Augusto Montaruli

La marmellata del rapper, come ordinarla

Qualche giorno fa scrivevo del “rapper” di San Salvario e del suo progetto ritmato sulle marmellate, delle suore che le preparavano, dei barattoli e degli artisti che li decoravano.

Ora quel rap è realtà. Quelle marmellate le potete ordinare per consumarle e regalarle.

Vi dico come si fa allegando etichette e contributi artistici.

Dalla pagina facebook Giorni di marmellata:

Le marmellate sono buonissime, solo frutta e zucchero. Cosa aspettate a ordinarle? Ve le porteremo direttamente a casa a Torino.
Offerta minima per barattolo 5 euro. Ogni centesimo andrà in beneficenza!
Per info e ordini:
segreteria@agenzia.sansalvario.org
michele.caggia@gmail.com
tel.335293368

Chi ha collaborato:

L’etichetta di Giorgio Badriotto:
Le cartoline che accompagneranno le marmellate di Anna Borgna, Bernadetta Ghigo e Mario Bianco:

Il 25 Aprile e la scatola delle scarpe

 

Un giorno con un amico, ridevamo tra noi mentre andavamo in bici, e ci ha fermati un soldato: “ ma cosa avete da ridere?” E il mio amico che rideva più di me l’hanno portato in caserma. Il padre quando l’ha saputo è andato a tirarlo fuori, ma io poi non sono più andato a Torino. Quando avevo 17 anni e mezzo mi è arrivata la cartolina e ho detto a mia mamma che non mi presentavo: andavo in montagna.

Giovanni Tonello lo avevo conosciuto qualche anno fa quando Raffaele Scassellati mi chiese di andare a prendere un partigiano per portarlo a Cavoretto per le celebrazioni del 25 Aprile.  A Cavoretto Giovanni era con le autorità insieme ad un altro partigiano a rappresentare la storia.

Quando lo riaccompagnai a casa mi chiese di andarlo a trovare perché voleva farmi vedere una scatola che conservava.

Feci passare qualche giorno e poi gli telefonai dicendogli che quella scatola la volevo proprio vedere. 

Era una scatola che aveva contenuto delle scarpe e ora conservava ricordi. 

Una vita di ricordi fatta di tessere e fotografie. Le tessere del PCI e dell’ANPI, le fotografie del Giovanni ciclista nella squadra dell’ANPI, le fotografie del Giovanni partigiano e militante. Delle sfilate al Primo Maggio subito dopo la guerra. 

Ora Giovanni non c’è più e quella scatola non so dove sia, a me è rimasta qualche fotografia e qualche frammento di video che doveva raccontare una storia. Una storia quella di Giovanni che sarebbe un romanzo. Molto popolare. Figlio di mezzadri veneti costretti a trasferirsi in Piemonte durante la guerra per trovare altri padroni,  magari più umani. Giovanissimo lavora da muratore a riparare case e fabbriche bombardate in San Salvario: da Lombardore a Torino, andata e ritorno in bicicletta, di corsa per arrivare prima del coprifuoco e con l’ansia al posto di blocco. La scelta di andare in montagna a “fare il partigiano” tra la Francia e il Piemonte perché non voleva arruolarsi nella brigate della repubblica sociale.

Finita la guerra il lavoro in fabbrica, alle Ferriere. Licenziato perché comunista si improvvisa gelataio ambulante: “ho dovuto smettere, erano più quelli che regalavo ai bambini che non potevano comprarlo di quelli che vendevo”. Infine gestisce un negozio di frutta e verdura alla Falchera. Poi la pensione, quel minimo per tirare avanti e aiutare la sorella.

Una storia quella di Giovanni che è comune a tanti protagonisti “minori” della Resistenza senza i quali non sarebbe stata Storia. Grazie Giovanni per aver aperto quella scatola.

 

 

 

Rapper a San Salvario

Domenica pomeriggio: Michele mi ha manda un whatsapp che sembra un rap. In effetti lui il fisico da rapper, a dire il vero un po’ agèe, ce l’ha. Ma io a leggere il rap di Michele mi sono commosso.

Oggi che è martedì, Michele, mi ha inviato una foto.

Una fotografia che mi ha confermato quanto il quartiere in cui vivo è un concerto infinito e la musica che si suona abbraccia tutti i generi e che i rapper, qui, non cantano solo per cantare.

A breve Michele ci racconterà il brano completo e tutti i musicisti. Intanto leggetevi il suo rap e godetevi la foto (che ha scattato Michele).

Io che non sto mai fermo. 

Parlo di marmellata solidale.

Ieri pomeriggio verso le 14.00 mi sono fermato a riposare e ovviamente non ci sono riuscito.

Avendo distribuito al mattino 3 o 4 quintali di frutta e potendone avere altrettanta lunedì, ho pensato: 

e se le suore Rosminiane, suor Alba in testa, la usassero per fare della marmellata da distribuire alle famiglie o da vendere per raccogliere fondi?

Suor Alba è entusiasta.

Giulio è pronto per portare quanta frutta vogliamo lunedì pomeriggio.

Anche i barattoli hanno le suore.

Serve solo lo zucchero, lo trovo facilmente.

Ora serviva la ciliegina sulla frutta: il logo, un nome e le immagini.

Giorgio, un mio amico grafico: il logo sarà opera sua.

Le immagini saranno opera di Adriana, di Mario e di sua moglie Anna.

La vendita potrebbe essere fatta alla CDQ.

Cooperazione a San Salvario. 

Cercasi acquirenti.

Le scarpe nella cabina

Lo scorso novembre tornando a casa vidi in una cabina telefonica un giaciglio improvvisato, un senza fissa dimora lì aveva trascorso la notte per ripararsi dal freddo. Un mini loft minimalista che chissà se ha fatto tendenza e sarà esposto alla prossima fiera del mobile.

Oggi tornando a casa dal momento d’aria che ci è concesso giusto per pane e giornale, son passato dalla cabina telefonica e dentro ho visto un paio di scarpe. 

Scarpe consumate ma dall’aspetto elegante. Scarpe che avranno ballato, partecipato a cerimonie e fatto passeggiate in centro. 

Scarpe che son passate di piede.

Scarpe ora abbandonate o forse lì per segnare un posto occupato.

Scarpe lasciate per qualcuno che non sa dove metterli i suoi piedi.

Scarpe per piedi che camminano per una coperta o un giaciglio improvvisato.

Scarpe per gli ultimi, per uomini e donne che non sono nemmeno in saldo, piuttutosto in liquidazione totale.

Scarpe che avrebbero molto da raccontare, ma trovano poche orecchie ad ascoltare.

Quando incontrai Balmanion e Messina

Quando arrivo al circolo Crimea, Franco Balmamion sta cenando con un amico. Ci salutiamo, m’invita a sedermi e mi versa un bicchiere di vino. “Beva con noi, Guido arriverà più tardi.” Guido è Messina, il presidente dell’associazione. 

Due giri d’Italia vinse Balmamion, detto il cinese, per gli occhi forse: feritoie che mirano al traguardo e che adesso mi guardano anticipando la domanda scontata che sto per fargli, dicendomi che i giri li aveva vinti senza vittorie di tappa perché la regolarità paga, contava stare sempre con i migliori. Poi mi srotola il resto, con modestia e sorridendo: un campionato italiano, un terzo posto al tour, una Milano Torino, un giro dell’Appennino e altro ancora.  E mi racconta dell’unica volta che sua madre andò a vederlo correre, su al colle della Maddalena, si correva il trittico tricolore per celebrare i 100 anni dell’Unità d’Italia. Arrivò secondo e intascò un premio di 250.000 lire. “Erano tantissimi” dice sorridendo, “lo stipendio di un operaio non arrivava a 50.000 lire“ aggiunge l’amico a tavola. Poi scivoliamo inesorabilmente sugli altri, sui rivali. Merckx, il più grande della sua epoca, ma ingordo, le voleva vincere tutte. Mancava di generosità nei confronti dei suoi gregari. Anquetil, un signore, il migliore di tutti. Gimondi forte e caparbio. Motta, fortissimo ed elegante, ma gli mancava la grinta. Adorni, il rivale, e ridendo con gli occhi: “Che ho battuto anche in uno sprint”. Un altro bicchiere di vino e intanto arriva Guido Messina: “dieci minuti e arrivo”. Prima, giustamente, gli amici da salutare. Continuo con Balmamion e gli faccio l’ultima domanda: cosa direbbe ai giovani che vogliono correre in bici? “Di non avere fretta e soprattutto dopo aver corso di chiedersi sempre se ti sei divertito”. 

Guido Messina, che è un po’ “meno giovane”, di Balmamion parte dalle sue vittorie, me le dice velocemente da corridore in fuga: un’olimpiade, cinque titoli mondiali e sette nazionali nella specialità inseguimento e solo una volta in maglia rosa. Gli chiedo se preferiva la pista alla strada e lui mi risponde: “No, no, ma gli ingaggi in pista erano molto più alti”. Poi mi racconta della gara più bella, quella che fece scalpore. Nel 1955. La prima tappa del giro: da Milano a Torino. Il traguardo a pochi isolati da casa sua e dalla Frejus, la fabbrica della bici che montava. La fece quasi tutta in solitaria e indossò la maglia rosa. L’altra fu definita la sfida del secolo: un duello con Fausto Coppi nell’inseguimento. Era sempre il 1955 e a vincere fu Guido Messina. 

“Fausto era già avanti con gli anni… però sempre forte”. 

13 dicembre 2012 – l’avevo scritto per Ottoinforma, il giornale on line della circoscrizione otto

Il fatalista

Dedicato a chi non capisce e se ne fotte

Mio padre era al comando di un caposaldo sulle rive del Don, non sono molti i suoi racconti ma quel poco che mi raccontava quando ero un ragazzino non li dimenticherò mai. Gli episodi delle sue medaglie, l’altoparlante dei russi che invitava per nome e cognome i soldati italiani a disertare, la barba che il gelo staccava a pezzi, il fuoco “amico” dell’artiglieria, le scarpe di cartone, la ferita che lo scampò dalla morte o dalla ritirata tragica. Ma il racconto che più colpì la mia immaginazione di bambino era del quello del fatalista: un suo soldato che sporgeva dal riparo per fumare una sigaretta. Al richiamo di mio padre che lo invitava a ripararsi dai tiratori al di là del fiume diceva che tanto è fatalità, che è scritto quando si deve morire.

La fatalità ha la mira buona, non furono molte le sigarette che fumò quel soldato.

#iorestoacasa #nonsiatefatalisti