Augusto Montaruli

Lettera aperta ad una comunità

17629685_10210733520686672_4821440805156319777_n-2Lo so, lo immagino, lo sento da cosa dite e scrivete. Siete arrabbiati e delusi. State vivendo la fine dell’esperienza a Cavoretto del centro di accoglienza come una sconfitta. Non è così. Avete vinto voi. Avete vinto voi perché avete dimostrato che un altro modo, e quindi un altro mondo, è possibile.
Siete entrati da una porta aperta e avete iniziato un percorso. Entrare in quella porta aperta fu già un atto di coraggio.
Avete accolto facendovi accogliere.
Avete festeggiato insieme.
Avete volato verso un luogo dove forse non avreste mai immaginato di andare.
Avete condiviso il cibo, le risate, i problemi.
Avete creato, insegnato e imparato.
Avete letto gli stessi libri.
Siete diventati comunità.
Quella comunità, la vostra comunità, deve continuare a vivere.
Gli “ospiti” si sono trasferiti a qualche collina più in la: andate a trovarli, verrano a trovarvi.
E se dovessero arrivare altri da voi, son certo saprete cosa fare e come fare.
Avete vinto voi.
Grazie.

La lettera al prefetto e il restauratore di lampadari

Scrive Francesco Panacciulli, restauratore di lampadari artistici, dopo aver saputo della situazione complicata e difficile che si sta vivendo a Cavoretto:

IMG-0259“Lui è Moussa, un ragazzo della comunità di Cavoretto, lavora con me da 6 mesi con un progetto d’integrazione. In lui sto vivendo la drammaticità di questo momento che sta vivendo la comunita’ dove vive. Nel mio percorso imprenditoriale ho avuto molti dipendenti, ma lui per me è un figlio arrivato da lontano. Il suo sogno è di diventare un buon restauratore e tornare nel suo Senegal dove portare questo suo saper fare. E’ un ragazzo pieno di volontà con grande spirito d’iniziativa, sempre puntuale. Mettero del mio per far si che il sogno di Moussa si avveri. Forza amico mio venuto da lontano se la vita o il destino ha voluto che ci incontrassimo un motivo “reale” ci sarà.”

Anche la comunità di Cavoretto non è stata a guardare e si è fatta sentire con questa è la lettera che è stata inviata al Prefetto e per conoscenza alle istituzioni e al vescovo Nosiglia dove si chiede continuità di “modello” e di luogo.

La lettera è scritta dal gruppo di volontari che hanno prestato la loro opera al Centro di accoglienza di Cavoretto.

I motivi del successo del modello di accoglienza dei richiedenti asilo sperimentato a Cavoretto sono diversi. In primo luogo la scelta, controcorrente ma, l’esperienza stessa lo dimostra, ragionevolissima di istituire un centro di accoglienza in un quartiere mediamente non disagiato economicamente, ha permesso, dopo i primi episodi di diffidenza, di smorzare le tensioni sociali fra gli ospiti e la popolazione che, in altre condizioni, a causa della perdurante crisi che colpisce in modo particolare l’area di Torino, sarebbero state  di gran lunga più ostative.
Poi le modalità stesse del progetto di accoglienza, basato sulla responsabilizzazione e cooperazione dei giovani ospitati (per esempio turni di pulizia e di cucina), sull’attivazione di corsi per il conseguimento del titolo di studio e sull’apertura al quartiere. Non solo un’attitudine, ma eventi concreti.  Basti pensare agli incontri con gli abitanti, avvenuti appena gli ospiti sono arrivati, che hanno visto la partecipazione anche di rappresentanti della Prefettura, della Questura e della Circoscrizione, che hanno chiarito i percorsi dei richiedenti asilo, sgombrando il campo da pregiudizi e disinformazione, ma anche agli spettacoli e alle feste, una consuetudine il venerdì sera, che hanno avvicinato culture e tradizioni tanto diverse.

Si è così spontaneamente costituita una rete, informale ma solida, di volontari, che ha coinvolto anche degli studenti delle scuole limitrofe in progetti di alternanza scuola-lavoro, dedicati all’insegnamento agli ospiti della lingua italiana e di altre materie per il conseguimento della licenza di terza media, a laboratori d’arte,  di lettura, di cucina e di panificazione.

Volontari mossi non solo da un impeto di solidarietà, ma dall’esigenza di sentirsi parte di una comunità aperta, accogliente e vitale.

I risultati sono notevoli: acquisizione del titolo di studio per 24 ragazzi con conseguente impegno in tirocini e stage  lavorativi, partecipazione alle iniziative artistiche del Salone del Libro e a Terra Madre. Ricordiamo anche il contributo dato dai ragazzi all’agibilità della storica scalinata di Cavoretto e alla pulizia di piazza Freguglia all’interno del progetto ”Torino spazio pubblico” in occasione della Giornata del Rifugiato.

Quello di Cavoretto si può ormai definire un modello per il legame che si è a poco a poco creato fra ospiti e cittadini, in un processo di fattiva integrazione, che ha consentito di mobilitare risorse e canali  altrimenti impensabili.
La ricaduta sul quartiere è stata sorprendente. Cavoretto, abbarbicato sulla collina, destinato a diventare un dormitorio, privilegiato ma pur sempre un dormitorio, è stato vivificato dall’arrivo dei nuovi abitanti.

Ora veniamo a sapere che, per vicende di cui non entriamo nel merito in questa sede, questo progetto di accoglienza potrebbe essere a breve interrotto. Mentre esprimiamo la  nostra vicinanza e solidarietà agli ospiti e agli operatori che li seguono, in quanto volontari e cittadini vogliamo con forza affermare che la fine di questo esperimento, del “Modello Cavoretto”, sarebbe una incomprensibile sconfitta per tutti, non solo per gli ospiti, ma anche per i cittadini e per le Istituzioni, perché l’accoglienza, seppur gestita da privati, è un progetto pubblico. Chiediamo quindi alle Istituzioni di attivare ogni mezzo per evitare questa sconfitta, in modo che i ragazzi possano continuare INSIEME, A CAVORETTO i percorsi intrapresi, potendo contare sul sostegno delle risorse del territorio.

Per parte nostra, appena in possesso di informazioni più precise, saremo in grado di definire le iniziative che riterremo utili alla continuazione di questo progetto e modello collettivo,  per evitare il disperdersi del patrimonio di esperienze accumulate.

Segue l’elenco delle persone che hanno operato concretamente all’interno del centro, sostenute da un folto gruppo di residenti che hanno partecipato assiduamente ai momenti di festa il venerdì sera presso la struttura o nel salone parrocchiale.  Ragazzi dell’oratorio, scout, vicini di casa, studenti hanno sempre trovato le porte del Cas aperte. Un numero potente al quale, se necessario, ricorreremo per dare più vigore alla nostra richiesta di non annullare un progetto di inclusione sociale che funziona.

 

Facciamo un “baratto” a San Salvario?

La premessa:

La riforma del decentramento sta privando i quartieri di punti di riferimento e di sportelli al cittadino, di fatto l’urp (ufficio relazioni con il pubblico) a San Salvario non c’è più e inoltre l’anagrafe non è in buone condizioni di agibilità oltre al rischio chiusura per mancanza di personale. Riforma del decentramento che nelle premesse e nelle promesse avrebbe dovuto prevedere a fronte di meno costi della politica maggiori servizi nei quartieri.

Vi farei (assessori, consiglieri, giunte..) questa proposta, un po’ per provocare ma soprattutto per vedere l’effetto che fa. Per essere propositivo e perché quella premessa/promessa andrebbe rispettata. Eccola, la proposta.

campana ottoC’è un edificio pubblico, l’ex sede della circoscrizione otto.
scalo vallino

C’è un’area privata, lo Scalo Vallino, (la proprietà è Ferrovie) dove sta sorgendo il secondo centro di biotecnologie, potrebbe, forse e speriamo, nascere un centro sportivo “convenzionabile” con le scuole e non solo,  e altro ancora da capire.
La vecchia sede della circoscrizione è sottoutilizzata, di fatto gli uffici sono solo su un piano oltre all’anagrafe di via Campana.

Lo Scalo Vallino ha bisogno di essere riqualificato, a mio parere, anche con servizi al cittadino.

La proposta che faccio è molto semplice, si tratta banalmente di un baratto (tecnicamente non saprei come definirla): cedere lo stabile di via Campana in cambio di un casa istituzionale allo Scalo Vallino. Si può fare, se lo scrivo è perchè non l’ho sognato, ma perchè ho fatto qualche verifica.

La ex sede della circoscrizione di via Ormea ha tutte le caratteristiche, mi dicono esperti del settore, per essere trasformata in una casa di riposo: gli uffici possono essere trasformati in stanze per esempio e non manca un giardino.

Allo Scalo Vallino si potrebbe invece ottenere in cambio di via Ormea un edificio concepito con criteri di sostenibilità ambientale, si potrebbe ripensare l’anagrafe (a pochi metri dalla metro), si potrebbero progettare uffici e aree da adibire a riunioni e altre da affidare ad associazioni.

Una casa istituzionale del quartiere in cambio di una struttura non più adeguata, sottoutilizzata e dai costi di gestione non più sostenibili da destinare a soddisfare un bisogno della popolazione anziana.
Io dico che si può fare, ci vogliamo provare ad esplorare quesa possibilità? Atrimenti ditemi, vi prego, perché no.

Corso Marconi è come il caffè al bar

 

grazioso_monolocale_adiacente_corso_marconi_3320114512071347470L’altro giorno c’è stata una commissione di quartiere allargata alla cittadinanza che aveva lo scopo di raccogliere idee, punti di vista su una possibile riqualificazione, anzi “diverso utilizzo” di corso Marconi. Il corso che conduce dalla chiesa di San Salvatore (da qui San Salvario) al castello del Valentino. Il corso ora è percorso dalle auto solo nei controviali mentre le carreggiate centrali sono destinate su un lato a parcheggio e sull’altro a pista ciclopedonale. Una situazione temporanea ormai non più sostenibile vista l’importanza della via dal punto di vista storico paesaggistico.

Le idee raccolte sono state molte, ma unità di vedute pochissime. Qualcuno vorrebbe che tutto restasse come ora: dove mettiamo le auto? Qualcuno vorrebbe il ritorno delle auto nella carreggiata centrale e una pedonalizzazione sui controviali; altri la pedonalizzazione centrale e le auto nei controviali. Alcuni hanno chiesto, e mi pare una richiesta sensata, di ragionarci con un esperto che aiuti il percorso di raccolta di idee.

Ciò che penso io sulla questione, come vorrei il corso, non ha, a questo punto molto senso esplicitarlo. Comunque lo avevo detto a suo tempo, è qui. Ora dico semplicemente che intervenire su una parte importante del quartiere dovrebbe tener conto di quanto gravita intorno: del traffico, della scuola che insiste proprio lì, delle vie laterali, della movida, dei lavori che inizieranno in via Nizza e quindi della nuova via Nizza. Lasciatemi dire solo che un parcheggio in uno dei corsi più belli di Torino non si può proprio vedere. Almeno su questo mi piacerebbe trovare una visione comune.

Visione comune che si è trovata (non al 100%) sul mettere in protezione l’uscita della scuola Manzoni andando a pedonalizzare il controviale da Madama Cristina a via Ormea. Questo si potrebbe fare subito e senza costi, nell’immediato, per il comune.

Concludendo e scusandomi per la sintesi e invitando ad aggiungere contributi alla discussione lasciatemi dire che corso Marconi è un po’ come il caffè al bar: chi lo vuole normale, lungo, lungo ma macchiato, corretto grappa, ristretto, ginseng…. Vabbè è il bello della democrazia partecipata o meno. Però poi occorrerà fare la sintesi e magari usare la caffettiera di casa, quella senza cialde.

PS. non essendo questo un verbale formale mi sono permesso un pizzico di ironia. Scusate.

La bacheca popolare

IMG-0910A San Salvario puoi passeggiare e leggere poesie, scrivere musica, preoccuparti per gattini scomparsi, chiederti chi sia quel bambino che sorride o informarti sul boicottaggio ad Israele. Tutto questo sui muri del quartiere. Da poco ai muri della case si è aggiunta la bacheca popolare: un’uscita di sicurezza del Baretti che è stata trasformata in luogo di informazione autogestito da anarchici, boicottatori, centri sociali eccetera.
La cosa non mi scandalizza devo dire, esteticamente è un guazzabuglio e non si può vedere ma sono stato giovane anche io e la memoria mi accompagna ancora e non vorrei fare il benpensante tardivo.
Anzi, questa bacheca popolare (bacheca altrui a dire il vero e popolare non saprei in che senso) mi fa venire un’idea da proporre. Provo a dirla.
Immaginate uno spazio dove, gratuitamente senza pagare tasse di affissione e rispettando qualche elementare regola di buona educazione e di misure uguali per tutti (A4 e al massimo A3), comitati, gruppi spontanei, associazioni e istituzioni di prossimità possano affiggere informazioni, proposte, eventi, proteste, grida di giubilo o di dolore… da quello che capita nel quartiere (gattini compresi) alla messa in naftalina delle bombe atomiche.
Una sorta di facebook di strada da consultare nei giardinetti, nelle piazze del mercato e se volete possiamo chiamarla streetinfo o facesquare o facestreet che fa più figo. Un social di strada insomma. Niente di nuovo, cose che si facevano e tanto una volta.
Però tornando alle regole che sia obbligatoria la firma con tanto di recapito: se sgarri quelle poche norme soprattutto di buona educazione paghi: chi usa la bacheca deve assumersi la responsabilità di ciò che fa. Metterci la faccia sempre.
Cosa ne dite? Se lo facciamo diamo però poi una pulita a quella porta del Baretti che così è proprio brutta e non mi fa concentrare sulla programmazione del cineteatro.
E facendoci aiutare da Fossati…

Alzati che sta passando la bacheca popolare
se c’è qualcosa da dire ancora
ce lo dirà
se c’è qualcosa da chiarire ancora
ce lo dirà

La consapevolezza e la continuità

montanari programma
fonte: programma di Chiara Appendino sindaca. Voce urbanistica.

“In piena rottura con la giunta precedente noi siamo sempre disponibili al confronto con i cittadini sulle scelte urbanistiche. Non appena avrò raccolto tutti gli elementi sarò a disposizione per informare e avviare processi di partecipazione consapevole. 
Ci vedremo penso in circoscrizione presto.”

Così l’assessore Guido Montanari rispondeva ad un mio post sullo Scalo Vallino dove riferendomi ad un articolo di Giulia Ricci elencavo le potenzialità, la continuità con la giunta Fassino e la richiesta di un momento pubblico di discussione.

Promette, l’assessore, non appena avrà raccolto tutti gli elementi – quindi temo a cose decise – che avvierà un percorso di “Partecipazione consapevole”. Consapevole?? Io ero fermo alla partecipazione democratica, alle scelte condivise con la cittadinanza, ad una forte trasparenza, alla raccolta di idee e bisogni soprattutto quando si tratta di opere di grande impatto sulla vita dei cittadini. Questo recitava il programma, questo è stato lo slogan del movimento. Prima. Adesso siamo al consapevole salvo qualche finta partecipazione calata dall’alto come gli orti urbani a far arredo. Ma per capire meglio il termine consapevole sono andato a consultare la Treccani, vedi mai che abbia frainteso:

 consapévole agg. [der. di consapere]. – Informato di un fatto: sono c. di quanto è avvenuto; fareo rendere c., informare, avvertire: rendere qualcuno c. dei rischi, delle difficoltà, delle sue responsabilità; l’ho fatto c. dei pericoli cui può andare incontro. Più com., essere c. (o c. a sé stesso), avere coscienza: sono c. delle mie responsabilità. Ant., di persona che, essendo a conoscenza d’un fatto, se ne rende in qualche modo complice; anche come s. m.: fu preso, e collato terribilmente, per dire i c. (B. Davanzati). ◆ Avv. consapevolménte, con piena coscienza: spero che tu abbia agito consapevolmente.

Quindi la partecipazione consapevole dovrebbe voler dire che io, assessore, ti informo di cosa stiamo facendo in modo che tu, cittadino, sia informato. Ti partecipo alla cosa. Come per i matrimoni, ti mando la partecipazione così sai che mi sto sposando. Ma non sei il prete o il sindaco e nemmeno il testimone di nozze.

Esattamente ciò che faceva la giunta precedente, anzi di meno. Molto meno. Sullo Scalo Vallino gli incontri, istituzionali e non, con l’ex assessore Lo Russo sono stati molti e consapevolmente partecipati. La collaborazione con la circoscrizione concreta, oltre la consapevolezza. Nelle cose da da decidere.

Quindi è vero assessore Montanari, ho sbagliato a scrivere in piena continuità. C’era più partecipazione prima. L’aspettiamo comunque e con piacere in circoscrizione in modo da essere consapevoli, ma preferiremmo collaborativi anche se non collaborazionisti.