Augusto Montaruli

Jovanotti e la circoscrizione otto

Lorenzo_Cherubini_5 Io penso positivo cantava Jovanotti perché “Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa”. E fin qui va bene, in quella grande chiesa una buona percentuale di valori sono condivisi: la giustizia sociale, lo stare con gli ultimi, l’accoglienza. Quei valori che sono la base del fare le cose insieme. Le alleanze per esempio.

Ora succede che in circoscrizione Otto c’è un tentativo di allargare quella chiesa aggiungendo altri valori. Non è chiara la motivazione che spinge all’allargamento: un più uno in maggioranza? L’inizio di una crociata anti grillina? L’esperimento di una lista civica in chiave elezioni regionali? Il (ri)grande partito del 40%? Ambizioni personali?

Non lo so, forse un po’ di tutte queste cose. Tutte lecite per carità. Io però credo ancora che la politica si basi su valori e sulla proposta di quei valori. Sui patti, sui programmi. Per inciso credo anche che la crisi della sinistra sia dovuta proprio alla perdita dei valori di riferimento, quelli che si scrivono quando nasce un partito e poi rimangono sul sito web a futura (e scarsa) memoria.

La collaborazione con forze politiche che si basano su “altri” valori ci può stare, anzi è auspicabile su progetti e iniziative puntuali legate al territorio, ma è evidente che ci sono temi che dividono che, almeno per me, non sono superabili. E credo giusto così per onestà e chiarezza soprattuto verso gli elettori.

Sono anche convinto che gli allargamenti di maggioranza non si possono basare sulla base di una crociata anti grillina o di opposizione all’attuale giunta. Siamo un’istituzione e tra istituzioni si collabora, si discute e ci si confronta anche duramente, ma nel rispetto dei ruoli. Lo si pretende e quindi si deve essere coerenti e ricambiare. Penso anche che utilizzare l’ente di prossimità come laboratorio di futuri scenari a carattere nazionale per favorire allargamenti (o allagamenti) di coalizione sia sbagliato e finisca con il confondere i cittadini. Soprattutto quando questo tentativo di allargamento avviene come una “carrambata” e non da una verifica franca e approfondita.

Staremo a vedere cosa succederà. Al momento la delega sulla questione è in mano alle segreterie dei partiti. Per quanto mi riguarda, a prescindere da come andrà a finire questa storia, il mio lavoro sul territorio in questa circoscrizione continuerà fino a fine mandato, poi avrò l’età giusta per favorire il ricambio e passare il testimone.

Questo post è stato pubblicato da Nuova Società 

E se il Cacao diventasse meravigliao? 


Non è chiaro cosa sarà del Cacao al Valentino, quello che è noto è la decisione del comune di bloccarne la riapertura. Il futuro di quel luogo è tutto da scrivere o almeno da sapere. Un futuro che personalmente scriverei partendo da ciò che è già deciso, da un’idea di parco cittadino e da cosa manca nel parco del Valentino e c’è invece nei parchi cittadini più famosi e vissuti al mondo.

L-Open-Air-Theatre-al-Regent-s-Park-di-Londra001big
Open Air Theatre – Regent Park – Londra

Il futuro già scritto e di cui piacerebbe avere aggiornamenti in merito ai tempi di realizzazione, assessore Montanari se ci sei batti un colpo, riguarda il padiglione 5 (l’attuale parcheggio gestito da GTT) e Torino Esposizioni. Entrambi saranno sede del Campus del Design del dipartimento di architettura del Politecnico e della nuova sede della biblioteca civica. Il, anzi l’ex, Cacao è proprio accanto al padiglione 5 le cui uscite di sicurezza danno proprio in una striscia di terreno tra l’ex discoteca e il parcheggio. Riflettendo proprio su quanto già deciso, due luoghi destinati a giovani studenti e alla diffusione della cultura, ritengo che la futura destinazione del Cacao dovrebbe sposare le decisioni già prese andando a completarle e integrarle. Cosa c’è nei parchi cittadini più famosi e importanti del mondo che manca invece al Valentino? Un teatro. Semplicemente un teatro. C’è in Central Park a New York, c’è a Regent Park a Londra, ad Amsterdam a Bologna. Per dirne alcuni. Quel teatro al Valentino sarebbe un punto verde stabile, un offerta culturale per i cittadini e un’attrattiva per i turisti. La gestione potrebbe essere affidata ad un operatore culturale in grado di proporre un cartellone di eventi teatrali, musicali e cinematografici. Un operatore culturale che lavori in sinergia con Politecnico, l’offerta rivolta agli studenti del campus, e con Biblioteche che avrebbe a disposizione uno spazio per le iniziative culturali. Pensate all’off del Salone del libro in quella cornice naturale. Provate anche ad immaginare una collaborazione con l’orto botanico in fase di progettazione del teatro. Altro che ruota panoramica messa di traverso, di sbieco o per tre quarti. E già che ci siamo, e avremmo dovuto esserci da tempo, facciamo questa cosa che sembra un’impresa impossibile: toglietele queste benedette auto dal Valentino che non se ne può più.

Insomma questa amministrazione rischia di passare, insieme alla sua sindaca, senza lasciare tracce di se. Giusto una bippata sul tramvai. Fatela una cosa bella, il cacao diventi meravigliao. Ovviamente non vi voterò ma da cittadino di questa splendida città vi sarò riconoscente.

Questo post è stato pubblicato su Nuova Società

La bellezza, Gianmaria Testa e il regolamento dei dehors

da questa parte del mareLa Bellezza esiste … la Bellezza esiste e non ha paura di niente neanche di noi la gente, recita una poesia di Gianmaria Testa che potete leggere intera nel suo libro “Da questa parte del mare” edito da Einaudi. La bellezza interiore e la bellezza dei luoghi. La bellezza interiore è lo sforzo che ciascuno di noi deve fare per raggiungerla; la bellezza dei luoghi è quella del paesaggio, compreso quello in cui viviamo. Quest ultima è la bellezza che dovrebbe essere inclusa come diritto fondamentale nella prima parte della Costituzione: tutti hanno diritto alla bellezza a prescindere dal luogo dove si vive. Anche una periferia, anche quella più estrema ha diritto alla bellezza. Perché la bellezza da diritto diventa dovere, incentiva al rispetto dei luoghi.
Lo scorso mandato nella ex circoscrizione otto approvammo una delibera che chiedeva per il quartiere San Salvario l’adozione di un PIA (Progetto integrato d’ambito) che aveva come obiettivo di ripensare l’arredo urbano (panchine, cestini dei rifiuti, dehor…) contestualizzandolo alla realtà e alle potenzialità del quartiere. Pensammo al PIA partendo dalla convinzione che l’adozione di questo strumento avrebbe potuto: attenuare gli aspetti negativi della movida; mettere ordine alle dimensioni, alla sostenibilità e al proliferare di dehor; rendere il quartiere attraente dal punto di vista turistico. Inoltre, e forse questo è l’aspetto più qualificante, si creava un precedente importante che portava un metodo riservato alle zone auliche (il PIA è stato finora adottato solo nel centro città: via Lagrange, piazza Vittorio per esempio) anche in quartieri periferici e popolari. Portava la bellezza e il diritto-dovere di averla anche nelle ormai mitiche periferie. La precedente giunta prese l’impegno di lavorarci, ma purtroppo eravamo a fine mandato e la proposta finì dimenticata in qualche archivio.

Proprio in questi giorni la giunta Appendino ha annunciato che entro fine anno sarà deliberato il nuovo regolamento dehors. Da quel poco che si sa pare che obiettivi della delibera saranno lo snellimento delle procedure verso chi adotterà “allestimenti leggeri” e una revisione dei dehor temporanei. 
Probabilmente la situazione andrà a migliorare. Forse e spero. A mio parere però si sta perdendo un’occasione per rendere migliore la città. Sono convinto che ogni provvedimento vada pensato e scritto avendo in mente una visione di città, di quartiere, di singola via. Il PIA che proponemmo così come un concorso di idee sui dehors partivano da quell’idea: la Bellezza esiste e non ha paura di niente neanche di noi la gente. 
Temo che sarà per un’altra volta, per quanto riguarda la bellezza interiore c’è il libro di Gianmaria Testa. Leggetelo.

Questo post è stato pubblicato su Nuova Società.

Olimpiadi sì, no o ma?

IMG_6095

Posso dire che il dibattito sulla candidatura di Torino a sede delle Olimpiadi invernali non mi entusiasma? Forse perché le repliche non riescono mai come la prima volta, forse perché credo che prima di tutto occorrerebbe che in questa città ritornasse nei cittadini un po’ di orgoglio torinese, di amore e rispetto per la propria città. Orgoglio e amore che vide, con le Olimpiadi prima e con le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, i torinesi “impadronirsi” della città. Farla propria, rispettarla, frequentarla, invaderla. Al contrario di oggi. In pochi anni quel modo di essere torinesi sembra non esserci più, svanito. Nel caso Torino la spuntasse la grande opera su cui lavorare dovrà essere proprio il cittadino. Non sarà certo un Ronaldo che aiuterà, quello è un asset aziendale e non un opera che rimane in città. Forse occorre con urgenza lavorare ai progetti che sono nei cassetti delle opere annunciate: le arcate del MOI, il campus del design, la nuova biblioteca. Forse servirebbe un arredo urbano più bello e soprattutto in periferia. Sicuramente bisognerebbe riportare i servizi di prossimità nei quartieri a cominciare dalle anagrafi. Insomma dimostrare concretamente che le Olimpiadi si faranno per i torinesi e non solo per gli sponsor. Infine trovo anacronistico e fuori dalla realtà la rivalità tra due città, Milano e Torino, così vicine e così legate. Talmente anacronistica, chiedete ai pendolari, che io alzo il tiro e candido Milano Torino e Genova (ricordate il triangolo industriale) insieme alle Olimpiadi estive. Se bisogna sognare, sogniamo alla grande. Attenzione però cara sindaca perché se Torino non dovesse essere scelta sarebbe un ulteriore colpo al morale dei torinesi.

Questo post è stato pubblicato su Nuova Società.

 

La riforma della riforma del decentramento


tavoloLa sindaca ha comunicato che partirà a breve tutto l’iter di riforma del decentramento. Da cosa si è appreso, dopo un’analisi degli assessorati sulle competenze e sulle discordanze tra statuto e regolamento, la questione sarà nelle mani del gruppo 5 stelle in comune. Non è prevista nessuna commissione comunale dedicata. Non è chiaro il ruolo delle circoscrizioni in questo processo, credo che riceveremo, quando e come non è chiaro, le informazioni e daremo poi un parere. Fuori minoranza e territorio dalla rielaborazione del decentramento. Eppure noi, che siamo la periferia (ricordate le periferie?), qualcosa da dire l’avremmo. Potremmo dire che non c’è decentramento senza il potenziamento dei servizi nei quartieri; potremmo dire che le deleghe non dovrebbero essere in conflitto tra ente centrale e e ente di prossimità; potremmo dire che le giunte con quattro coordinatori su territori vasti e popolosi non bastano e bisognerebbe tornare a sei; che le commissioni di quartiere vanno ripensate. Potremmo dire che bisognerebbe snellire l’iter burocratico per la presentazione dei progetti e ridurre i tempi per il pagamento dei contributi. Potemmo dire che depotenziare il decentramento allontanerebbe ancora di più i cittadini dalle istituzioni. Un consigliere di circoscrizione si incontra, si ferma per strada, è un riferimento. Se lavora bene ovviamente. 
Una buona riforma prevede coraggio politico, prevede di pensarla prevedendo l’alternanza al governo della città e delle circoscrizioni. Non ricascare nell’errore per dirlo chiaro. Una buona riforma dovrebbe essere concreta e non demagogica. Una buona riforma dovrebbe prevedere la garanzia di un organico tecnico-amministrativo in grado di gestire i servizi e il supporto ai cittadini e alla politica. Le periferie saranno davvero al centro dell’attenzione di chi governa quando avranno in ogni quartiere gli sportelli dell’anagrafe, gli URP (uffici relazioni con il pubblico).

Non credo andrà così, non sono ottimista, sono convinto che con il mantra della partecipazione democratica arriveranno a ridimensionare ancora di più il ruolo delle circoscrizioni. L’obiettivo vero sarà tagliare i costi. Diranno che tanto non siamo così utili. Attenzione però che dal dire che tanto non servono le circoscrizioni a passare al tanto non serve tutto ciò passa attraverso libere elezioni è un attimo. Tira una brutta aria.

Chiudo con un appello alle forze di minoranza in consiglio comunale: prendetelo a cuore questo tema, non lasciateci soli.

Questo post è stato pubblicato anche su nuovasocietà.it

La bagna caòda e la movida

BAGNA-CAUDA-1-1280x700.x20373 Puntuale, tra maggio e giugno, come la bagna caòda in autunno, arriva il provvedimento della giunta comunale sulla movida. Ci eravamo abituati all’ordinanza che vietava la vendita di alcol da una certa ora e in zone delimitate. La novità questa volta è l’ordinanza che diventa regolamento. Si passa quindi da un provvedimento limitato nel tempo ad uno permanente con la possibilità che la giunta si è data di estendere le zone di applicazione. La novità riguarda l’asporto che è consentito fino alle 23 e le quantità, testualmente:

“… è consentita fino alle 23 la vendita per asporto di bevande alcoliche condizione che la bevanda sia venduta esclusivamente in abbinamento con alimenti cotti per il consumo diretto, in quantità non eccedenti il rapporto di uno a uno (un alimento/una bevanda alcolica) e sia racchiusa in contenitori opportunamente confezionati.”

Link alla delibera proposta


Quindi una pizza una birra, un panino… l’insalata no… non è cotta. Si potranno cantare, mentre si torna casa con il contenitore opportunamente confezionato oppure mentre avviene la consegna, un vecchio hit di Lucio Battisti cantato dai Dik Dik “un panino una birra e poi” oppure con Albano e Romina “felicità mangiare un panino un bicchiere di vino”. Attenti però perché centinaia di vigili urbani saranno sui tetti, agli angoli delle strade, nascosti dietro le auto in sosta, spunteranno dai tombini pronti verificare in assetto di guerra che il contenitore sia opportunamente confezionato (?!) e che non si ecceda il rapporto di uno a uno. Una pizza una birra (da 33 cl? Da un litro? Una tanica? boh?). Una pizza una bottiglia di vino e se fosse una pizza e un bag in box (da 1 litro da 3 litri da 5 litri?) o una pizza e una damigiana?

Ironia a parte siamo alle solite, si preferisce un provvedimento restrittivo alla fatica della politica, alla fatica di immaginare soluzioni che trasformino i problemi in opportunità mettendo in fila qualche ragionamento. Per esempio come far coincidere l’aspirazione della città a diventare città universitaria che accoglie e ospita studenti universitari dal resto d’Italia e del mondo offrendo loro luoghi e momenti di aggregazione. Per esempio come immaginare la San Salvario del futuro, oltre l’annunciato (a proposito e sproposito) “distretto del bere”, specializzare un quartiere come San Salvario è un ossimoro, la sua forza è proprio la varietà di luoghi cose e persone.

Nei cassetti e negli hard disk giacciono proposte su San Salvario elaborate dalle associazioni e dalla circoscrizione che vanno dalla mobilità all’arredo urbano, al concorso di idee sui dehor, alle potenzialità turistiche e culturali del quartiere, all’unicità della presenza di realtà religiose che convivono e collaborano. 
Auspicherei si andasse oltre un alimento/una bevanda e il vigile urbano nel tombino. La movida si risolve progettando il futuro. 


Questo è apparso su Nuova Società