni e con maggior potere di coalizione quale candidata/o a sindaco

In questi giorni ho letto interviste sulle prossime elezioni amministrative torinesi dove noti (a chi?) manager auspicano un sindaco amministratore delegato e cittadini clienti dell’amministrazione comunale. I 5 stelle han fatto scuola o, sotto sotto, c’è voglia di uomo forte al governo?

La mancanza di trasparenza, di risposte, induce certamente rabbia e disillusione e fa crescere la voglia dell’uomo forte. Salvini ci ha anche provato. Risposte concrete e pedagogia politica: non ci sono altre strade.

Facciamo un viaggio all’estero? Il PSE è scomparso, rapporti con i partiti democratici degli altri continenti anche. A me preoccupa, i temi della cooperazione, della pace, le migrazioni come fai ad affrontarli senza alleanze e confronti con partiti che dovrebbero avere un sentire comune?

Come sai sono fortemente impegnato, da anni, sui temi della pace e della politica internazionale: stiamo lavorando per creare un Forum dedicato, aperto a iscritti e non. Se ne occuperanno dei giovani molto bravi. C’è anche l’ambizione di provare a fondare a Torino una sezione del PSE, se sarà possibile. Tutto ciò fa parte del rapporto tra cultura e politica di cui tu giustamente auspichi il recupero. 

Come vedi la nascita di una federazione di sinistra che condivida valori imprescindibili e non tangibili? Oltre le unioni e gli ulivi. Qualcosa di strutturato e che possa durare.

E’ indispensabile e deve avere come base la ricerca e il confronto tra le culture politiche fondanti il PD e i Partiti e i movimenti che si vogliono federare. Ne accenno al fondo del punto 3. Un progetto politico di questo tipo richiede due condizioni: il riconoscimento che le diversità sono ricchezza, non disvalori e, cosa più difficile, una forte attenuazione dei personalismi (direi superamento ma poiché non sono un estremista mi accontento dell’attenuazione). Quindi dialogo, dialogo, ancora dialogo. Lo invoca anche Bergoglio..

Grazie Giorgio, spero che il tuo ruolo di militante e di politico appassionato non vada in estinzione, ed è anche per questo che ti dedico un libro che lessi qualche anno fa: In auto con Berlinguer di Alberto Menichelli (Wingsbert House Editore). Racconta un’era fa, ma qualcosa di quell’era dovremmo recuperare. Almeno la sobrietà e la generosità politica. Senza nostalgia, intristisce.


La foto sulla testata del post è mia, quella in evidenza sul sito è di Piero Chiariglione, militante fotografo di sinistra. Una bella persona che ci ha lasciati da pochissimo. Fai tante foto panoramiche Piero da lassù ora, noi cercheremo di migliorare il paesaggio da fotografare.

Qui le altre interviste: elenco

Le interviste possibili: Gianguido Passoni

Dopo Mimmo Carretta di nuovo un politico. Tocca a Gianguido Passoni, fieramente di sinistra ed ex assessore al bilancio delle giunte Chiamparino e Fassino e oggi presidente della Fondazione Gramsci – Polo del 900. 

Nel mio ruolo di coordinatore allo sport nella passata consiliatura chiedemmo a Gianguido di risolvere un problema grande come una casa, anzi come una piscina una palestra e un circolo. Si trattava di risolvere la questione demaniale dell’area Parri e di, finalmente, accatastare il circolo Garibaldi. Non ci fu bisogno di atti formali, qualche telefonata e una riunione bastarono. La riqualificazione di quella zona partì da lì. La giunta Appendino mandò la Seymandi che per fortuna dopo un po’ se ne tornò a casa.  

Allora Gianguido cominciamo con una domanda sul Movimento (per rispetto uso la maiuscola), le 5 stelle stanno a significare: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. A prescindere da quanto brillino, non credi manchi una stella rossa? Quella della giustizia sociale.

In verità credo che degli slogan dei 5 stelle sia rimasto ben poco. Misurati a governare alcune città e il Paese sono emersi piuttosto per l’assistenzialismo, il giacobinismo, l’impreparazione, la demagogia e un mal celato sovranismo. Ma penso che il più grande errore culturale del Movimento sia quello di non aver compreso che con le politiche assistenzialiste non si persegue una maggiore equità sociale. È per questa ragione, prima tra le altre, che credo che i 5 stelle non possano essere considerati una forza progressista. Temi quali la crescita, l’ambiente e il lavoro sono stati  marginalizzati e – senza questi – la giustizia sociale è solo una chimera.

Dicevamo a prescindere da quanto brillino le stelle cosa è rimasto di questa strana costellazione? Sono cadute tutte dopo la presa del potere in multiproprietà con Salvini prima e Zingaretti dopo? 

Ad un anno circa dalla caduta del governo giallo-verde, mi pare evidente che ben poco dello scempio fatto in quella fase sia stata rimosso o superato: i decreti Salvini stanno lì, le riforme non sono mai partite e le politiche assistenzialiste si sono rafforzate e non certo per il solo Covid. Ora sono apparsi pure alcuni condoni e il sostanziale abbandono della lotta all’evasione fiscale. Pare un approccio culturale, quello che anima il nuovo governo giallo rosso, che confida nel fatto che le sole erogazioni bastino a dare un futuro al Paese. Eppure, ottant’anni di cultura di sinistra italiana ci hanno spiegato che per redistribuire il reddito e per dare uguaglianza, deve essere generato un “valore”, con il lavoro e con il progresso della società. Nessun Paese al mondo che voglia sopravvivere a se stesso e abbia a cuore il futuro delle prossime generazioni può pensare di redistribuire solo il deficit. Vedo, e ne sono sorpreso negativamente, un M5s “democristianizzato” per mantenere il potere, e un PD che ha ceduto, sul piano culturale, ad alcune prassi e metodi grillini. 

Chiara Appendino la ricorderemo con una statua dedicata al monopattino o resterà altro?

La Sindaca di Torino ha illuso (chi le ha creduto) e poi ha deluso (la gran parte dei cittadini). Difficile davvero ricordare qualcosa di significativo fatto in questi anni, ad eccezione delle finali ATP che arriveranno nel 2021 e che dobbiamo all’appoggio governativo. Ma del resto, se la sua stessa pagina ufficiale sui social celebra un giorno sì e uno no il progresso della città tramite buche stradali tappate e marciapiedi riasfaltati, vuol proprio dire che siamo nel regno delle piccole cose. Una Torino così ferma non la si vedeva dalla fine degli anni 80. Il suo ricordo sbiadirà presto, come la sua vernice sull’asfalto rattoppato.

Bene, adesso parliamo di sinistra. A te piacciono i film western? A me molto. Lo dico perché la sinistra, di cui tu sei autorevole esponente, mi sembra la nazione Dakota dei nativi americani. Tante tribù che se le suonavano di santa ragione: si rubavano i cavalli, le squaw, i bisonti..poi una volta uniti hanno dato una lezione memorabile a quel fuori di testa di Custer. Ma la sinistra ha bisogno di un Toro Seduto che convochi tutti a un gran consiglio?

La crisi della Sinistra non passa solo dalle molte, troppe tribù. Vedo molta confusione sui valori. Continuo a pensare che il nostro obiettivo sia far stare meglio le persone, i lavoratori; la generazione successiva deve avere più tutele e diritti di quella precedente. Oggi la sinistra è più votata tra i pensionati che tra i lavoratori, dipendenti o autonomi che siano. Più votata in centro che nelle barriere. E’ da tempo sintomo di marginalità. 

Temo che a sinistra la lettura economico-sociale della realtà sia ferma al novecento. Storicamente la sinistra è stata egemone quando ha letto (collettivamente o tramite grandi pensatori) il presente più in fretta dei propri antagonisti di classe. In questo momento mancano sia i grandi pensatori che un collettivo pensante. E sono anni che si invoca unità per “battere le destre”. Tuttavia, senza un pensiero, una identità, una lettura condivisa delle sfide del ventunesimo secolo prima o poi Custer vincerà davvero.

Secondo me in politica prevalgono più i destini personali rispetto a quelli collettivi, la causa si diceva una volta. Secondo te?

Concordo con te. Siamo prossimi ad un Referendum per la riduzione della rappresentanza parlamentare: se valesse di più la “causa”, si aumenterebbe la rappresentanza: basterebbe reintrodurre il voto di preferenza nelle liste elettorali oggi bloccate, senza toccare i numeri. Invece la sopravvivenza dei “destini personali” delle leadership fanno sì che gli attuali gruppi dirigenti si perpetuino in eterno.

Credo però vada introdotto un ulteriore elemento di riflessione: è sempre più difficile trovare le motivazioni per occuparsi di politica. Negli ultimi decenni, infatti, l’impegno politico e la professione politica sono stati largamente delegittimati e sono stati indicati come il luogo di malaffare. Conseguenza di diretta di questo atteggiamento è stato il progressivo abbassamento del livello del personale politico e l’ulteriore perdita di autorevolezza delle assemblee rappresentative.

Per paradosso chi ha contribuito – direttamente ed indirettamente – a riempire il parlamento di profili largamente inadeguati e impreparati, oggi guida una crociata contro i parlamentari e ne chiede la drastica diminuzione.

Per tutte queste ragioni voterò convintamente NO.

Torniamo a Torino, mi dici tre (se poi sono cinque va bene lo stesso) qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco?

Autorevole, esperto, aperto e che sappia fare squadra. Aggiungerei, se possibile, con una buona cultura e progressista.

Sempre restando a Torino, tre cose sulle quali si dovrebbe puntare?

La prima cosa è una ricetta per lo sviluppo. Il punto non è se Torino avrà più o meno abitanti. Il punto che è che Torino è sempre più povera, più vecchia, più marginale nel Paese. Il vecchio piano strategico è, appunto, vecchio.

La seconda è la scelta, attenta, di alcuni nuovi grandi investimenti strutturali pubblici. Trent’anni fa l’abbassamento del piano del ferro (il passante ferroviario) ha ridisegnato la mobilità e l’urbanistica di Torino, ma ha liberato a sua volta centinaia di milioni di euro di risorse per investimenti privati; poi la metro. Ma si parla di miliardi di investimenti, in 25 anni. Oggi si litiga ancora sulla seconda linea di metro e non si finisce la 1. Invece il perimetro dei nuovi interventi dovrà essere l’area metropolitana, per almeno 2 milioni di abitanti. La Torino del futuro sarà meno “densa”, ma dovrà essere efficiente nella mobilità stradale, ferrotranviaria e ciclistica.

La terza sono l’occupazione e il welfare, come il sociale, sport compreso, verso i giovani e per una città che invecchia rapidamente. Gli spazi ci sono, anche nel pubblico. Con la Appendino i servizi pubblici sono stati praticamente azzerati, le utilities pubblico-private si sono disimpegnate. La prima cosa da fare è assumere qualche migliaio di lavoratori nei servizi. Pensate, ad esempio, all’anagrafe, per ridare dignità a quelli che una volta erano servizi di punta e che sono diventati lo zimbello nazionale. 

Adesso ti chiedo una cosa che ti può sembrare “foravia”, cosa ne pensi della bellezza? Mi spiego, non credi che dovrebbe essere un diritto di tutti e non solo di chi abita in centro? 

Dovrebbe essere così. Il tema del cosiddetto “diritto alla bellezza” è dibattuto. Ma pur da posizioni “materialiste”, se è vero che ogni uomo sa produrre e sa conferire ad ogni oggetto la misura inerente, anche secondo le leggi della bellezza, quando ne viene privato credo si impoverisca. Quindi il bello non è sempre indispensabile, ma certamente è un grande aiuto!

Queste “interviste” le concludo sempre citando un libro. A te tocca Parigi nel XX secolo di Giulio Verne dove l’autore descrive una società che non ha bisogno di letterati, musicisti. Bastano gli ingegneri e il libro mastro è il libro sacro. Tu che sei stato assessore al bilancio e di libri mastri te ne intendi: questo rischio lo corriamo? Da Monti a Draghi senza terre di mezzo, che sembra proprio una trama fantasy. Meglio il western?

Accetto la provocazione, ma nella realtà temo di più una classe dirigente improvvisata e casuale che tecnocratica. Entrambe, tuttavia, rischiano si assomigliarsi, nello svuotamento dei valori, nel discredito in cui è tenuta la vera cultura, nella qualità precaria dei rapporti umani sempre più divisi da macchine (hardware o software) meno appariscenti di quelle di Verne, ma ugualmente pericolose.

Ho sempre creduto che solo la contaminazione tra culture sia il giusto antidoto all’appiattimento e ho cercato di applicare questo principio prima di tutto a me stesso. Approdato, quasi alieno, agli studi economici direttamente dal liceo classico D’Azeglio, lo rifare altre cento volte.

Grazie per la chiacchierata.

Odiamo gli indifferenti? Anche se siamo noi?

senza fissa dimora ginzburg

Qualcuno si indigna e costituisce comitati perché pensa sia una questione di decoro urbano, soprattutto in centro che c’è lo shopping.

Ma c’è un altro decoro, nel caso lo si fosse dimenticato o lo si ignori, entrambe le ipotesi sono possibili allo stato attuale. Mi riferisco a quel “decoro” previsto dalla Costituzione. 

Proviamo con questo?

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita`, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarieta` politica, economica e sociale. (Articolo 2 – Principi fondamentali)

O con questo?

Tutti i cittadini hanno pari dignita` sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. (Articolo 3 – Principi fondamentali)

E altri ancora ci sarebbero, ma alcuni direbbero:

Che noia questa Costituzione, che noia questi buonisti che un giorno sì e un giorno no ci si appellano (o aggrappano?). Vero? Il fatto è che questi qui, che si accampano nei giardini, nei dehors e sotto i portici, ci rovinano il business, non fan decoro. Sì, lo sappiamo non son tutti stranieri, moltissimi sono italiani (prima gli italiani, vabbè dipende…).

Seriamente adesso:

La cosa sta sfuggendo di mano, le persone (PERSONE) che si “accampano” stanno diventano tante, troppo per un paese civile. Anziani e giovani.

Molti fan finta di non vedere, alcuni danno loro da mangiare, con discrezione quando dormono. Associazioni e chiese si dannano l’anima.

E’ la politica che è assente, drammaticamente assente. La politica delle mie parti.   L’altra meglio non chiamarla in causa.

A me piange il cuore e non riesco più a girarmi a guardare altrove.

Odiamo gli indifferenti? Attenti che in questo caso siamo noi. Se mi sbaglio dimostratemelo e sarò felice di essermi sbagliato. Ma non credo proprio.