Augusto Montaruli

Una questione privata? Lettera a Don Mauro

Caro Don Mauro,

ti scrivo una breve lettera aperta sulla questione del Baretti che non vuole parlare di cifre, di imu e di caldaie e nemmeno vuole essere un appello a ripensarci. Vuole semplicemente soffermarsi sul metodo che hai scelto per gestire “l’affaire” Baretti: una questione privata. Eppure sapevi benissimo che tale non era. Per due motivi molto semplici: perché tu non sei un agente immobiliare o un amministratore di stabili, sei un prete, un parroco, il “capo” di una comunità; perché il Baretti non è una multisala con i pop corn ma è parte di una comunità che comprende anche la tua. Capita che si esca dalla chiesa e si entri in teatro e viceversa. Fa bene alle anime una buona dose di Baretti.

E proprio perché la questione non è privata, arrivo al punto, mi chiedo perché non dircelo prima? Perché non hai chiesto di affrontare la questione prima che esplodesse in un, diciamo così, confronto acceso costringendoci a scegliere da che parte stare. Avremmo, tutti quelli che hanno a cuore la e le comunità, provato a trovare una soluzione. Perché vedi, il punto non è quanto costa l’affitto della sala, il punto è quanto costerebbe non averla più quella sala. Il punto è che usciti dalla chiesa molti se ne tornerebbero a casa a stordirsi davanti ad un televisore vanificando gli sforzi che tu, insieme al Baretti, fai per renderci migliori.

Riavvolgiamo il nastro Don Mauro, siamo in tempo.

Con affetto e stima
Augusto Montaruli

Da Sarajevo a San Salvario

religioni

Di Sarajevo si diceva che è «Una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera. È raro. Un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo.» (Predrag Matvejević scrittore e accademico croato).

Non è proprio così, c’è un’altra parte del mondo dove questo accade. A Torino, e a esser precisi in quartiere di Torino, quello dove vivo: San Salvario. La fotografia che vedete ne è la testimonianza. Ariel Di Porto (rabbino capo della Comunità Ebraica), Maria Bonafede (pastora della Chiesa Valdese), Beppe Segre (presidente della Comunità Ebraica), Ibrahim Abou Ismail (Moschea di via Saluzzo), Don Mauro Merola (parrocchia Santi Pietro e Paolo) con Raffaele Scassellati (ANPI) in una foto di gruppo prima del momento conclusivo della Festa delle Cittadinanza. Una fotografia che ha un valore enorme considerato ciò che succede nel mondo. Una fotografia che testimonia il dialogo e la collaborazione tra realtà religiose, etniche e sociali. Io non so se esista da un’altra parte del mondo una fotografia così, di certo qui è possibile scattarla quella foto.

Io non so nemmeno da dove partire, come fare e con chi farlo, ma sono convinto che questo quartiere che è parte di una città e di un paese che “ha quattro luoghi di preghiera. È raro. Un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall’altro” dovrebbe candidarsi a patrimonio dell’umanità. Non per avere un riconoscimento, direi per essere riconosciuti e perché diventi possibile in altre parti del mondo.

Chi sa da dove partire, come fare e con chi farlo sappia che avrà tutto il mio appoggio. Facciamolo.

La nera signora dei piccioni

foto-64Una signora vestita di nero si chinava per gettare mangime sotto le auto in sosta mentre la sua Fiat Panda blu era totalmente rivestita da uno stormo di piccioni cittadini.  Poi la signora risaliva in macchina e si spostava sull’altro isolato, seguita dagli adepti piumati, e ripeteva la distribuzione di mangime. Il cielo intanto si riempiva di nubi annunciando l’ennesima pioggia. Ai due angoli della strada il sottoscritto e una giovane donna osservavano la scena. Una scena tra il gotico alla Tim Burton e il genere fantasy se solo invece della Panda, sicuramente inadatta, ci fosse stato un calesse trainato da cavalli neri, sudati e con la schiuma alla bocca. La giovane signora e il sottoscritto son restati immobili, muoversi avrebbe provocato la ribellione dei piccioni e avremmo dovuto affrontare le loro armi letali i cui liquidi dardi sarebbero piovuti dal cielo.  Non solo la ribellione dei piccioni si sarebbe rischiata, ma interrompere il tranquillo e flemmatico lavoro della signora in nero, avrebbe potuto scatenare chissà quali maledizioni e sortilegi: essere trasformati in divieti di sosta o strisce pedonali. E maghi merlini per tornar normali in giro non si vedevano.  Però, rischiando sortilegi e maledizioni, una segnalazione ai vigili urbani di sicuro la faccio. Perché, cara signora in nero, queste cose non si fanno.

La scena del “delitto” era tra via Giacosa e via Belfiore, intorno alle 16:15 di giovedì 24 luglio.

REGOLAMENTO PER LA TUTELA ED IL BENESSERE DEGLI ANIMALI IN CITTA’

Estratto:

2.   E’ possibile l’alimentazione dei colombi, possibilmente somministrando loro granaglie idonee al loro nutrimento, senza che ciò comprometta l’igiene del suolo pubblico e privato e ad una distanza non inferiore a 50 metri dai luoghi frequentati da soggetti particolarmente a rischio e precisamente: ospedali, altre strutture di ricovero e cure sanitarie (es. case di cura e di riposo, ambulatori medici), asili nido, scuole per l’infanzia e scuole elementari, aree giochi bimbi.

3.   L’alimentazione dei colombi, in ogni caso, su suolo privato e pubblico deve essere somministrata in quantità tale da non richiamare un numero eccessivo di esemplari che possono compromettere la civile coesistenza uomo-animale. Chi alimenta gli animali, deve altresì garantire la pulizia del luogo di somministrazione, al fine di evitare l’insorgenza di inconvenienti igienico-sanitari.

La civica a To Expo, cronache dal lettino.

_DSC0881No, proprio no! La biblioteca civica a Torino Esposizioni non la voglio.  Ci sono altri luoghi dove trasferirla. La Cavallerizza per esempio è in centro, dove già ci sono i musei e le gelaterie. Dove basta sventrare tutto e adattare edifici antichi in modo che possano ospitare una bella biblioteca moderna e ospitale.  E se i libri e le persone non ci stanno pazienza, non si può avere tutto dalla vita.  Soprattutto in centro città.

Non la voglio perché il Valentino deve essere un santuario immacolato, possibilmente privo di persone. Solo papere e scoiattoli. Ed è noto che le papere e gli scoiattoli non leggono libri, al massimo li mangiano.  Il Valentino come su Marte quando c’è vita.

Non la voglio perché il quartiere si riempirebbe di giovani studenti che magari mi arrivano da altri paesi. Una marea di giovani che mi farebbero sentire più vecchio.  Ed io questo non posso tollerarlo. Ma non scherziamo su ‘ste cose, neh!

Non la voglio perché occorre andarci piano con iniziative che qualificherebbero il quartiere, che andrebbero a dare sviluppo economico. E se mi si allunga la fila al supermercato? E se mi aumentano i ciclisti? Avete mai pensato al traffico da bici? E dove mettiamo le auto? E dove facciamo i parcheggi che ci sono troppe automobili e non sappiamo dove metterle? E i marciapiedi che sono stretti e gli studenti non ti fanno passare che non è più come ai miei tempi che erano educati.

Non la voglio perché in fondo le aule dell’università strapiene mi ricordano la gioventù, fanno nostalgia e bloccano le iscrizioni. Certo allora si poteva fumare in aula, ma per fortuna ora no. Anche io sto attento al progresso. E poi, scusate, ma cos’è ‘sta storia di Torino città universitaria.  Ma torniamo a fare la 1100R o la 128 Special che davano tanto lavoro per produrle e anche per ripararle. Che io c’ho un nipote meccanico disoccupato.

E le strisce pedonali? Ma avete pensato alle strisce pedonali? Andrebbero incrementate per attraversare in sicurezza Corso Massimo.  Esteticamente mi rovinano il paesaggio. Tutto quel bianco e nero disturberebbe la tifoseria granata. Una vera democrazia partecipata deve porsi questi problemi.

Non la voglio perché darebbe troppo risalto al contenitore, quel palazzo abbandonato che tutto il mondo ci invidia. Non esageriamo nel fare i boriosi. E poi scusate, se l’avevano ideato per metterci le automobili perché dobbiamo metterci i libri? Cerchiamo di essere coerenti, no? Al limite, se proprio si vuole, ci mettiamo delle automobili a forma di libro.

Insomma dottore, dissi alzandomi dal lettino, io sono fermamente contrario al progetto di trasferimento della biblioteca a Torino Esposizioni, non sopporto l’idea di una città votata alla cultura, una città che diventi polo universitario attrattivo. Poi questa idea della collaborazione con Architettura non riesco proprio a digerirla. Metti che ci arrivano visitatori da tutto il mondo? Vanno bene le Olimpiadi, ma quelle sono una volta ogni morte di papa. Avere tutta ‘sta gente tra le scatole tutto l’anno mi rovina il tran tran quotidiano. Che io c’ho la minima alta.

Assente ingiustificato

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Ieri sera in sala consiliare della Circoscrizione Otto, a Torino, si è tenuto un consiglio aperto sul tema “movida” e spaccio nel quartiere di San Salvario. Sala gremita, consiglio al gran completo, tre assessori – che ci hanno messo faccia e responsabilità a differenza di quelli regionali che sulla questione Valdese latitarono – e il comandante dei vigili urbani. Cittadini esasperati che comprensibilmente hanno sfogato la loro rabbia, difficile fare ragionamenti politici quando ti raccontano di bambini che dormono in cucina su materassi buttati per terra. Minoranza che cavalca la rabbia, noi da questa parte a elencare le cose chieste e cercare di portare, inutilmente, il ragionamento sulla “visione” futura del quartiere. Assessori che faticano a far capire i limiti del mandato e delle competenze. Anche perché altri con competenze e responsabilità, questura e prefettura, erano assenti. Non solo loro. Assente era il mio partito che ci ha lasciati soli, gruppo consiliare e circolo territoriale, a gestire un problema più grande di noi. Sì, perché il tema non è solo schiamazzo o farsi una canna o un’annusata. Il tema è grande e complesso. E’ il futuro di un territorio di cui occorre con urgenza completare il disegno. E’ offrire alternative di aggregazione per i giovani. E magari anche uno straccio di lavoro e di immaginazione del futuro. E’ fare in modo che il mattino dopo abbiano delle cose da fare. E anche dare una risposta urgente a quei bimbi che “dormono” in cucina. Un tema maledettamente complicato e difficile da affrontare che solo una politica (e politici) coraggiosa può fare. Ma il mio partito, i vertici del mio partito, non c’erano. Erano altrove. Dove i problemi da affrontare, forse, erano liste da completare. E infatti mentre sei lì, impotente ad ascoltare la rabbia, ti arriva un messaggio: chi appoggi alle regionali?

Grazie di cuore.

A Diego sulla “movida”

Poco prima 2

Dice Diego su facebook:

La movida è una questione politica. Ormai lo hanno capito tutti, dal Vescovo di Torino Nosiglia che fa il giro dei locali della movida il sabato notte, alla magistratura che interviene con una sentenza di condanna sul disturbo al riposo. Forse non lo hanno capito i politici…

E questo è il mio commento:

Caro Diego, sicuramente è una questione politica. La magistratura interviene sul caso singolo e sul rispetto delle leggi, il vescovo fa appello alla buona volontà con una predica o con una proposta sull’emergenza. La politica deve fare due cose: lavorare sull’emergenza e sull’urgenza chiedendo maggiori controlli, ma la cosa che deve fare (altrimenti non è politica) è lavorare sul futuro avendo in mente la visione. Il futuro del territorio. A livello territoriale con fatica ci stiamo arrivando. Però non lo diciamo, però non discutiamo di questo. Forse perché due volanti della polizia, una sentenza della magistratura, passeggiare con Nosiglia smuovono i media e sono elettoralmente più efficaci della costruzione del futuro di un quartiere. La politica richiederebbe visione e coraggio. Finalmente si è partiti con il lavorare al PIA (progetto integrato d’ambito) per la prima volta dedicato ad una zona omogenea: arredo urbano, viabilità dovranno essere ridisegnati tenendo conto delle caratteristiche e della visione futura del quartiere. Potrebbe essere un caso replicabile in altre realtà. Con questi strumenti e con una partecipazione dei cittadini e delle imprese si potrà risolvere l’eccesso di movida (o chupida, come la chiamo io) facendo politica.
Aggiungo una cosa un po’ polemica che riguarda il mio partito. Mi delude e mi preoccupa il fatto che a livello territoriale noi siamo lasciati da soli. C’è un rapporto con l’amministrazione, vedi il PIA e altro, ma è inesistente il partito. Credo che una situazione come questa dove il vescovo interviene scrivendo una lettera più da sindaco che da pastore di anime, dove la magistratura emette una sentenza avrebbe dovuto come minimo convocare segreteria del circolo e gruppo consiliare almeno per capire, non dico suggerire. Invece il silenzio. Mi preoccupano anche le molte associazioni presenti sul territorio che a raccogliere firme non le frega nessuno, ma a discutere e proporre il futuro…. Ho come l’impressione che se una cosa non te la puoi intestare non t’interessa. Finisco portano ad esempio positivo Enjoy San Salvario che sta dimostrando come si può fare sinergia tra locali e cultura con proposte alternative. Oltre il chupito, per intenderci.