Augusto Montaruli

Tutte le mattine alle sette e trenta

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Al mattino mi sveglio presto.
Preparo il caffè e lo bevo passeggiando sul balcone.
A prescindere dalla stagione.
E mi guardo intorno.
La serranda che si alza, l’unica in quel pezzo di strada.
Il profumo dei dolci che sale su.
Le luci dalle finestre un po’ alla volta si accendono.
Le auto che escono dal garage.
L’uscita dalla metro porta i ragazzi e le ragazze a scuola.
Dal mercato i rumori dei banchi.
Da una finestra, come tutte le mattine, puntuale alle 7:30 lei prega.
Tutte le mattine, puntuale.
Tutte le mattine davanti alla finestra, con le mani giunte.
Come i bambini alla prima comunione.
La guardo pregare poi rivolgo lo sguardo altrove, per non disturbare.
Non so cosa e chi prega.
Dio?
Un santo?
La madonna?
Forse Buddha o Maometto?
Forse prega per se stessa, forse per qualcuno.
Da una finestra, come tutte le mattine, puntuale alle 7:30, lei prega.
Domani la rivedrò, solo un attimo, come un appuntamento che si ripete tutti i giorni.
Domani la rivedrò, solo un attimo, poi guarderò altrove per non disturbare.

Domenico, il sarto di Gustavo Rol

Questa storia l’avevo scritta per Ottoinforma, giornale della ex circoscrizione otto, che purtroppo ora ha smesso di pubblicare.

Vi racconto la storia di Domenico Arnaudo, proveniente dalle Langhe, che voleva fare il ciclista e diventò il sarto dei “signori”. Tutto ebbe inizio nel 1946, e tra i suoi clienti ce n’era uno che si allungava e si accorciava

foto-2-31-225x300Domenico avrebbe voluto riparare biciclette, andare a bottega dal ciclista di Cervere. Lui che fece due anni da allievo, ma non reggeva la distanza. La distanza che lo fece soffrire quando ragazzino la mamma a tredici anni lo mandò a Torino dove cominciò a lavorare dal sarto dei “signori”, in città dopo tre anni a imparare dal sarto del paese dove aveva iniziato con ago e filo il primo gennaio del 1946. “I primi tre mesi prendevo mille lire a settimana, il salario di un operaio era di trentamila lire al mese. La domenica era libera. La domenica, il giorno più brutto. Non sapevo cosa fare, non passava mai. Gli altri a bottega erano più grandi, avevano vent’anni. Loro andavano a ballare, non potevano certo portarmi, però mi volevano bene. Mi insegnarono tanto.“ Poi migrarono anche i genitori e Domenico tornò a stare con la famiglia. Andarono ad abitare in Corso Brescia. “Lì erano tutti meridionali, la maggior parte artigiani come me. Era bello stare con i meridionali. Io mi sono integrato subito con loro”. A Domenico piaceva fare il sarto, soprattutto prendere le misure. Spesso andava a casa dei clienti con la vespa. Clienti importanti professionisti e gente famosa perché un vestito costava, stoffa e manifattura, almeno cinquantamila lire. Una bella cifra allora che pochi potevano permettersi. Boniperti per esempio che “quando gli dicevo che la Juve non giocava poi così bene mi rispondeva che non vince chi gioca meglio, ma chi segna di più” . Boniperti che era meglio rimandare la prova del vestito se la Juve aveva perso. Capitavano anche artisti di passaggio, una volta Modugno e Ingrassia. Erano all’Alfieri per Rinaldo in campo. Modugno che a Torino faceva il barista in quello che adesso è il Caffè dell’Università e dormiva, guarda caso, nella bottega di un sarto di corso Marconi. Non mancavano clienti “speciali”, molto speciali: “Quello che mi faceva disperare era Gustavo Rol, lui aveva la capacità di allungarsi e di accorciarsi. Per uno che deve prendere le misure, è un bel problema. Alla prima prova arrivava alto, alla seconda basso. Si divertiva a stupire, però se perdevo le forbici chiedevo a lui. Le trovava sempre”. Il lavoro non si concludeva con la consegna: “noi seguivamo la tradizione inglese che l’abito nuovo lo facevano prima indossare alla servitù poi veniva lavato e stirato e solo allora calzava perfettamente. Ai nostri clienti consigliavamo di stropicciarlo per bene e riportarcelo per la stiratura finale”.Domenico decise di mettersi in proprio nel 1972 dopo aver lavorato quasi sempre per lo stesso sarto salvo qualche breve esperienza da altri sarti per “signori”, tra i quali il sarto di Mike Bongiorno, Cian di via Madama Cristina, per il quale confezionò un cappotto. Ora è rimasta un po’ di nostalgia per corso Brescia e in un armadio uno smoking che sfilò a Sanremo con successo, uno smoking a pois blu su sfondo nero. E’ rimasto anche il desiderio di raccontare per fortuna, perché la vita di Domenico Arnaudo e di tanti come lui fanno la storia di un paese.

La storia siamo noi dice la canzone.

Aveva una cosa importante da fare

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Lui è un po’ arruffato, vestito un po’ così come viene: i pantaloni alla caviglia, i capelli dove riescono a stare, i vestiti colorati. Insomma come gli pare e come lo fa star bene.
Quello che si dice un “tipo strano”.
Per qualcuno, un giorno, persino sospetto: con quello che si sente in giro…
Quel giorno arrivò la polizia:
favorisca i documenti.
E lui li favorì, tra il divertito e l’ansioso, non di paura, ma di sbrigarsela in fretta: aveva una cosa importante da fare.
Ed io lo vedo tra i due poliziotti, come Pinocchio con i carabinieri.
Mi avvicino e chiedo: che succede, io lo conosco, sta vicino a me.
Lui mi guarda e mi sorride saltellando sulle gambe: aveva una cosa importante da fare.
Ci hanno descritto un tipo sospetto. Grazie, ci scusi, andate pure. Dice la polizia.
Lui, ancora un sorriso e scappa via correndo infilandosi nel portone.
Intanto uno mi ferma e mi dice:
l’ho visto girare qui intorno, mi sembrava un tipo strano e ho chiamato la polizia. Con quello che si sente in giro…
Ma no, guardi che sono quelli che sembrano normali i tipi sospetti.

Dico io e lo saluto.
Vado a casa guardando in su e vedo le bolle di sapone salire verso il cielo.
Aveva una cosa importante da fare…

Suor Cristina e le “bionde”

senza fissa dimora ginzburg

Le dodici di mattina. 
L’ho vista dall’isolato prima.
Era sdraiata su un cartone accanto ad un passo carraio.
In piedi un signore mi guarda e allarga le braccia.
Mi avvicino e la guardo.
Sembra dormire.
Sul volto ecchimosi e cerotti.
Si fermano due ragazze.
Le chiedo come stai.
Sono stanca, mi voglio solo riposare.
Chiamo l’ambulanza, le dico.
No, non lo fare.
Hai mangiato?
Sì, in via Nizza.
Da suor Cristina?
Sì, sì. E al nominare suor Cristina il volto si è rasserenato e le è spuntato un sorriso.
Le ho detto, chiamo suor Cristina.
L’ho chiamata e tutto si è chiarito.
Nel pomeriggio andrà dal medico che l’aspetta per una visita.
Le due ragazze la invitano ad andare su una panchina.
Ti facciamo compagnia se vuoi.
Le due ragazze sono italiane dalla pelle un po’ più scura.
Una scherzando chiama la sua amica “bionda andiamo”.
Ridiamo, più sereni.
Le saluto, ciao bionde. Grazie!

Per piacere non dite che Napoli è pittoresca

Bella Napoli, anzi bellissima. Occorre però girare l’angolo ed entrarci dentro per sapere quanto è bella e disperata.

Anna tiene quaranta anni, più o meno, ed è già nonna di due nipoti. Sta sempre nell’atrio del palazzo insieme alle altre donne, più vecchie e più giovani. Sta insieme ai piccioni e a un cane peloso e lento, che si muove poco e dorme spesso. Secondo me è pure sordo.

Gli uomini stanno fuori ad aspettare, ogni tanto entrano insieme a qualcuno che poi se ne va. Uno, anziano, sta seduto su un balcone che che non guarda da nessuna parte. Il balcone, ma pure lui. La madonna e Gesù c’hanno i lumini sempre accesi. Padre Pio è bello grande e sta sulla via. L’altro giorno aveva la maglia del Napoli, ha perso ma non era colpa sua. I miracoli li fa San Gennaro, una volta all’anno.

I panni sono sempre appesi ad asciugare, a volte per giorni interi e anche di più. Nella casa ci stanno tre famiglie di stranieri, so’ brava gente, lavoratori. Dice Anna. In effetti è bello vederli uscire di casa: le bambine hanno i vestiti puliti e colorati e ti salutano. Salutano tutti. Dove andate stamattina, a scuola andiamo. Loro vanno a scuola.

Lavoro ci sta a Torino? Chiede Anna. E no, non ci sta a Torino lavoro. Come qua? Più o meno, dico io.

La signora di sotto, un po’ custode un po’ madre di tutti, tutte le mattine lava con l’acqua e il detersivo lo sporco della giornata e pure della nottata che non è mai silenziosa. Un’altra fa la stessa cosa sul pezzo di strada davanti alla casa: dalla statua di Padre Pio fino alla madonna.

I ragazzini, piccoli, sfrecciano con lo scooter, senza casco e urlando. E urlano tutti, piccoli e grandi, loro non si chiamano, si gridano: Annaaaa, Cirooo. 

Ciro che mi vede con la macchina fotografica e mi vuol vendere la fontana di Trevi, quanto costa gli chiedo? Lui si mette a ridere e poi lo racconta agli altri. M’ha chiesto quanto costa! Dice che io sono di Torino ma so’ milanese (del Milan) e non tifo Juve e mi piace il Torino che son venuto tante volte a Napoli. Qua non ci sta lavoro, dice Ciro, ci dobbiamo arrangiare. E che non lo vedo, vorrei dirgli. Gli dico solo capisco. Che approfondire non è il caso. 

Qui si sta bene, dice Anna, basta farsi i fatti tuoi. 

In fondo alla via ci sta il lungomare e la Ferrari parcheggiata davanti all’hotel Vesuvio.

Per piacere non dite più che Napoli è pittoresca. Napoli è bella e disperata. 

Sono andato a rivedere il Cristo velato. Velato. Il resto ve lo racconto quando ci incontriamo.

Anna e Ciro sono due nomi molto comuni a Napoli, il signore in fotografia mi ha dato il permesso di fotografarlo dopo una chiacchierata su Juve Napoli. Ho scoperto che puoi usare lo smartphone come bilancia. Girata la via ci sta Peppino, una bella trattoria. Come mangiare a casa, costa poco e ci vanno gli artisti. Ci sono le foto di Peppino con gli attori, In una ci sta Erri De Luca, si deve essere trovato bene, rideva. 

Levio Bottazzi e il CLN della SIP

levioLevio Bottazzi mi ha inviato un secondo racconto legato ai suoi ricordi di giovanissimo partigiano. Il primo, che potete leggere qui, raccontava di Luciano Gruppi. Mi piace, con il suo consenso, condividerlo con chi passa dal mio blog. Grazie Levio!

CONTRIBUTO DELLA RETE TELEFONICA SIP (Soc. Idroelettrica Piemonte) ALLA LIBERAZIONE DI TORINO

6629f53bbc584caa904895babc1a373f-1Con le seguenti note intendo ricordare un aspetto poco conosciuto della liberazione di Torino che ebbi occasione di vivere personalmente (non avevo ancora compiuto 15 anni) in alcune sue fasi. Si tratta del contributo della rete telefonica SIP e di quanto avvenuto in quei giorni nella sua sede di via Bertola 40, compreso il doloroso episodio dell’uccisione del partigiano Gimmy (Guinet Oliver), medaglia d’oro della Resistenza. Ruolo poco conosciuto anche se restano precise testimonianze negli scritti di Massimo Rendina (Max), del comandante Barbato e di Mario Quazza (1), del CLN SIP, che ne descrive dettagliatamente i singoli episodi.

Quazza ricorda che nel pomeriggio del 25/4 si iniziò il montaggio, sul terrazzo del palazzo di Via Bertola 40, della stazione radio “munita di ampia antenna” che, sull’onda di 47 metri, inizialmente trasmise in tedesco (2) tentando di fornire notizie false quali la morte di Hitler e la capitolazione della Germania ed alle nove del mattino del 28/4, come “Qui parla Radio Torino Libertà”,annunciò la liberazione della città. Prosegue poi: nella notte del 26/4 “da parte nemica si ha ormai la certezza della battaglia imminente ed ecco il primo atto: blocco della rete telefonica Stipel… In Torino non si parla più” . Resta, però, la rete Sip con la quale è possibile parlare “sino a Milano e oltre… Bloccate le linee Stipel i nemici …ricorrono alle nostre linee interne.”

A questo proposito Rendina ricorda: “la rete telefonica SIP divenne, nei giorni della Liberazione, la rete dei collegamenti tra i comandi partigiani….Lydia Bongiovanni, segretaria del direttore Pacces ed ex olimpionica del 1932, riceveva ufficiali italiani e tedeschi che dovevano trasmettere messaggi offrendo loro bevande per consentire a noi ragazzi di portare i fonogrammi nel centralino del seminterrato, presidiato dai partigiani.” Tra questi “ragazzi” anche l’estensore di queste note. Con la scusa di portare biancheria di ricambio a mio padre Vezio responsabile, con il nome di battaglia “Barale”, del distaccamento partigiano Arduino (3) operante all’interno della SIP, mi ero trattenuto nel palazzo. Anche Barbato ricorda “L’attacco finale è caratterizzato dalla lotta contro i mezzi corazzati e da enormi difficoltà nei collegamenti. Ma i centralinisti della SIP si mobilitano, i capi cabina si trasformano in staffette e stabiliscono collegamenti rapidi coi reparti operanti.” (4) In questa fase finale della battaglia per liberare Torino Quazza ricorda ancora che il C.L.N. SIP era entrato in contatto con il Capitano Schmidt della Polizia tedesca per una eventuale “tregua d’armi”. “Barbato” su questo episodio scrive:”nel pomeriggio dal CLN della SIP vengo informato che il famigerato capitano Schimdt della Polizia di sicurezza germanica è stato autorizzato dall’ambasciatore Von Rahn a trattare con i reparti partigiani una tregua d’armi. Faccio sapere – e in questo senso si esprime pure il comando del IV settore – che io ho poteri non per trattare delle tregue, ma per combattere. Il capitano Schmidt replica alla comunicazione del CLN minacciando per Torino la fine di Varsavia.”
Quazza prosegue il suo racconto affermando che “inizia così un vertiginoso periodo della durata di 36 ore consecutive in cui non ci è dato un attimo di respiro. Venuto a mancare per le vicende della battaglia il collegamento col Comando Piazza militare regionale piemontese, il C.L.N. S.I.P. si sostituì ad essi per la durata dell’azione per quanto riguardava ordini e comunicazioni alle varie formazioni del Piemonte. I Comandi partigiani periferici privi di notizie dirette attingevano notizie e richiedevano ordini al centralino S.I.P., come se questo fosse la voce del C.M.R.P..
D’altra parte, chiarire questo equivoco ai vari comandi partigiani che domandavano una linea di condotta anche in casi particolarmente gravi nei quali la prontezza della risoluzione era assolutamente necessaria, avrebbe avuto la conseguenza di disunire l’azione e ingenerare sfiducia.”
Per queste ragioni si trasferirono nel palazzo S.I.P. il comando della VIII zona, quello del IV settore ed una sezione del tribunale del popolo e la prima commissione alleata, che giunse a Torino alle ore 14,40 del 30 aprile, si diresse subito verso questa zona
Il contributo della rete telefonica SIP e di quanto avvenuto nel Palazzo di via Bertola 40 è assente in quasi tutte le ricostruzioni della liberazione di Torino, salvo quanto scritto da Barbato, Rendina e Quazza perché direttamente coinvolti assieme al CLN SIP. Probabilmente può aver influito la decisione, riportata da Quazza, di non aver voluto informare i vari comandi dell’interruzione dei collegamenti con il Comando Piazza causa gli attacchi allo stabilimento Lancia.
Purtroppo il movimento di armati e di truppe alleate richiamò nell’area di via Bertola molti cecchini e questo provocò la morte del Vice-Comandante della 48° Brigata Garibaldi “Gimmy”, il francese Guinet Oliver, medaglia d’oro della Resistenza.
Il giorno 30 “Gimmy” ci chiese una foto (vedi) da portare in Francia che lo riprendesse di fronte al palazzo S.I.P. che aveva contribuito a difendere.
Poco dopo, sentimmo alcuni spari provenienti dalle soffitte di un vecchio palazzo di via Stampatori angolo via Bertola e lui, armato come si vede nella foto allegata, dopo avermi ordinato di rientrare nel palazzo, iniziò la caccia al cecchino, ma venne colpito.
Lo trascinammo rapidamente all’interno del palazzo, ma ormai era morto. Era nato a Soulac-Sur-Mer (Gironde) il 01/01/1920 e si era unito ai partigiani nel 1944 dopo essere fuggito dalla prigionia in Germania.
Oggi proprio sulla parete dell’edificio che si vede nella sua ultima foto, in via Bertola angolo via Stampatori, è murata la lapide che ricorda il suo sacrificio.
Il cecchino venne arrestato poco dopo, processato in via Bertola e fucilato. Se ben ricordo era un cameriere del bar della stazione di Porta Nuova che aveva chiesto numerosi permessi per assentarsi dal posto di lavoro in coincidenza con le diverse azioni di cecchinaggio.
L’importante ruolo assunto dal Palazzo SIP di via Bertola 40 nei giorni della liberazione della Città è confermata dal fatto che non solo, come già accennato, la prima Commissione Alleata giunta a Torino il 30 aprile si recò subito in quella sede, ma anche quando qualche settimana dopo una prima Delegazione Militare Sovietica visitò la Città, venne organizzato una sorta di “saluto alla popolazione” proprio dal terrazzo di quel Palazzo con molti cittadini presenti nei giardini La Marmora. (5), nella stessa area ove, qualche giorno prima, avevamo fotografato Gimmy.

Torino 25 aprile 2019 Levio Bottazzi

Note bibliografiche
1 – Mario Quazza “Storia di un centro di collegamento” in “25 Aprile” ristampa anastatica
del 1985 a cura ANPI Torino – pag. 59 – 65
2 – Trasmissioni in tedesco effettuate da Leyda Bottazzi, allora impiegata al Museo del
Risorgimento, ed inserita nel distaccamento Arduino per la collaborazione fornita nelle
fasi della liberazione di Torino.
3 – La formazione “Arduino” era un distaccamento della 32° Brigata “Mingione”- F. Ferro nel suo
“I nostri Sappisti nella Liberazione di Torino” Ed. SAN – Torino a pag. 107 ricorda: “anche alla SIP
un nostro gruppo di sappisti, al comando del compagno Bottazzi, rintuzza ogni tentativo nemico di
compiere sensibili distruzioni.”
4 – “Barbato” “La liberazione di Torino” in “Rivista Municipale” Torino aprile 1955 p.39
5 – episodio ricordatomi da Gisella Giambone, figlia della Medaglia d’Oro Eusebio, che
allora, giovanissima, svolse il ruolo di interprete dal francese per la delegazione Sovietica.

Senza titolo

Guinet Oliver – “Gimmy” – Medaglia d’oro della Resistenza
Sullo sfondo il Palazzo SIP di via Bertola 40.
La foto fu scatta pochi minuti prima che un cecchino uccida “Gimmy”. Sul lato destro della foto si intravede la “garitta” posta allora nel giardino La Marmora a protezione dell’uscita di sicurezza del rifugio antiaereo esistente nei sotterranei del palazzo e utilizzata dalle SAP nelle fasi della Liberazione.