Augusto Montaruli

Le interviste possibili: Francesca Grilli

Francesca Grilli, architetto, si definisce cittadina del mondo e antispecista, comunista, anarchica, ambientalista  e pure vegana, (il peggio del peggio dice lei, c’è di peggio Francesca dico io, fidati). A lei il suo lavoro piace tantissimo perchè e’ “un mix di reale e di ideale e poi perchè  e’ sempre diverso e mi arricchisce in esperienze quotidianamente”.  Francesca, che di suo possiede solo una bicicletta, si immagina il futuro come descritto nel film “Il pianeta verde” e il mondo lo vorrebbe senza denaro. Idealista, decisamente. Ma senza idealisti, anche estremi, il mondo non progredisce. 

Come per le altre chiacchierate ti chiederei se avevi aspettative dalla giunta Appendino e se, dal tuo punto di vista, puoi darne un giudizio.

Ti dico sinceramente che non avevo alcuna aspettativa. Non credo nella politica della gente comune e tantomeno in un capo di partito che come esperienza porti la sua di comico e di intrattenitore televisivo. La professione di politico, come quella di qualunque altro mestiere, comporta studio e dedizione e inoltre credo che bisogna esserci tagliati…  io sono architetto e non credo che potrei fare altro, date le mie caratteristiche e i miei studi e credo che se si e’ lavorato a lungo sulla conoscenza di se stessi e sulle proprie capacita’, non si intraprendono carriere senza aver prima studiato.

Adesso parliamo di bellezza. Intendo la bellezza di un paesaggio urbano. Come siamo messi a Torino?

Torino in linea di massima è una bella città’ sia dal punto di vista architettonico che urbanistico,  e il nostro quartiere che è l’unico che conosco bene in quanto vi ho sempre vissuto dal periodo delle elementari in poi, è bello sia dal punto di vista della multiculturalità che della socialità. Mi piace girare per il quartiere e salutare un mucchio di persone: e’ come stare in una città’ nella città’, insieme ed uniti, facenti parte di un mondo comune.  Trovo che questo “sentirsi parte di” sia bello e importante per tutti e sia alla base di una buona e felice convivenza civile. Il bello in fondo e’ armonia e l’armonia e’ anche stare bene insieme.

Ci vogliono grandi investimenti per rendere bello e sostenibile un quartiere?

Non credo proprio, ma bisogna avere delle idee innovative ed essere ricettivi agli altri e alle novità’. Bisogna essere partecipativi e partire dal piccolo avendo pero’ in testa un’ idea più’ grande. Bisogna insomma fare della pianificazione, e se si ha bene in mente dove si vuole arrivare non si fanno interventi spot e non si sprecano denari.Tu vivi a San Salvario, l’attuale assessore al commercio vorrebbe farne una sorta di distretto del bere. Non pensi che il nostro quartiere abbia altre potenzialità?

Purtroppo i pensieri e le idee attuali, non riescono ad uscire dall’ottica puramente economica, tutto ciò che fa fare soldi e’ il benvenuto. Come dice il filosofo Galimberti lo sviluppo della tecnica ci ha portato a questo paradosso ossia che è lei che decide se e perché si devono fare le cose, non e’ più’ la politica. La politica non decide più’ nulla, per decidere guarda all’economia e l’economia guarda alle risorse cioè agli investimenti e in sintesi al mercato. Un tempo ci si ribellava ai padroni, adesso come e’ possibile combattere il mercato? Per questo dico che e’ difficile e bisogna avere un’idea di mondo diverso che non sia fatto solo di slogan produzione e denaro. Il fattore umano che e’ una parte importante del quartiere e comunque di una città’, dovrebbe essere intercettato, rivalutato e ascoltato… Personalmente sperimenterei modelli di gestione degli spazi e delle risorse alternativi. Insomma mi auguro un futuro più articolato per il nostro quartiere.

E a proposito dell’assessore sopra citato, tu con la tua collega Roberta Rinaldi avevate vinto un concorso di idee per la realizzazione di un dehors innovativo e sostenibile (anche economicamente). Non pensi sarebbe ora di mettere mano ad un po’ di creatività e bellezza anche sui dehors?

Certo che si! Potrebbe essere un inizio, una maniera per partire, magari attraverso un concorso di idee e un processo partecipato con la cittadinanza. Anche se adesso la vedo un pò dura dato il numero di strutture esistenti! Quando siamo andate a ritirare il premio (il concorso e’ stato fatto in Puglia, a Mesagne),  si aspettavano gente giovanissima e non una vecchiarda come me! Il progetto infatti era semplice nelle forme ma un po’ ardito dal punto di vista tecnologico.  Devo dire che questo mi ha fatto molto piacere, più’ del premio.

Tra automobili, scooter, bici, monopattini, mezzi pubblici e pedoni è come stare in un videogame. Non è un giudizio il mio ma la constatazione che sta diventando complicato e stressante muoversi in città. Non pensi che vada ripensata totalmente la mobilità urbana? Anche nella segnalitica o con vie dedicate ad un mezzo invece che ad altri?

Credo proprio che debba essere ripensata in una scala più’ grande che comprenda tutta la città’, con alla base un’idea diversa di vivere. Personalmente mi immagino città più verdi, meno congestionate, improntate sul trasporto pubblico e sulla mobilità dolce, mi immagino la rivoluzione della produzione agricola attraverso le vertical farm che consumano poca acqua per la produzione dei prodotti agricoli. Me le immagino nelle città, nelle fabbriche dismesse, in modo tale da rendere capillare la distribuzione evitando i grandi trasporti. Mi immagino anche di poter andare a fare la spesa direttamente lì, senza imballaggi e rifiuti plastici. Mi immagino anche piccoli elettrodomestici che mi producano direttamente in casa le verdure e mi immagino un mondo dove non si consumi più carne sia per motivi etici che per motivi ambientali. Mi immagino le piazze e le vie piene di verde e di orti, solcate da gente in bicicletta o in monopattino con servizi accessibili a tutti e di vicinato. Mi immagino più solidarietà e maggiore inclusione, condomini collettivi dove si condividano dei servizi utili a tutti (lavanderie, cucine collettive, spazi sociali). Mi immagino un mondo che produca non più merci, ma servizi in modo tale da ridurre gli sprechi e i rifiuti e mi immagino che tutto ciò che viene prodotto venga inserito in un ciclo vitale e – come la natura ci insegna – mi immagino che ciò che consideriamo scarto o rifiuto sia reinserito nel ciclo produttivo. Mi immagino quindi una società che sia in armonia con la natura, che produca ciò che può far bene al nostro pianeta, come fanno gli alberi che hanno reso e continuano a rendere respirabile l’aria di cui si necessita per vivere. In fondo respiriamo l’aria degli alberi! Non vorrei invece un mondo che continua a produrre e consumare come se niente stesse accadendo. Non vorrei una società produttivista che trascini tutti noi nel baratro. Vorrei che si parlasse di più di capitalismo naturale e di rispetto dell’ambiente.

La pandemia dovrebbe portare una riflessione anche nel settore in cui operi?

Penso di averti risposto sopra, questi due mesi di inattività’ totale mi hanno portato a riflettere e leggere molto oltre che a cucinare un sacco, vegano ovviamente!

Quali sono le qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco/a?

Dovrebbe essere illuminato, come lo dovrebbero essere tutti i politici. Platone mi pare che associ la figura del filosofo a quella del politico, perché e’ il filosofo che tramite la conoscenza è in grado di operare per il bene collettivo. 

Adesso è il momento del libro. A te dedico Aadam ed Eeva di Arto Paasilinna. E la storia di un improbabile inventore che riesce a realizzare la batteria inesauribile. Un libro godibile con un finale “rivoluzionario” nel senso di girare girare girare… 

Grazie! E’ uno degli autori preferiti del mio compagno, io non l’ho letto ma adesso lo leggero’, mi hai incuriosita.

Grazie per la chiacchierata e per quello che fai. Ci vediamo in largo Saluzzo per un caffè.

Le interviste possibili: Tommaso Vineis

Tommaso Vineis gestisce il Tomato Backpackers hotel in San Salvario, per i non anglofoni i Backpackers sono i viaggiatori che portano il loro equipaggiamento e i vestiti in uno zaino (il backpack). E questo dice già molto della filosofia della struttura: un po’ albergo con camere singole e un po’ ostello per quelle condivise. E poi basta vedere la struttura del sito o farci una visita per meglio comprendere: studenti, viaggiatori, artisti…Inoltre ho testimonianze di amici che sono andati e sono ritornati al Tomato, un punto di riferimento consolidato per San Salvario e per la città. Per questo mi “intrigava” ascoltarlo. 

Tommaso, la sostenibilità è una missione della tua attività. Collabori con Abbasso impatto, Celocelo e i servizi che offrite lo dimostrano. Che voto daresti sul tema alla giunta Appendino? 

La sostenibilità ha un ruolo centrale nel programma politico dei 5 stelle, sia a livello nazionale, che a livello locale. I risultati ottenuti fin qui sono insufficienti. Come era ampiamente prevedibile, un modello basato dalla rivincita del cittadino comune  sulla competenza non funziona. L’assessore all’ambiente del comune di Torino arriva dal mondo del marketing, non ha alcuna esperienza nel campo che è stato chiamato a dirigere e purtroppo si vede. In questi anni sono nate proposte isolate e poco coraggiose, dove invece servirebbe un piano complessivo e convincente, supportato da una visione strategica di ampio respiro per convincere i cittadini a sostenere il cambiamento. I cittadini vanno anticipati e convinti non inseguiti per fini elettorali. La buona volontà dimostrata fin qui dalla sindaca non basta. Bisogna incentivare i cittadini a produrre meno rifiuti attraverso sgravi fiscali e il riconoscimento delle aziende che si impegnano per attuare politiche sostenibili nel loro processo produttivo, come in parte previsto da un progetto a cui aderisco che si chiama Abbasso Impatto. Andrebbe incentivata l’economia circolare cominciando dalle attività all’avanguardia che operano sul territorio, dalla preziosa esperienza  di Astelav nella rigenerazione degli elettrodomestici usati o dal progetto di recupero delle eccedenze alimentari del progetto CeloCelo

Sulla mobilità sostenibile si potrebbe prendere spunto dalle tante esperienze positive in Europa, partendo dall’ “urbanistica tattica” con cui si sta ripensando la viabilità milanese e soprattutto lo strepitoso modello delle Superillas di Barcellona. Qualche associazione ha studiato delle soluzioni in questa direzione anche per Torino. Ti consiglio trattoxtratto pensata da GreenTo in collaborazione con Legambiente, progetti coraggiosi e convincenti, spesso con un costo ridotto, ma con un grande impatto. Bisogna insomma ripartire dalle idee. Per Torino sogno un futuro in cui la sostenibilità smetta di essere vissuta come un tema  marginale di cui occuparsi distrattamente per  diventare il fulcro da cui ripartire per rilanciare la città a livello nazionale e internazionale. Una città efficiente che abbia la capacità di migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini.

Adesso stiamo sul locale, su ciò che circonda il Tomato. San Salvario è spesso sulle pagine dei quotidiani:  movida, piccola criminalità essenzialmente. Eppure è un quartiere, sono di parte lo so, con un potenziale enorme. Pensa alla multireligiosità, alla sperimentazione, all’incontro tra mondo laico e religioso, alla tradizione industriale e universitaria, ai musei. L’unica proposta che è arrivata dalla giunta Appendino è dell’assessore Sacco che vuole trasformarlo in quartiere nel distretto del bere… 

San Salvario è un quartiere speciale, la cui percezione agli occhi dei Torinesi è alterata dalle conseguenze di un politica di concessione delle licenze a bar e locali notturni poco lungimirante. Si è perso il necessario equilibrio tra attività diurne e notturne, in favore di queste ultime. Non si può e non si deve seguitare a commettere gli stessi errori del passato, incentivando un modello che attira la micro criminalità, peggiora la vivibilità del quartiere e innesta una guerra tra residenti e gestori dei locali. Secondo me il futuro passa da un maggiore esercizio dell’immaginazione potendo contare sulle grandi risorse e sul potenziale che il quartiere possiede. E proprio da queste bisogna partire per promuovere e valorizzare San Salvario, le sue varie identità non perdendosi in un eccessiva semplificazione. Sarebbe bello che diventasse un quartiere all’avanguardia dove sperimentare la rivoluzione sostenibile di cui Torino ha bisogno. Si potrebbe lavorare sulla prima superillas come fu per Gracia a Barcellona, che fu la prima ad innestare la rivoluzione che ha reso pedonali i principali quartieri della città. 

Pandemia, quanto ha sofferto la tua attività? 

Ha sofferto moltissimo. Sto lavorando in questi giorni per prepararmi alla riapertura dopo il lungo stop cominciato all’inizio di Marzo. La crisi economica  scatenata dal Covid purtroppo è tutt’altro che conclusa e aspetto con grandissima preoccupazione l’inizio dell’autunno, con l’incertezza legata ad un potenziale aumento del numero dei contagi, ma anche all’acuirsi degli effetti della crisi economica in corso. In questa momento drammatico è l’intero settore alberghiero in Italia ad affrontare una fase senza precedenti e tanti tantissimi alberghi e agenzie di viaggio non riapriranno più. Con i colleghi di Federalberghi Torino e del nazionale stiamo provando a alzare la voce per portare l’attenzione sul nostro settore, uno dei più colpiti in assoluto dall’emergenza. Quanto fatto finora dal governo è insufficiente e tantissimi posti di lavoro sono a rischio.

Mi dici quanti colori e quante lingue passano dal Tomato?

Il Tomato è un Backpackers in una nazione con una forte vocazione turistica al centro dell’Europa, in un periodo storico in cui il settore turistico stava attraversando una fase di forte crescita in tutto il mondo. Insomma sono stati anni incredibili in cui abbiamo conosciuto il mondo dalla postazione della Reception. La natura informale del Tomato ha facilitato le interazioni da cui sono nate amicizie, itinerari di viaggio, scoperte musicali e molto altro. Le caratteristiche originali della nostra offerta hanno fatto il resto, selezionando spesso viaggiatori che condividono la nostra visione del viaggio e i nostri valori. Il lavoro dello staff, l’impegno nel costruire un modello di ricettività fondato sulla sostenibilità, su uno stretto rapporto con il territorio in cui è inserito, collaborando con le associazioni culturali e gli altri soggetti che lo animano ha dato i suoi frutti.

Per quali motivi i tuoi ospiti vengono a Torino?

Per via delle caratteristiche proprie del Tomato Backpackers Hotel abbiamo più turisti e qualche studente in più rispetto alla media torinese, ma direi che in generale seguiamo abbastanza il trend cittadino. Torino non è una città turistica, e nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni, resta un mercato con una importante componente business (le conseguenze dello smart working si faranno sentire..).  Il turismo sportivo contribuisce sia in termini di occupazione che di politiche tariffarie, da settembre a giugno.

Dimmi tre qualità, o quante vuoi, che dovrebbe avere il/la prossimo/a sindaco/a?

Coraggio, competenza e visione.

Pensi sia utile un’agenzia turistica di prossimità rivolta a promuovere un territorio? E su cosa punteresti per promuovere San Salvario?

Non credo che un’agenzia turistica di prossimità sarebbe utile. Mi piacerebbe al contrario che si cominciasse a ragionare come destinazione, mettendo insieme le varie anime, e aree, del Piemonte per offrire un prodotto più vario e più spendibile sul mercato internazionale. Bisogna allenare la capacità di raccontare e vendere il proprio territorio coordinando le agenzia del turismo locale e insistendo sulle peculiarità e sulle eccellenze del territorio nel suo complesso. Senza andare troppo lontano si potrebbe seguire l’egregio esempio della Regione Toscana. Il Piemonte è ampiamente attrezzato per seguire lo stesso percorso. Ci sono regioni del mondo che sono diventate destinazioni turistiche solo ed esclusivamente grazie a politiche di promozione molto lungimiranti. In Piemonte questo capacità è mancata, nonostante le olimpiadi, i siti unesco. Le ragioni turistiche di San Salvario sono già tutte palesi: un’incredibile offerta gastronomica, il parco, i musei, le università, la posizione geografica. Basterebbe un buon lavoro di storytelling.

Adesso devo cercare un libro. A te dedico “Da questa parte del mare” di Gianmaria Testa. E il libro che racconta il suo disco che parla di migranti. E un libro delicato e commovente. Finisce così: “Ed è proprio di questo che c’è bisogno: di poche parole e di una porta sempre aperta”.

Mimmo CarrettaNicola Bellaccicco (il mio barbiere)Luigi Matteoda  – Enrico Pandiani – Mauro Berruto  – Igor Stojanovic  – Raffaele Scassellati

Le interviste possibili: Raffaele Scassellati

Semmai dovessero svolgersi gli annunciati e mai programmati “Stati generali della sinistra” sarebbe utile ed opportuno dedicare un tempo adeguato a persone come Raffaele Scassellati. Sarebbe tempo speso bene perché aiuterebbe a comprendere meglio la crisi della sinistra. Raffaele è la figura, anche un po’ romantica, del militante di sinistra che non c’è più. Lui ha capito di non “servire” più e si è dedicato anima e corpo all’ANPI. A modo suo però, interpretando l’associazione non solo come ente che celebra e commemora, ma coinvolgendola nelle dinamiche del territorio in cui opera. Con lo spirito di servizio del militante e come dovrebbero fare i partiti locali (o avrebbero dovuto continuare a).  Almeno quelli di sinistra dal mio personale punto di vista.

Di Raffale voglio raccontare un aneddoto. Eravamo di servizio ad un ristorante della Festa de L’Unità del 2011, quella nazionale in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia che si tenne nei giardini reali dietro piazza Castello a Torino. Eravamo di turno come circolo PD di San Salvario, lui lo era sempre e si occupava della cucina, degli approvvigionamenti, di tutto insomma. Una sera, ero di turno come cameriere, restammo senza gas. I tavoli erano gremiti di persone e altre erano in attesa. Un disastro. Lui senza farsi prendere dal panico mi/ci ordinò di intrattenere gli ospiti: fate qualcosa, vendete i biglietti della lotteria, portate da bere, inventatevi qualcosa. Io, tempo mezzora, porto il gas. Gli ospiti cominciavano a “borbottare”, tranne due. Quei due erano Carla Fracci e Ettore Scola. Erano in un tavolo in fondo. Andai a scusarmi e ringraziarli per la presenza. Mi sorrisero dicendomi che non avevano fretta e potevano aspettare. Tornai da Raffaele eccitato e gli raccontai: Raffaele, ci sono Ettore Scola e Carla Fracci!! Bene, mi disse, ma quanti biglietti hai venduto? Ecco, appunto, Raffaele. Presidente della sezione ANPI Nicola Grosa.

Fatta l’introduzione cominciamo con le domande.

Raffaele, ma quanti nomi hai nella tua rubrica telefonica?

970. Quasi mille. 

L’ANPI non dovrebbe occuparsi solo di rinnovare la memoria storica e di commemorare?

Per tanti l’ANPI dovrebbe solo dedicarsi alla “memoria” e commemorare la Resistenza. Io la penso come il Presidente Emerito Carlo Smuraglia, l’ANPI oltre alla sua missione principale deve essere parte attiva nella società. Per questo mi occupo di territorio relazionandomi con le altre realtà, per questo abbiamo proposto un parco dedicato alle vittime da coronavirus (link).

Forse sei stato tu il primo in Italia ad entrare in una Moschea, coinvolgendo comunità ebraica, chiesa cattolica, comunità valdese e istituzioni laiche, per parlare di Costituzione. Non solo hai anche distribuito la Costituzione in lingua araba. Cosa ti ha spinto a organizzare questa iniziativa?

Guarda, anche quando lavoravo andavo oltre i miei compiti interessandomi di aspetti che non mi competevano strettamente. Mi piace occuparmi di ciò che mi sta intorno. Aderendo a quanto dice Smuraglia interagiamo con il territorio, ciò che citi è un esempio ma ne potrei aggiungere altri.

A te non sfugge una tessera. Sia quando eri tesoriere del circolo PD di San Salvario sia ora come presidente della sezione ANPI. Cosa serve per aggiungere (o non perdere) un tesserato: autorevolezza, obiettivi raggiunti, iniziative efficaci?

Deve essere visibile e concreto il tuo lavoro, deve essere percepito il fatto che stai lavorando e proponendo azioni che stanno a cuore alle persone cui offri una tessera. La tessera ha anche il valore di chi la offre. 

Faccio anche a te la domanda che rivolgo a tutti quelli che passano da qui: la sindaca Chiara Appendino per cosa sarà ricordata?  

La mia impressione è che bisognerà ripartire quasi da zero. Non mi sembra una sindaca vicina ai problemi dei cittadini, nonostante i proclami. Quindi sarà ricordata da un orologio fermo.

Tu ora non sei iscritto a nessun partito, lasciasti con una certa sofferenza il PD (prima e come chi ti fa le domande), torneresti ad iscriverti ad un partito? E se sì con quali presupposti?

No, mi dedico all’ANPI. Naturalmente sono di sinistra quindi mi interesso dei partiti di sinistra. Purtroppo chi è di sinistra riceve sberle abbastanza sovente e questo mi addolora.

Mi dici tre (o quattro o quante vuoi) qualità che dovrebbe avere il/la prossimo/a  sindaco/a della città di Torino?

Vorrei un sindaco che faccia cose di sinistra. Semplicemente. E non pensi solo alla sua immagine o interpreti il suo ruolo come una professione.

Farai campagna elettorale alle prossime elezioni amministrative? E se sì a quali condizioni?

No. Chiaramente voterò a sinistra, ma il mio ruolo mi impone una certa neutralità. Una certa…

Tu non sei uno che cerca visibilità, anzi con le tue iniziative la “offri”  ad altri e tu ti metti in platea. Cosa ne pensi dei politici che fanno tanti selfie?

Per molti è una professione e non una passione, allora devono promuovere la loro immagine. Io che ho sempre fatto gavetta faccio fatica a comprendere questo andazzo.

Adesso è il momento, come abitudine, della citazione di un libro. A me viene naturale citare un capolavoro della letteratura legata alla Resistenza: L’Agnese va a morire di Renata Viganò. Esempio di militanza fino all’estremo sacrificio. Quella militanza e qual sacrificio che ora non è più esempio e spesso e nemmeno richiesta. Forse perché abbiamo dimenticato le cause che spingevano a farla la militanza. Eppure ce ne sarebbero di cause.

Chiudiamo con una curiosità, forse non tutti sanno che (cit. Settimana Enigmistica) nel salotto di casa Scassellati ci sono mobili utilizzati sul set di Cabiria. Il nonno di Raffaele, Alfredo Gandolfi, insieme ad Arturo Ambrosio fu pioniere del cinema italiano. Se andate a Grugliasco, al parco Le Serre, vedrete una targa che ricorda il nonno di Raffaele. Proprio lì dove abitava e dove ora si allenano gli artisti del Circo Vertigo gli stabilimenti cinematografici. Al prossimo sindaco potremmo chiedergli di dedicare una via ad Alfredo Gandolfi. Raffaele credo sarebbe molto contento, anche se lui dice che basta quella targa a rendere felice lui e i suoi fratelli. A Torino però non dovrebbe bastare.

Un abbraccio Raffaele e grazie per la chiacchierata.

Ps. Conoscendo Raffaele le risposte me le aspettavo sintetiche, lui è uomo più d’azione che di parole. L’8 settembre (la data non è un caso) lo troverete per le strade di San Salvario, Cavoretto e Borgo Po a posare i fiori alle lapidi dei partigiani con Massimo Pizzoglio. Se li incontrate salutateli e ringraziateli. 

Le interviste già uscite:
Mimmo CarrettaNicola Bellaccicco (il mio barbiere)Luigi Matteoda  – Enrico Pandiani – Mauro Berruto  – Igor Stojanovic 

Le interviste possibili: Igor Stojanovic

Igor Stojanovic l’ho conosciuto prendendo un caffè in piazza Nizza insieme a sua moglie. Avevo bisogno di lui per capire che ciò che stavo proponendo, piccole aree attrezzate per le popolazioni nomadi, aveva senso. Insomma avevo bisogno di un suo parere. Non volevo fare proposte senza prima aver verificato più che la fattibilità l’utilità dell’idea. La proposta, passata con un po’ di fatica in circoscrizione e naturalmente ignorata in comune, la potete leggere qui

Io credo sia un bell’esercizio di ripasso politico e culturale “intervistare” chi ha un vissuto da raccontare e chi sta dalla parte degli ultimi(ssimi).  Igor è nato nel 1980 a Kragujevac in Serbia, nella ex yugoslavia. Dalla città dell’auto serba nell’86 si trasferisce nella (ex?) città dell’auto di Torino. Di mestiere fa il mediatore culturale e il cuoco. Gestisce un home restaurant dove attraverso il cibo fa ripercorrere “il viaggio dei 1000 anni del popolo rom”. Attivista militante per la difesa dei diritti di tutti, ma vista la situazione attuale si batte per i diritti del popolo rom soprattutto nel suo ruolo di operatore antidiscriminazione della citta metropolitana e esperto di sviluppi delle comunità, una figura nuova in Italia. E’sposato dal 2005 con Ilaria,  ligure piemintese, Klarissa e Katrin sono i loro figlioli. A completare la famiglia tre gatti e un cane.

Igor Stojanovic, cittadino del mondo, ha mantenuto la cittadinanza serba che non cambierà mai. Per mantenere un legame con le sue origini.  Igor è anche attivista di Slow Food International all’ufficio migranti. Una persona che ha molto da dire, per questo è qui.

Eccoci Igor, l’ho fatta un po’ più lunga la presentazione, ma era necessaria. Adesso andiamo con le domande. 

Di solito concludo le “interviste” citando un libro, con te partiamo da un libro. Recentemente ho letto “Questa terra è la mia terra” un racconto autobiografico di Woody Guthrie. Parla dell’America dei Vagabondi, quelli che salivano sui treni merci per spostarsi in cerca di lavoro e di sopravvivenza. Ti ricordi come fa la canzone? Questa terra è la tua terra, questa terra è la mia terra, dalla California fino all’isola di New York, dalla foresta di sequoie fino alla corrente del golfo, questa terra è stata creata per te e per me. E’ rimasta solo una canzone?

Penso sia rimasta come un’utopia o un sogno che non si è mai realizzato. Almeno per il popolo Rom. Gente senza un terra in fin dei conti, arriviamo dall’India e siamo la la minoranza più diffusa in Europa e la più discriminata. Quando nascondevo, per non essere discriminato, le mie origini rom forse questa canzone era anche mia/nostra, ma con il diventare adulto sono sempre più fiero delle mie origini. Ora anche i bambini rom nati a Torino da famiglie che ci abitano dagli anni ’60 sono degli stranieri che devono tornare a casa loro. 

Sulle popolazioni rom avevi aspettative da questa amministrazione 5 stelle? E quali?

Nel 2017 quando l’amministrazione votò il superamento dei campi avevamo delle bellissime aspettative, all’inizio del loro mandato sembravano quasi interessati, in senso positivo, nel permettere dei rom torinesi  tanto da riceverci in comune più volte e di raccontare loro ciò che stavamo facendo come attivisti e associazioni. Come vediamo in questi giorni la loro disponibilità si è trasformata nella più grande carneficina sociale del popolo rom a Torino. Senza pietà e rispetto delle regole stanno rubando il futuro alla mia gente. Eppure soluzione alternative alla ruspa ce ne sono tante, compreso le aree di transito come avevi proposto tu che sono una realtà in gran parte dell’Europa.

Cosa vuol dire essere di sinistra e (pre)occuparsi dei rom?

Essere di sinistra e (pre)occuparsi dei rom è cosa fondamentale e fisiologica, cosa che molti compagni non hanno capito e li pregherei di non dichiararsi più antirazzisti. Sono riusciti a vedere e protestare (giustamente direi) dei discrimini che capitano dall’altra parte dell’oceano senza accorgersi che sotto il loro naso era in atto una carneficina sociale. All’inizio dell’anno è morta una neonata al campo di via Germagnano, una creatura costretta a nascere in un cimitero di amianto. E’ morta nel silenzio, menefreghismo assoluto e nessuno si è fatto delle domande. 

Quando per il MOI ci sono stati milioni di euro da spartire ho visto una “grande interesse”, in via Germagnano per 500 mila euro latitanza completa tranne un’associazione che si occupa di terre confiscate alla mafia. Se Slow Food nel periodo di lockdown dovuto al Covid non avesse destinato fondi per il fabbisogno primario della popolazione rom, mangiare, quella gente sarebbe morta letteralmente di fame. La Torino solidale si era dimenticata dei rom. Quando la TV ci diceva restate a casa il comune di nascosto buttava giù le baracche e non permetteva di uscire per cercare cibo. Ho visto mitra puntati verso una donna, una donna che aveva fame.

I rom sono tutti ladri?

Rubare è una conseguenza alla non possibilità di realizzarsi con il lavoro. Comunque no, non siamo tutti ladri anzi la maggior parte di noi lavora e vive in una casa vera. Solo la parte più fragile e vulnerabile del nostro popolo vive nei campi rom e per fame ruba o chiede l’elemosina o raccoglie ferro. Per sopravvivere. Faccio io una domanda, avete mai sentito di un datore di lavoro che assume una persona che abita in un campo rom? 

Tempo fa avevo collaborato, per le foto, ad un docufilm che girammo in via Germagnano e in Lungo Stura. Vidi un mondo estremamente vario, tra gli altri c’erano persone che vivono nelle baracche per potersi curare negli ospedali torinesi perché in Romania era impossibile. Non pensi che sia paradossale che i torinesi fanno la “vacanza dentistica” a Bucarest e i romeni poveri vengano qui per cure ospedaliere? 

Sì è paradossale, ma si chiama globalizzazione. La prima a giovarsi dell’entrata della Romania in Europa è stata l’Italia: manovalanza ricattabile e a basso costo e inoltre, ancora peggio, turismo sessuale.

I rom, come i migranti, sono strumento di campagna elettorale. Per alcuni se non ci fossero dovrebbe inventarli. La solita storia, non credi?

Sì, è palese che fomentare odio in campagna elettorale porta voti. Salvini iniziò la sua campagna elettorale proprio nel campo di via Germagnano. Nelle campagne elettorali i rom diventano il “problema zingari”. Quelle campagne elettorali, come ora, si trasformano in autogoal per l’amministrazione.

Secondo te i fondi della comunità europea stanziati per la questione nomadi se utilizzati bene potrebbero risolvere la questione?

Solo dall’inizio di questo anno l’Italia ha ricevuto ben 17 milioni di euro per l’inclusione del popolo rom, sono stati usati tutti per la ruspa. A Torino 500 mila euro per non sistemare una quarantina del campo regolare di via Germagnano. Per i mille abusivi, piazzati lì dai vigili dopo altri sgomberi i fondi sono stati stanziati da un ente privato. Eppure le soluzioni ci sono, eccome se ci sono, ma non vogliono essere adottate. E’ utile avere un capro espiatorio. 

Occorre reiniziare dai fondamentali dell’inclusione: istruzione, casa, lavoro. Persone come me sono state formate come esperti dello sviluppo delle comunità come è previsto dalle linee guida della comunità europea al fine di superare i campi. E’ notizia recentissima la denuncia/querela che l’Associazione Nazione Rom ha presentato contro i comuni di Roma, Torino e Firenze e all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscrimazioni Razziale della Presidenza del Consiglio dei Ministri) con queste accuse: abuso ed omissione di atti d’ufficio, omissione di soccorso, falso ideologico e materiale, truffa sui fondi europei e discriminazione razziale. 

Se uno dei candidati a sindaco ti chiedesse di scrivere un pezzo di programma sulla questione nomadi, su cosa ti concentreresti?

Gli chiederei di rispettare i diritti del popolo rom che sono gli stessi di altre persone e non come immondizia da mettere sotto un tappeto. Le soluzioni ci sono, è sufficiente seguire e adottare le le linee guida della Comunità Europea

Un libro lo abbiamo citato all’inizio dell’intervista, ma io ne aggiungerei un altro: “Alba senza giorno” di Fernando Coratelli. Una coppia di giovanissimi rom scappa dal villaggio per cercare fortuna nell’Europa del benessere. La fine è tragica e dimostra che i veri problemi sono altri. Drammaticamente altri. Appena ci vediamo te lo regalo. 

Un abbraccio e grazie per quello che fai.

Le interviste già uscite:
Mimmo CarrettaNicola Bellaccicco (il mio barbiere)Luigi Matteoda  – Enrico Pandiani – Mauro Berruto 

Le interviste possibili: Mauro Berruto

 

Quando ho iniziato con le interviste avevo immaginato un’alternanza tra un politico e un cittadino/elettore, poi la sequenza è saltata perché ho ritenuto meglio limitare le interviste ai politici per dare più spazio e più voce ai cittadini elettori. Oggi incontriamo Mauro Berruto, di cui confesso sono ammiratore non fosse altro perché mi ricorda una bella pagina, grazie alle sue di belle pagine, della mia attività istituzionale. La lettura di un suo libro, Independiente sporting, diede il via all’unica iniziativa culturale nel corso di Torino capitale dello sport organizzata insieme dalla circoscrizione, dal Salone del libro e dalle biblioteche civiche. Leggetelo quel libro.  

Mauro le 5 stelle del Movimento stanno a significare: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. Secondo te, e come chiedo ad altri, a prescindere dalla brillantezza delle stelle, non credi ne manchino di stelle?

Uno dei problemi (paradossalmente non il principale) sono certamente le “stelle” che mancano (come il lavoro, la cultura, lo sport, il turismo e così via), ma il problema tragico è il modo in cui le “stelle” di cui sopra sono state trattate. Come si fa a non essere d’accordo che ci si debba occupare di ambiente, di trasporti, per dire? Il fatto è che questi temi sono stati affrontati con il folle orgoglio del valore dell’incompetenza, dell’assurda pretesa che chiunque potesse occuparsi di qualunque cosa. La stagione politica Cinquestelle è stato il peggior disastro immaginabile, più pericoloso dell’avanzare delle destre estreme (che peraltro proprio il populismo Cinquestelle ha contribuito a sdoganare). Potrei parlarti per ore di ciò che penso dell’attuale maggioranza di Governo, non lo faccio. Ti dico soltanto che il Movimento Cinquestelle voleva uno tsunami: lo ha ottenuto. E tutti noi ci siamo affogati dentro.

Faccio anche a te la domanda che ho rivolto ad altri ospiti delle mie interviste: Chiara Appendino la ricorderemo con una statua dedicata al monopattino o resterà altro?

Credo che, purtroppo per lei, Chiara Appendino non verrà ricordata. Oppure verrà ricordata per le cose non fatte, per le occasioni perse, per aver tenuto il pedale del freno costantemente schiacciato sullo sviluppo della città (a fronte del paradossale #torinoriparte) oppure per aver sbandierato risultati farlocchi proprio su temi diventati bandiere di questa amministrazione (mi vengono in mente l’innovazione, obiettivo non solo fallito clamorosamente in città, ma che ha visto la protagonista di quei disastri diventare Ministro della Repubblica! oppure le recenti vicende dello sgombero del campo Rom di Via Germagnano, esemplare esempio di inesistenza di una visione, di un progetto). Purtroppo anche in quest’ultimo caso la soluzione che passa attraverso la distribuzione di un po’ di denaro, quasi come si fa con le paghette agli adolescenti, non solo non funziona, non solo è un danno erariale, non solo è, mi verrebbe da dire, anti-educativo, ma  un modello che abbiamo tragicamente visto applicare anche su scala nazionale.

E Chiara Appendino sarà ricordata anche per la rinuncia ai Giochi Olimpici… 
 
Già e “‘il modo ancor m’offende” direbbe Dante. In questo caso sono veramente arrabbiato, sia come sportivo che come cittadino. Quella rinuncia è stata l’apoteosi del pensare in piccolo, del non volersi mettere alla prova di fronte a una grande sfida, del timore di non essere all’altezza. È stata anche la rinuncia alla possibilità di dimostrare che si possono fare le cose bene e magari in un modo diverso. Sono solo una manciata, nel mondo intero, le città che hanno ospitato i Giochi Olimpici due volte: Torino poteva essere una di queste, forte della straordinaria accelerazione che il 2006 le aveva regalato, cambiando la città, ma soprattutto i cittadini, la loro mentalità, la percezione di se stessi, l’orgoglio di appartenere a qualcosa di straordinario. Beh, ci è stato tolto tutto questo, senza neppure chiedercelo, in virtù di quella decrescita che, nei fatti, si è dimostrata infelice e basta.

Bene (si fa per dire), adesso parliamo di aspettative. Non ti chiedo per chi voterai, è anche prematuro forse, però ti chiedo tre cose (fai tu se vuoi togliere o aggiungere) sulle quali la prossima amministrazione dovrebbe concentrarsi.

Ti dico una premessa e poi quattro cose, che credo rappresentino un po’ i punti cardinali di un’ipotetica bussola in mano al nuovo/a Sindaco/a:

0. Ovvero la premessa: una totale discontinuità (di fatto e di pensiero) con l’attuale amministrazione. Ringraziamo (per dover di cortesia) la Sindaca Appendino e procediamo senza nessun tipo di relazione con ciò che è stato prima. La sfida (che risiede nei quattro punti che seguono) è semmai quella di convincere gli elettori che hanno affidato la città ai Cinquestelle nel 2016 a cambiare la loro scelta dentro alla cabina elettorale, non quello di apparentarsi a chi ha ampiamente dimostrato la propria inefficacia. Detto questo, i quattro punti:

1. Spingere Torino a investire su stessa e mettere al centro delle proprie politiche la capacità di generare un mercato del lavoro moderno. 

2. Accorciare le distanze in città (sociali, culturali, chilometriche, mentali)

3. Ricollocare Torino in un contesto nazionale ed internazionale capace di attrarre investitori e di includere (non solo integrare… c’è una sostanziale differenza!) chiunque desideri venire a lavorare o a vivere qui.

4. Far diventare Torino una healthy city: una città dove la qualità della vita, la cultura del movimento, il rispetto dell’ambiente, incidano sulla salute fisica e mentale dei cittadini, generino risparmio al Servizio Sanitario Regionale. Una città dove sia bello vivere, in sostanza. E qui lo sport (inteso come cultura del movimento, appunto) c’entra eccome.

Secondo me in politica prevalgono più i destini personali rispetto a quelli collettivi, la causa si diceva una volta. Tu che sei allenatore e avendo letto il tuo “Capolavori” avresti conseguito successi sportivi solo concentrandoti sul tuo destino personale? 

Perdonami Augusto, ma da quando il cognome di un politico è entrato nel simbolo di un partito (il primo fu Berlusconi negli anni ’90) fino a diventarne la parte più visibile, il processo è diventato tragicamente irreversibile. È successo a tutti, da destra a sinistra. Metto in relazione questo fatto al momento in cui sul retro delle maglie dei club calcistici è comparso il cognome dei calciatori: nulla è stato più come prima.  Io sono romanticamente legato all’idea che il proprietario di quel cognome debba essere al servizio di quella maglia e non il contrario. Ho allenato in quel modo la nazionale italiana di pallavolo e ho tenuto fede a quell’idea fino a quando è stato possibile difenderla. Quando non è stato più possibile, nonostante cinque anni meravigliosi e sette medaglie di cui una olimpica, a Londra, ho dato le dimissioni. 

Anche questa è una domanda che faccio quasi a tutti: mi dici tre (se poi sono cinque va bene lo stesso) qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco?

Essere capace di costruire una squadra.  Essere capace di scegliere le migliori competenze e saperle far lavorare insieme, creando senso di appartenenza. Dare una propria visione e poi affidarsi alla qualità del lavoro delle persone scelte.  Sarà fondamentale questa squadra, non il nome del/la Sindaco/a. 

Tu fai parte, in modo molto impegnato e schierato (nel senso di da una parte e non dall’altra) della società civile. Io personalmente credo che sia un termine abusato e anche un po’ inflazionato. Sa un po’ di non mi sporco le mani con i partiti o i partiti non sono più così attrattivi?

Da sempre rigetto l’idea che si debba gareggiare circa la supremazia fra politica e società civile. Mi verrebbe da dire che dovremmo essere tutti politici, nel senso letterale del termine, ovvero tentare di migliorare quel pezzo di mondo (la polis) che ci è stata affidata al fine di restituirlo un po’ migliore a chi verrà dopo di noi. Questo vale per la città, per la qualità dei rapporti sociali e vale per il rispetto del territorio e dell’ambiente. Quest’ultimo tema deve essere centrale per il presente e per il futuro della nostra città e del nostro Paese. È incredibile come, a differenza di tanti altre nazioni in Europa e nel mondo, in Italia il tema ambientale continui a non essere presidiato da nessun partito politico di quelli strutturati e, diciamo così, tradizionali. Guardo con grande speranza al movimento Fridays For Future, tanto del destino di questo pianeta è nelle mani (fortunatamente!) di ragazzi e adolescenti che hanno già ripetutamente dimostrato di avere le idee molto più chiare di noi adulti.

Lo faresti l’assessore allo sport? E se sì con quali presupposti?

Vedi Augusto, mi hanno fatto sorridere il fiorire di auto-candidature e di fantasiose ipotesi per ruoli ancor più fantasiosi. Non cado in questa tua (simpatica) trappola… Mi appassiona di più la riflessione sui temi, sui contenuti, sulla visione, sulle azioni da mettere in campo e poi… su quell’affascinante momento che è la  composizione di una squadra. 

Se vuoi puoi anche dirmi cosa voterai il 20 di settembre e perché? 

Te lo dico, eccome! Voterò un gigantesco e convintissimo NO! 

“NO” al quesito referendario (e ci sono almeno una mezza dozzina di importantissime ragioni per farlo) e soprattutto “NO” all’ennesima concessione al populismo, “NO” all’ennesimo tentativo di nascondere la spazzatura sotto al tappeto, “NO” all’ennesima polpetta data in pasto da sbranare per tenere a bada frustrazione e rabbia. Non voglio affatto meno rappresentanti, li voglio profondamente migliori. Questo referendum è un pericolo per la democrazia, prelude a qualcosa di ancora peggio (ti ricordi di Grillo e dei suoi deputati estratti a sorte o di Casaleggio e della sua profezia sul fatto che in futuro il Parlamento diventerà inutile?). Abbiamo già visto la grottesca realtà della piattaforma Rousseau, io spero che questo Paese voglia difendere la propria Costituzione e fare delle riforme vere, non tagli lineari (peraltro dall’esito economico marginale) da sepolcri imbiancati.

Anche questa “intervista” le concludo citando un libro. No meglio, non cito un libro ma cito un autore che conosci e che scrive anche di sport: Marco Ballestracci (Gianni Mura già citato). Sai perché? Perché Marco racconta lo sport come mi piacerebbe facesse la politica: ti emoziona e ti appassiona. Vero?

Facciamo così: tu citi Marco Ballestracci, l’emozione e la passione per lo sport come della politica.  Io cito Philippe Noiret, Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, che dice all’ormai cresciuto Totò: “Qualunque cosa farai, amala come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu”. 

È quel tipo di amore per le cose che siamo chiamati a fare che migliorerà il mondo. 

Grazie per la chiacchierata. Davvero.

 

Le interviste già uscite:
Mimmo CarrettaNicola Bellaccicco (il mio barbiere)Luigi Matteoda  – Enrico Pandiani

Le interviste possibili: Enrico Pandiani

Enrico l’ho conosciuto come scrittore al ritorno da una vacanza a Parigi entrando in una libreria di Alba dove, incuriosito, ho comprato un libro da regalare a mia moglie: Les italiens. Un giallo, un noir, un poliziesco… non so mai come definirli questi libri… insomma un romanzo dove protagonisti sono un ispettore, Mordenti, capo di una squadra di polizia composta da poliziotti di origine italiana. Dopo quel libro ne sono venuti altri e intanto ci conoscevamo. Andiamo con l’intervista…

Enrico le 5 stelle del Movimento stanno a significare: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. E la cultura?

La cultura? cos’è, si mangia? In questi anni di exploit e interviste televisive, i 5 stelle hanno ampiamente dimostrato quanto la cultura, e tutto ciò che le gira attorno, sia lontana dalla loro visione del mondo, una visione rabbiosa e punitiva nei confronti di problemi che non hanno saputo vedere e, le poche volte che li hanno visti, non hanno saputo affrontare. La gestione dei mezzi pubblici torinesi ne è un esempio lampante, che dimostra l’occlusione mentale di una classe politica ormai scollata dalla realtà.

Se dovessi scrivere un giallo (giallo?!) sul Movimento, chi sarebbe la vittima e chi l’assassino? 

Temo che non ci sarebbe una vittima, sarebbe una strage. E gli esecutori sarebbero i cittadini esasperati, molti dei quali, tra l’altro, li hanno votati e credo siano quindi ancora più frustrati di chi il voto si è ben guardato dal darglielo. Temo inoltre che sarebbe un giallo noioso, dove gli indizi porterebbero a scoprire una vicenda pietosa, che si dibatte nel vasto mondo dell’incompetenza. Preferisco rimanere con les italiens.

Faccio anche a te la domanda che ho rivolto ad altri: Chiara Appendino la ricorderemo con una statua dedicata al monopattino o resterà altro?

Più che al monopattino, una statua di Chiara Appendino sarebbe un monumento alla persona sbagliata nel posto sbagliato. Ma non c’è alcun bisogno di erigere statue, visto che basta muoversi per Torino e i segni di questa incapacità si possono trovare ovunque, nelle piste ciclabili folli, nella mancanza di mostre e turismo, anche nei monopattini abbandonati nei posti più assurdi. Ma qui entra in gioco anche l’inciviltà della gente e questa è un’altra storia.

Enrico, tu frequenti per le presentazioni dei tuoi libri e anche come lettore le librerie indipendenti. Soffrono come sai bene, secondo te cosa dovrebbe fare l’amministrazione della città per aiutarle?

Le librerie indipendenti sono l’ultimo argine contro la barbarie. La competenza dei librai, il loro rapporto con i lettori e la loro straordinaria capacità di crearne di nuovi è un patrimonio che qualsiasi amministrazione cittadina dovrebbe obbligarsi a conservare. In Francia, se non sbaglio, esistono addirittura dei sussidi. Ma anche i lettori che comprano su Amazon o nelle grandi catene, che inseguono i miserabili sconti che vengono loro proposti, hanno una colpa. Un lettore dovrebbe tenere al primo posto il suo libraio di fiducia, quello con cui può parlare, discutere, ridere e dal quale può essere ben consigliato.

Secondo me in politica prevalgono più i destini personali rispetto a quelli collettivi, la causa si diceva una volta. Io credo che questo sia un andazzo diffuso in tutte le categorie. Cosa ne pensi?

Sono d’accordo. La politica ormai è divismo, e la gente premia il politico che l’ha sparata più grossa, non quello che ragiona e lavora nell’ombra per la collettività. Se al referendum che stiamo per andare a votare, la domanda fosse: Vuoi tu che lo stipendio dei parlamentari sia decurtato del 50%?, allora risponderei SÌ. Mi piacerebbe vedere una politica che non paga, alla quale si accede non per il denaro, ma perché si vuole lavorare al miglioramento della società e della cosa pubblica. Ma ovviamente resta un sogno. 

Anche questa è una domanda che faccio quasi a tutti: mi dici tre (se poi sono cinque va bene lo stesso) qualità che dovrebbe avere il prossimo sindaco?

Essere un vero politico, avere una cultura che gli permetta di capire la sua città, avere un’occhio di riguardo “vero” nei confronti delle periferie, essere capace di una visione a distanza, avere il coraggio di indisporre i propri cittadini lavorando per loro. 

Scriveresti un romanzo con un assessore protagonista? Per esempio un assessore che risolve casi, ti passo un titolo “La buca perfida” o “Il dehors fuori norma”. Si scherza eh.

Potrebbe essere un personaggio interessante. Certo che tra buche stradali, dehors selvaggi, monopattini abbandonati, trasporti demenziali, piste ciclabili fantascientifiche e cittadinanza incivile, avrebbe un bel daffare. Non so quanto tempo gli rimarrebbe per fare l’assessore.

Anche questa “intervista” la concludo citando un libro. A te dedico un libro di Steinbek che ho letto recentemente, “Viaggio con Charley”. Steinbeck con un furgone trasformato in camper ed in compagnia del suo cane, Charley, si mette in viaggio a scoprire il suo paese. Tu hai un cane e un camper?

Non ho né un cane, non più, né un camper. Ma parlando di Steinbeck, ti consiglio di leggere, ma immagino tu l’abbia già fatto, Diario russo, il resoconto che lo scrittore fece nel 1949 del suo viaggio in Unione Sovietica assieme al fotografo Robert Capa di cui nel libro si trovano anche le foto. È una lettura molto divertente e interessante. Non ci sono cani, né camper, ma c’è la scoperta di un paese straordinario da parte di due americani, senza quei paraocchi che in genere portano i loro connazionali. 

Grazie per la chiacchierata e per aver segnalato un libro che non conoscevo e ora leggerò.

Enrico Pandiani su Wikipedia

Le interviste già uscite:
Mimmo CarrettaNicola Bellaccicco (il mio barbiere)Luigi Matteoda