Augusto Montaruli

Altro che luci d’artista

In nome di non si capisce quale riqualificazione il comune porta le luci d’artista in periferia, in qualche caso pure sbagliando via. E’ noto che i turisti, dotati di Tom Tom, gireranno tutta la città per ammirarle giocandosi quei giorni di permanenza a Torino e sacrificando una visita ai musei. Certamente non andranno a visitare l’Egizio preferendo passeggiare a naso in su alle Vallette.

A proposito di Egizio, anche il nostro museo più famoso e visitato si occupa di periferia (seriamente) e lo fa portando il museo nelle biblioteche civiche. La riqualificazione è portare cultura, conoscenza dove serve e non solo sotto Natale.

946-Senza-titolo-3-680x1017_cIl progetto dell’Egizio prevede di esporre nelle biblioteche civiche di quartiere periferiche una collezione di reperti riprodotti fedelmente dal laboratorio artigianale del carcere Lorusso Cotugno di Torino (altra iniziativa lodevole e importante). Si tratta di un tour culturale cui si affiancheranno altre iniziative in collaborazione con il sistema bibliotecario torinese a seguire con altre realtà culturali e sociali dei quartieri. L’dea è venuta ad Hassan Khorzom, siriano con lo status di profugo, che lavora per il museo su queste aree progettuali. Khorzom, che aveva già collaborato con il museo traducendo in arabo i testi delle sale, in Siria lavorava come guida culturale ed era un allievo e amico personale di Khaled al Asaad, l’archeologo barbaramente ucciso dal’Isis (articolo di Ottoinforma). La prima tappa del tour sarà molto probabilmente la biblioteca Don Milani della Falchera, periferia della periferia, diretta da Alessio Pavarallo. A seguire le altre compresa la Dietrich Bonhoeffer in corso Corsica alla Otto.

Tra un drone e l’altro, tra una chiusura di anagrafe e l’altra c’è chi porta coni gelato in periferia (che durano il tempo di qualche leccata) e chi cultura vera. Grazie ad un profugo che si è preoccupato di come stanno gli italiani, quelli lontani dal centro e dai “pensieri” della gente che lì ci abita.

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Olimpiadi sì, no o ma?

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Posso dire che il dibattito sulla candidatura di Torino a sede delle Olimpiadi invernali non mi entusiasma? Forse perché le repliche non riescono mai come la prima volta, forse perché credo che prima di tutto occorrerebbe che in questa città ritornasse nei cittadini un po’ di orgoglio torinese, di amore e rispetto per la propria città. Orgoglio e amore che vide, con le Olimpiadi prima e con le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, i torinesi “impadronirsi” della città. Farla propria, rispettarla, frequentarla, invaderla. Al contrario di oggi. In pochi anni quel modo di essere torinesi sembra non esserci più, svanito. Nel caso Torino la spuntasse la grande opera su cui lavorare dovrà essere proprio il cittadino. Non sarà certo un Ronaldo che aiuterà, quello è un asset aziendale e non un opera che rimane in città. Forse occorre con urgenza lavorare ai progetti che sono nei cassetti delle opere annunciate: le arcate del MOI, il campus del design, la nuova biblioteca. Forse servirebbe un arredo urbano più bello e soprattutto in periferia. Sicuramente bisognerebbe riportare i servizi di prossimità nei quartieri a cominciare dalle anagrafi. Insomma dimostrare concretamente che le Olimpiadi si faranno per i torinesi e non solo per gli sponsor. Infine trovo anacronistico e fuori dalla realtà la rivalità tra due città, Milano e Torino, così vicine e così legate. Talmente anacronistica, chiedete ai pendolari, che io alzo il tiro e candido Milano Torino e Genova (ricordate il triangolo industriale) insieme alle Olimpiadi estive. Se bisogna sognare, sogniamo alla grande. Attenzione però cara sindaca perché se Torino non dovesse essere scelta sarebbe un ulteriore colpo al morale dei torinesi.

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La riforma della riforma del decentramento


tavoloLa sindaca ha comunicato che partirà a breve tutto l’iter di riforma del decentramento. Da cosa si è appreso, dopo un’analisi degli assessorati sulle competenze e sulle discordanze tra statuto e regolamento, la questione sarà nelle mani del gruppo 5 stelle in comune. Non è prevista nessuna commissione comunale dedicata. Non è chiaro il ruolo delle circoscrizioni in questo processo, credo che riceveremo, quando e come non è chiaro, le informazioni e daremo poi un parere. Fuori minoranza e territorio dalla rielaborazione del decentramento. Eppure noi, che siamo la periferia (ricordate le periferie?), qualcosa da dire l’avremmo. Potremmo dire che non c’è decentramento senza il potenziamento dei servizi nei quartieri; potremmo dire che le deleghe non dovrebbero essere in conflitto tra ente centrale e e ente di prossimità; potremmo dire che le giunte con quattro coordinatori su territori vasti e popolosi non bastano e bisognerebbe tornare a sei; che le commissioni di quartiere vanno ripensate. Potremmo dire che bisognerebbe snellire l’iter burocratico per la presentazione dei progetti e ridurre i tempi per il pagamento dei contributi. Potemmo dire che depotenziare il decentramento allontanerebbe ancora di più i cittadini dalle istituzioni. Un consigliere di circoscrizione si incontra, si ferma per strada, è un riferimento. Se lavora bene ovviamente. 
Una buona riforma prevede coraggio politico, prevede di pensarla prevedendo l’alternanza al governo della città e delle circoscrizioni. Non ricascare nell’errore per dirlo chiaro. Una buona riforma dovrebbe essere concreta e non demagogica. Una buona riforma dovrebbe prevedere la garanzia di un organico tecnico-amministrativo in grado di gestire i servizi e il supporto ai cittadini e alla politica. Le periferie saranno davvero al centro dell’attenzione di chi governa quando avranno in ogni quartiere gli sportelli dell’anagrafe, gli URP (uffici relazioni con il pubblico).

Non credo andrà così, non sono ottimista, sono convinto che con il mantra della partecipazione democratica arriveranno a ridimensionare ancora di più il ruolo delle circoscrizioni. L’obiettivo vero sarà tagliare i costi. Diranno che tanto non siamo così utili. Attenzione però che dal dire che tanto non servono le circoscrizioni a passare al tanto non serve tutto ciò passa attraverso libere elezioni è un attimo. Tira una brutta aria.

Chiudo con un appello alle forze di minoranza in consiglio comunale: prendetelo a cuore questo tema, non lasciateci soli.

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La bagna caòda e la movida

BAGNA-CAUDA-1-1280x700.x20373 Puntuale, tra maggio e giugno, come la bagna caòda in autunno, arriva il provvedimento della giunta comunale sulla movida. Ci eravamo abituati all’ordinanza che vietava la vendita di alcol da una certa ora e in zone delimitate. La novità questa volta è l’ordinanza che diventa regolamento. Si passa quindi da un provvedimento limitato nel tempo ad uno permanente con la possibilità che la giunta si è data di estendere le zone di applicazione. La novità riguarda l’asporto che è consentito fino alle 23 e le quantità, testualmente:

“… è consentita fino alle 23 la vendita per asporto di bevande alcoliche condizione che la bevanda sia venduta esclusivamente in abbinamento con alimenti cotti per il consumo diretto, in quantità non eccedenti il rapporto di uno a uno (un alimento/una bevanda alcolica) e sia racchiusa in contenitori opportunamente confezionati.”

Link alla delibera proposta


Quindi una pizza una birra, un panino… l’insalata no… non è cotta. Si potranno cantare, mentre si torna casa con il contenitore opportunamente confezionato oppure mentre avviene la consegna, un vecchio hit di Lucio Battisti cantato dai Dik Dik “un panino una birra e poi” oppure con Albano e Romina “felicità mangiare un panino un bicchiere di vino”. Attenti però perché centinaia di vigili urbani saranno sui tetti, agli angoli delle strade, nascosti dietro le auto in sosta, spunteranno dai tombini pronti verificare in assetto di guerra che il contenitore sia opportunamente confezionato (?!) e che non si ecceda il rapporto di uno a uno. Una pizza una birra (da 33 cl? Da un litro? Una tanica? boh?). Una pizza una bottiglia di vino e se fosse una pizza e un bag in box (da 1 litro da 3 litri da 5 litri?) o una pizza e una damigiana?

Ironia a parte siamo alle solite, si preferisce un provvedimento restrittivo alla fatica della politica, alla fatica di immaginare soluzioni che trasformino i problemi in opportunità mettendo in fila qualche ragionamento. Per esempio come far coincidere l’aspirazione della città a diventare città universitaria che accoglie e ospita studenti universitari dal resto d’Italia e del mondo offrendo loro luoghi e momenti di aggregazione. Per esempio come immaginare la San Salvario del futuro, oltre l’annunciato (a proposito e sproposito) “distretto del bere”, specializzare un quartiere come San Salvario è un ossimoro, la sua forza è proprio la varietà di luoghi cose e persone.

Nei cassetti e negli hard disk giacciono proposte su San Salvario elaborate dalle associazioni e dalla circoscrizione che vanno dalla mobilità all’arredo urbano, al concorso di idee sui dehor, alle potenzialità turistiche e culturali del quartiere, all’unicità della presenza di realtà religiose che convivono e collaborano. 
Auspicherei si andasse oltre un alimento/una bevanda e il vigile urbano nel tombino. La movida si risolve progettando il futuro. 


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A Torino non dobbiamo avere paura

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Poi passiamo ad un altro argomento – non ne mancano – però questa ultima cosa lasciatemela dire. Con serenità, a prescindere dalle posizioni di parte.

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San Giovanni a Torino è un piccolo 4 di luglio a New York, più di 10 volte più piccolo. Ma sempre festa popolare è. Di popolo, di tanta gente.

Io ero lì in vacanza proprio il 4 di luglio del 2014, tre anni fa. Andammo a vedere i fuochi del 4 di luglio come tantissimi, ma proprio tantissimi, newyorkesi e tantissimi, ma proprio tantissimi turisti.

Andammo a vederli dalla Brooklyn Heights Promenade, ci andammo presto per essere in una posizione favorevole e quando arrivammo c’era già tanta gente. Tantissima gente. Tantissima polizia, anche a cavallo, ai varchi, tantissimi varchi. Tantissimi varchi, a Brooklyn. Tantissimi varchi a Manhattan. Per tantissima gente.

Un’esperienza bellissima, non tanto per i fuochi (fantastici) ma per la quantità e la diversità della gente che vi assisteva. E io invece di fotografare lo spettacolo fotografai gli spettatori.

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C’era gente che sembrava uscita da un film di Woody Allen, una coppia si era portata le sdraio e una bottiglia per festeggiare con tanto di calice; l’immigrato avvolto nella bandiera americana; lo slavo arrivato da poco che chiacchierava con un americano di origine scozzese. C’era pure una coppia stronza di turisti italiani (torinesi purtroppo) che scavalcando un gruppo di americani di origine cinese gli si piazzò davanti. Ma vabbè. Non è che noi italiani siamo tutti Piero Angela.

Alla fine dello spettacolo comincia il deflusso, ordinato ma veloce che ci porta alla metro. Polizia che, gentilmente, verifica che tutti rispettino l’ordine di arrivo e la coda. Anche a cavallo. Tutti sorridenti.

Se una festa è di popolo, il popolo deve partecipare.

E a New York non è che non abbiano visto le loro e qualche motivo per avere paura lo avrebbero. Eppure.

A Torino non avevamo paura. E non c’è da avere paura. Non può essere una “partita” andata a male a seminare il panico.

Per esempio, oggi, in migliaia hanno festeggiato il Ramadan. L’altro giorno in migliaia il Pride. Due settimane fa le vie e le piazze torinesi accoglievano musulmani e non, che mangiavano insieme in occasione dell’Iftar.

A Torino non dobbiamo avere paura.

 

Le altre foto sono qui: http://augustomontaruli.it/foto/2014/07/12/quelli-che-aspettano-il-4-di-luglio-a-new-york/

Un capolavoro, cara sindaca

14068256_1178709848858534_3626440389315760869_nChapeau cara sindaca, caro assessore, caro questore eccetera eccetera. Siete riusciti con una “stupida” ordinanza a trasformare la questione movida in un derby tra polizia e cittadini. Siete riusciti a infilarci dentro i centri sociali (non vedevano l’ora per farvi pagare le promesse mancate…). Siete riusciti a render reato uno spritz bevuto fuori dai confini di un dehor. “Abusivi” è la nuova emergenza, ne discuteranno al prossimo G8 pare. Avete inventato i frontalieri dell’asporto, quelli che girano l’angolo e comprano cosa vogliono. Avete dato il via a qualcosa di pericoloso e maledettamente complicato da gestire ora. Volevate garantire il sonno ai cittadini, a ri-chapeau. Oltre agli schiamazzi sentiranno il suono delle sirene.
Non è così che si fa. Così, a far disastri, son capaci tutti.

La questione movida si affronta con un progetto, con un’idea di quartiere e di sviluppo economico. Si affronta coinvolgendo chi ci lavora, chi ci abita, chi amministra in quel territorio. Si affronta facendo l’elenco e spuntando. Si affronta studiando il territorio e le sue dinamiche, i rapporti tra residenti ed esercenti. Ripensando i quartieri. Le proposte ci sono e in gran parte già condivise, i cassetti sono pieni, venite ad aprirli. 

La questione movida si affronta ascoltando i giovani che popolano le piazze, perché non sono criminali, sono giovani. Magari un po’ rompicoglioni, ma abbiamo mai provato a parlarci? A capirci qualcosa dei loro bisogni? Abbiamo mai provato a progettare con loro luoghi e spazi? Ma ve lo devo dire io che non sono giovane da un bel po’?

Se l’amministrazione precedente non ha avuto il coraggio di affrontare la situazione voi avete fatto di peggio: vi siete creduti capaci di farlo. E questo è l’errore più grosso e tragico che potevate fare.